John Maynard
banche imprese personeBraccino corto.
I conti trimestrali di Unicredit, comunicati ieri, mostrano segnali interessanti ed importanti, soprattutto tenendo conto che l’utile, in calo, era stato correttamente stimato dagli analisti.
Ciò che colpisce, tuttavia, è la misura del Core Tier 1, ovvero del patrimonio di Vigilanza di primo livello, quello rappresentato dal capitale versato e dalle riserve disponibili, attestato a, 7,55%, dal 6,85% di giugno. Con l’aumento di capitale annunciato, ma non ancora effettuato, si attesterà all’8,39%. In altre parole: per essere in linea con i coefficienti patrimoniali richiesti dalle Autorità di Vigilanza, è preferibile ricorrere agli strumenti ibridi (il Tier 2), piuttosto che al capitale di rischio. E riesce difficile immaginare che l’aumento di 4 miliardi sarebbe stato realizzato se non vi fosse stata la crisi. Appunto, braccino corto.
Bolla immobiliare ed illusioni.
L’illusione monetaria sembra spiegare in parte l’impressione che le case siano ottimi investimenti.
Sentiamo parlare di prezzi di acquisto di case di molto tempo fa. La gente tende a ricordare il prezzo di acquisto della propria casa, anche se sono passati cinquant’anni: ma non lo paragona ad altri prezzi di quell’epoca. Oggi si sente dire:”Ho pagato 12.000 dollari per questa casa quando sono tornato dalla Seconda guerra mondiale”. Un’affermazione del genere suggerisce enormi profitti sull’acquisto della casa, perché non tiene conto del fatto che i prezzi al consumo sono decuplicati da allora.
G.A.Akerlof, Robert J.Shiller, Spiriti animali, Rizzoli 2009
Corporate bond, festa infinita: per chi?
Il Sole 24 Ore di oggi evidenzia, a firma Morya Longo, la situazione del mercato delle obbligazioni corporate, con scadenze per mille miliardi in cinque anni, oltre il 40% in più che negli anni passati.
Il mercato ha visto tassi di crescita elevatissimi in ragione sia della stretta creditizia attuata dalle banche, sia dalla necessità di investire la grande massa di liquidità immessa nei mercati durante la crisi. Non secondario, del resto, è stato il ruolo dei tassi di interesse, il cui livello è stato ed è tuttora certamente interessante ed appetibile per l’emittente. In sostanza, imprese (di grandi dimensioni, e solo quelle) bisognose di liquidità hanno facilmente incrociato le loro preferenze con quelle di investitori dotati di ingenti capitali da impiegare.
Il problema si pone, a quanto pare, per il coincidere delle scadenze dei bond corporate e delle obbligazioni emesse dalle banche, in una concentrazione temporale che potrebbe, così si paventa, risolversi in un certo numero di default. Il problema, evidenziato molto chiaramente dalla Longo, è sintetizzabile come segue: ”Il credito bancario è facilmente rinegoziabile, ma il prestito obbligazionario no: quando scade, scade.”
Ora, a prescindere dal fatto che il caso Parmalat insegna che numerose e successive emissioni possono sostituirsi le une alle altre rendendo possibile il rimborso stesso, i problemi che si pongono sono almeno di due tipi.
Il primo riguarda la qualità del credito, ovvero la capacità di rimborso degli emittenti. Cosa fa temere un default nell’arco del prossimi 5 anni? Perché dovrebbero aver avuto successo emissioni realizzate e collocate in un arco di tempo così prossimo alla crisi? Forse le società di rating non hanno lavorato bene (ancora una volta?) Se invece il problema fosse, come è facile che sia, che fra 4 o 5 anni i tassi si saranno innalzati, il problema delle prossime emissioni sarà rappresentato dal maggior costo per l’emittente, ma ciò non integra, di per se, le condizioni di default: semplicemente saranno variate le condizioni di mercato. E visto che tassi più elevati significano maggiore inflazione, ovvero anche maggiore sviluppo, c’è da augurarsi, in un certo senso, che questo accada davvero.
Il secondo problema lo ha descritto molto bene un anonimo operatore intervistato dalla Longo, il quale ha affermato che: ”Il mercato obbligazionario avrà sempre investitori e, in ogni caso, se mancassero, le banche garantirebbero un cuscinetto di liquidità”. Purtroppo è proprio lo svolgimento della grande crisi finanziaria degli ultimi due anni a smentire la sicurezza di questa affermazioni, poiché il processo di cartolarizzazione degli attivi (leggi subprime) si è bloccato, i default hanno prevalso sulla presunta garanzia di liquidità e si è inceppato persino il mercato interbancario. Forse sarebbe il caso di cominciare a preoccuparsi non tanto dell’esistenza di un mercato secondario, ma delle condizioni alle quali si emette nel primario. Oppure non se ne può parlare per non disturbare grandi imprese, che si finanziano, e grandi banche, che guadagnano collocando?
La capacità di reddito.
Il Corriere Economia di oggi, in un articolo a firma Alfio Sciacca, nell’ambito di una pagina dedicata al “Viaggio nella crisi. Il fronte dei finanziamenti” oltre a prevedere code allo sportello per la costituenda Banca per il Sud, racconta due storie, quelle di Arabicaffè di Catania e di Finamore a Napoli, quali esempio di cecità bancaria di fronte ai problemi delle Pmi.
Colpisce, non disponendo di elementi concreti per discutere su quanto riportato dai due giornalisti riguardo alle due imprese in questione -sono riportati solo i dati relativi al fatturato ed ai dipendenti: forse sarebbe interessante conoscere anche l’ammontare della posizione finanziaria netta e dell’utile- colpisce, si diceva, il riferimento alla prassi bancaria nel modo seguente:” (Se si presenta un giovane) semplicemente gli sbattono la porta in faccia (..) a meno che non sia in grado di offrire non solo garanzie immobiliari, ma anche di reddito. Oggi un giovane può avviare un’attività solo se ha qualche casa di proprietà e porta in garanzia anche lo stipendio del padre e la pensione della nonna”.
Colpisce non tanto la descrizione della prassi bancaria nel Mezzogiorno, certamente nota e che, purtroppo, non fa più notizia, quanto piuttosto che “passino”, sottintesi nel discorso, due concetti sui quali varrebbe la pena riflettere: le banche dovrebbero finanziare le nuove imprese; la capacità di reddito è una richiesta iniqua.
Ora, che le banche debbano finanziare le start-up, ovvero le imprese che nascono e che mostrano, nei primi tre anni di vita, la più elevata mortalità, è tutto da dimostrare. E’ noto, o dovrebbe esserlo, che le fasi iniziali della vita di un’impresa, all’interno della divisione del lavoro esistente nei sistemi finanziari, secondo logica e secondo buonsenso, dovrebbe essere appannaggio di venture capitalist e di business angels. Non delle banche, che rischiano denari dei risparmiatori e che non dovrebbero farsi carico al 100% del rischio d’impresa.
In secondo luogo, la capacità di reddito, ovvero la capacità dell’impresa di generare un volume di ricavi adeguato a coprire i costi ed a generare una sufficiente redditività operativa non può essere considerata né un orpello inutile, né una pretesa ingiustificata. Per quale ragione un risparmiatore, uno qualunque, compreso uno di quelli che si lamenta delle banche, dovrebbe prestare denari senza prospettive reddituali?
Forse sarebbe il caso di pensare, sul solco di quanto accade per esempio in Francia, non solo a sviluppare gli incubatori di impresa e fondi chiusi a partecipazione mista, pubblico-privato, che intervengano nel capitale di rischio delle imprese neo-costituite. Forse sarebbe il caso anche di pensare a implementare ed accrescere la formazione in materia gestionale e manageriale. Altrimenti si fa solo ideologia e facile propaganda: ma non si costruisce nulla.
DDR
Non è tanto per la tristezza dei luoghi, simile a quella di tante periferie occidentali. Nè vale pensare all’aura romantica, per me ancora presente, che tanti romanzi di spionaggio hanno cosparso sulla capitale della Germania unificata, quando era ancora divisa. Oggi non serve ricordare i 20 anni della caduta del Muro, se non per ricordare che la libertà economica si appoggia su quella politica ed individuale. E che entrambe, senza senso di responsabilità personale, non costruiscono nulla.
Tobin Tax? No, grazie.
Il Primo Ministro britannico Gordon Brown ha proposto, inaugurando i lavori del G20, di tassare le transazioni finanziarie, riprendendo così la mai abbandonata proposta dell’economista J.Tobin di rendere più onerosa la speculazione.
Ci si dimentica facilmente che la Tobin Tax, la cui popolarità fra i no-global dovrebbe far riflettere i proponenti, rende più costose le transazioni finanziarie (tutte le transazioni finanziarie, anche quelle, per esempio, collegate ai pagamenti delle merci importate ed esportate), senza eliminare alla radice il problema, ovvero quello dell’assunzione di posizioni speculative utilizzando un eccesso di leva. In altre parole, sarebbe come dichiarare illegali i coltelli, perché è proprio con essi che le persone si pugnalano. Così come gli istinti omicidi troverebbero sfoghi diversi, allo stesso modo la transazioni finanziarie speculative troverebbero altre strade. E poi, chi decide cosa sia speculativo e cosa no? Chi farà il processo alle intenzioni degli operatori?
Molto più interessante e realistica pare l’ipotesi dell’applicazione di un’assicurazione “obbligatoria” per lo svolgimento di tali transazioni, che oltre a generare risorse da utilizzare all’occorrenza di nuove instabilità, avrebbe perlomeno la certezza del prelievo. Tuttavia, ancora una volta, la discussione rimanda al punto sul quale i politici fanno più fatica a convincere i banchieri riluttanti, ovvero quello della capitalizzazione. Che dovrebbe essere non solo sempre più elevata a misura che cresce la dimensione del soggetto vigilato, ma dovrebbe richiedere sempre maggiori mezzi in relazione alla complessità dell’attività, anche internazionale, esercitata. Diversamente, si rischia di fare facile demagogia, senza intervenire mai efficacemente: ed effettivamente.
La cultura del cambiamento e le regole: cosa (non) ha insegnato la crisi.
Massimo Mucchetti, in un editoriale di grande spessore sul Corriere on-line di oggi, stigmatizza la “finanza che non cambia”. Che macina profitti come prima e come se niente fosse, che vede infastidita l’ipotesi di una regolazione più stringente invocata dalla FSA inglese, che mette all’angolo i produttori e l’economia reale.
E invoca, in finale, almeno una regolamentazione più stringente, il ritorno del Glass-Steagall Act, in generale qualcosa che, almeno a livello normativo, possa evitare che cassandre come Nouriel Roubini abbiano, in ultimo, ragione.
Probabilmente è vero. Probabilmente ha ragione Mucchetti, ha ragione il Gran Borghese Guido Rossi, hanno ragione quelli della FSA. Ma ci sarebbe da fare un lavoro sottotraccia, più importante di mille regole e di nuova legislazione. E’ il lavoro, che solo può portare al cambiamento, sulla cultura e sulla mentalità, è un lavoro di educazione. Che parte dalle scuole e non finisce nell’università: perchè poi diventa il lavoro della vita.
Anche le sofferenze soffrono.
L’agenzia di rifinanziamento dei mutui Fannie Mae ha perso nel terzo trimestre dell’anno 18,9 miliardi di dollari e ha chiesto nuovi aiuti pubblici al Tesoro per 15 miliardi. La perdita del trimestre è inferiore del 35% rispetto a un anno fa, ma è in netto aumento rispetto ai 14,8 miliardi di dollari del trimestre precedente. Fannie Mae ha attribuito le nuove perdite alle spese per 22 miliardi iscritte a bilancio in gran parte sotto forma di accantonamenti per ulteriori perdite sugli asset sofferenti a bilancio.
Tempi rapidi per le Pmi, proposte interessanti.
Tra i numerosi emendamenti alle misure anticrisi allo studio del Governo presentati mercoledì 18 marzo da Raffaello Vignali alla Commissione Attività produttive della Camera due sono particolarmente importanti per le piccole e medie imprese.
Il primo emendamento prevede che alle aziende delle filiere produttive che beneficeranno degli interventi previsti nel decreto anticrisi “è fatto obbligo di saldare le fatture emesse dalle imprese fornitrici entro e non oltre 60 giorni dal ricevimento delle stesse”.
Il secondo emendamento prevede che l’intervento di Sace (società per la gestione del credito) si concretizzi non solo nella concessione di finanziamenti per l’acquisto di autoveicoli, motoveicoli e veicoli commerciali, ma anche “nella prestazione di garanzie volte ad agevolare la concessione del credito per le imprese esportatrici”.






