John Maynard

banche imprese persone

Houston, abbiamo un problema

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Un sorprendente articolo su “Il Sole 24Ore” di oggi ci spiega, a firma di Fabio Tamburini, che il modello Unicredit avrebbe bisogno di un tagliando. Sorprendente non è tanto il tema, quanto il taglio dell’articolo, ovvero non importa che tipo di banca si stia portando avanti, se essa serva allo sviluppo e ad assistere le scelte dei risparmiatori oppure a “creare valore per l’azionista”. No, quello che conta è “il modello organizzativo”. Sarebbe, appunto, come se l’Apollo 13 avesse chiamato la base in Texas della Nasa per comunicare che non avevano con sè abbastanza popcorn e videogiochi per passare il tempo prima si perdersi nello spazio infinito.
E’ trastullandoci con questi problemi, e solo con questi problemi, che in tutti questi anni siamo andati avanti ignorando (Il Sole 24Ore non fa eccezione, Unicredit essendo un eccellente inserzionista) che fare banca non è neutrale. Ed il modello della creazione di valore è talmente vuoto, che può essere riempito, appunto, di qualunque cosa.

Alleluja!

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Alleluja!
Perchè finalmente qualcuno ci consente di capire, con una chiarezza che da economista vorrei possedere -anche solo per una frazione minima- che il problema non sono le regole.
Perchè le regole devono fare i conti con il peccato originale: pare che ce l’abbiamo tutti addosso, anche gli americani, anche i giornalisti di Repubblica, i banchieri, i cittadini, tutti. E B-XVI ce lo ricorda.
Perchè Papa Ratzinger rimette al centro della questione non l’etica astratta, ma la persona e l’io, che scelgono e decidono liberamente.
Perchè finalmente possiamo parlare di etica liberi dall’opprimente sensazione di trovarci a Ginevra, con la teocrazia calvinista che ci governa.
E, infine, perchè la responsabilità funziona solo se si è consapevoli che dobbiamo impegnarci fino in fondo in tutto, ma gli esiti non ci appartengono: anche nella finanza.

Finanza etica?

bancaetica
Mi ha colpito, diciamo che non me lo aspettavo (ma la colpa è mia: sono un ingenuo 51enne), la notizia riportata dal Foglio di sabato scorso, circa l’apertura di un sito della Bocconi incentrato sui temi della finanza etica.
Mi colpisce sia la contestualità con la condanna a vita per Madoff, sia la totale e posticcia estemporaneità dell’iniziativa, ben descritta, peraltro, dall’autore dell’articolo.
Finanza etica: e chi decide quali siano i valori per i quali si può investire?
Quanto moralismo sorreggerà la scelta (già letta nel bilancio sociale di una grande banca progressista, che ha richiesto i Tremonti Bond) di finanziare chi produce paracadute per l’uso sportivo e lasciare a secco chi li vende all’esercito italiano? Quando Massimo D’Alema approvò i bombardamenti del Kossovo ci sono stati finanziamenti? E qualcuno si è pentito?
Che la questione etica non si risolva con le regole è evidente proprio negli USA, dove le regole ci sono, sono severissime ed applicate seriamente: e dove, come nel caso nella pena di morte, si continua ugualmente a commettere crimini, nonostante, appunto, le pene.
Forse sarebbe il caso di cominciare a parlare di cultura finanziaria e di educazione: ovvero di qualcosa che manca, drammaticamente, nella scuola e nelle università italiane. E che manca, soprattutto, nell’esperienza di molti.

150 anni di galera

Bernard-Madoff
Se qualcuno se lo fosse dimenticato, questo signore, che ha truffato una cifra che non sta nella calcolatrice, è riuscito a truffare anche Alessandro Profumo. Ovvero, Unicredit, attraverso una sua controllata, ha dato denari a Madoff. Ma essere banchieri (P)Democratici, avere studiato alla Bocconi ed essere passati per McKinsey evidentemente esenta dalla riprovazione.
P.S.: si apprende che la Bocconi ha aperto un sito web sulla finanza etica. Difficile non chiedersi come dovrebbero essere trattati i titoli della banca, da qualcuno ribattezzata Unidebit, che Profumo, sempre (P)Democraticamente, continua a guidare.

Finanza da Nobel

Nobel 56
Su una vecchia copertina di Cuore, con la faccia del più famoso segretario del PSI degli anni ‘80, era scritto “Hanno la faccia come il…”. Pare che questa dote così carismatica contraddistingua anche i Premi Nobel per l’Economia, nella fattispecie professor Merton, il quale, invitato dall’immancabile Università Bocconi, che dei suoi insegnamenti ha fatto tesoro, ha candidamente affermato che lui sui derivati non si pente, perchè lui, cito Il Sole 24Ore, “non ha peccato”.
Nobel lasciò come eredità il premio che porta il suo nome pentito per avere inventato la dinamite: ma la dinamite serve anche a scopi diversi da quelli bellici e, certamente, Nobel era in buona fede. Invece, il buon Merton, ha al suo attivo il fallimento, evitato con i fondi del contribuente USA, del fondo hedge LTCM. E questo fondo usava, per la precisione, proprio gli strumenti matematici sviluppati da professor Merton. Come si dice alla fine delle presentazioni all’americana “any suggestions?”

Badoglio & Caporetto

badoglioUna canzone partigiana cantava del nostro (il Badoglio medesimo) più o meno così: “O Badoglio, Pietro Badoglio, ingrassato al fascio littorio, se Benito ci ha rotto le tasche, tu ci hai rotto davvero i (…)”. Sembra, e non lo dice solo il sottoscritto, modesto epigono di JMK, che Obama, la cui luna di miele con l’intellighenzia progressista, italiana e non, duri tuttora: ma, soprattutto, sembra che il Nostro (Obama) abbia affidato agli stessi responsabili della crisi finanziaria americana, il compito di trarre d’impaccio gli USA dalla situazione. Vedi il prof. Zingales sul Sole 24Ore di ieri  Sorge solo una domanda: ma se l’avesse fatto il cow boy texano, cosa sarebbe accaduto?

Scegliere: anche le banche

Gheddafi
Nel caravanserraglio romano dei giorni scorsi si è giustificata l’accoglienza al Colonnello con la motivazione della possibilità di ampliare le nostre scelte strategiche sul versante energia, diversificando le fonti, scegliendo i fornitori e costruendo con essi partnership preferenziali. Ed è certamente una motivazione condivisibile. Ma, vivaddio, non se ne potrebbe parlare per le banche? Non si potrebbe affrontare il discorso anche nell’ambito del rapporto banca-impresa?

Banche italiane sane

Profumo, a.d.di Unicredit

Profumo, a.d.di Unicredit

Il Governatore Draghi ha affermato che le banche italiane sono sane, non hanno comperato titoli tossici, dunque va tutto bene. E che il rischio sistemico (ovvero la corsa agli sportelli) si sia allontanata dal nostro sistema creditizio non può che riempirci di soddisfazione.
Il problema vero, tuttavia, non può essere appena quello di aver messo in sicurezza il sistema: perchè resta la domanda inevasa delle famiglie di un vero consulente finanziario per le loro esigenze e, da parte delle imprese, di un vero e proprio partner. Forse Profumo non ha acquistato titoli tossici: ma leggendo i bilanci dell’azienda che amministra, si può notare che ha applicato spread mediamente sempre più elevati della media del resto del sistema: e che, forse, sulla qualità e quantità del credito a disposizione dell’economia, c’è ancora molto da fare.

Fiat, colloqui positivi: ma è una lotteria

1k_LucaDeMeo_SergioMarchionneFiat500_01_bSi prova soddisfazione nel vedere una grande impresa italiana, simbolo del made in Italy ma anche della storia e del costume del nostro Paese, che tenta il grande salto della dimensione internazionale, con le acquisizioni Opel e Chrysler. Il vero ma della lotteria, tuttavia, non è politico (in fin dei conti sono gli americani a vendere), ma industriale e finanziario. La Fiat non ha più soldi da spendere, forse non li ha mai avuti, quelli che aveva li ha impiegati a risanarsi. La crescita è costosa, difficile immaginare di farla a debito: forse qualche riflessione di ritorno sul famoso “capitalismo senza capitali” all’italiana sarebbe da riprendere in mano.

Bocconi

BocconiLettera al Foglio del 25 marzo 2009

L’articolo sulla cara “rivale” Bocconi (per chi ha fatto la Cattolica, come me, è una rivalità scritta nelle pietre dei muri, nelle aule, nelle facce) è molto interessante e pone questioni, se possibile amplificate, per gli atenei di meno grande fama, come quello nel quale insegno e, più in generale, per tutti gli atenei che non possono gestire risorse quali quelle descritte nell’articolo. Risorse, intendiamoci, ben meritate e che hanno varie forme di ritorni. Il tema che volevo affrontare esula, tuttavia, da quello trattato da Gianni Gambarotta e riguarda una questione della quale nessuno (a mia modesta conoscenza) ha parlato: le responsabilità culturali della Bocconi nella crisi. La Bocconi è stata da molti anni antesignana di una cultura e di un’impostazione teorico-pratica improntata alla cosiddetta “creazione di valore”; dalla Bocconi escono i due manager, Alessandro Profumo e Corrado Passera, a capo delle due principali banche del paese; dalla Bocconi si passa in McKinsey e di lì nei posti più prestigiosi. Però… c’è un però:
la sensazione che l’obiettivo della creazione di valore sia diventato un obiettivo fine a se stesso, svincolato da qualunque altra domanda sul senso, per esempio, del fare banca in questi anni. La sensazione che la creazione di valore sia stata, più che altro, un modo elegante di definire un obiettivo più volgare, ma molto concreto, quello della massimizzazione dei rendimenti per gli azionisti, questa sensazione rimane. Non è questo il luogo per descrivere disagi, problemi e guai economici, anche seri, provocati alle pmi italiane da un certo modo di fare banca. Ma se le banche locali, Bcc in specie, diventano l’unica banca di cui fidarsi, e a ragione, non sarebbe il caso di domandarsi se,  per caso, non ci sia qualcosa da ripensare?

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