John Maynard
banche imprese personeBraccino corto 3.
Lamberto Dini, in un articolo apparso sul Sole 24 Ore del 24 novembre, nell’annotare la scarsa patrimonializzazione delle grandi banche italiane, ipotizza che la scarsa contendibilità delle banche stesse, i cui assetti proprietari sono in mano a fondazioni ben poco desiderose di aumentare il capitale investito, possa essere una delle cause del fenomeno del credit crunch.
Il senatore Dini è personaggio autorevole -attualmente è presidente della commissione esteri del Senato, ma è stato a lungo nel FMI- ma la ricetta che propone è quanto meno ingenua ed appare, pertanto, velleitaria. Secondo Dini, infatti, le banche dovrebbero essere costrette a ricapitalizzare (pena la riduzione dei crediti erogati alle imprese, dal momento che stanno emergendo le perdite su crediti e le sofferenze: qualcuno dovrebbe avvisare il senatore Dini che Unicredit l’ha già fatto, ovvero per non aumentare il capitale ha ridotto le esposizioni a rischio) per non perdere il controllo. Ma chi dovrebbe aprire il controllo delle banche, nel Paese del capitalismo familiare, dove la Borsa soffre di capitalizzazione non dal lato della domanda, bensì da quello dell’offerta? E, soprattutto, siamo così sicuri che la definizione di nuovi assetti proprietari comporterebbe, ipso facto, incrementi della patrimonializzazione. La strada sembra piuttosto quella di rafforzare i coefficienti patrimoniali, in funzione della dimensione delle banche, incrementandola proporzionalmente al carattere internazionale ed alla complessità delle operazioni svolte. Diversamente si rischierebbe di ricadere in una inefficace petizione di principi, fin troppo facilmente aggirabili dalle furbissime fondazioni nostrane.
Creare mercati per i titoli illiquidi?
Donato Masciandaro, in un lucido e brillante articolo sul Sole 24 Ore del 24 novembre 2009, ritorna sull’argomento derivati, che tanti guai hanno combinato prima della grande crisi, proponendone la disciplina. In particolare Masciandaro propone di “trasformare insiemi diversi di transazioni bilaterali e opache in sistemi di scambi multilaterali e trasparenti”. Ciò ridurrebbe i rischi di crisi: ma, lamenta Masciandaro, finora non è successo nulla.
Forse sarebbe il caso di chiedersi perché, appunto, non accada nulla. Perché esistano, peraltro funzionando egregiamente, mercati regolamentati ed accentrati per opzioni e futures, che non hanno mai dato luogo a problemi. Ma, soprattutto, sarebbe il caso di chiedersi perché, nonostante l’apparente convenienza, nessuna banca si premuri di organizzare un simile mercato. Infine: siamo proprio sicuri che la creazione di mercati liquidi per strumenti molto rischiosi non possa ingenerare nuovamente la convinzione, che la crisi ha dimostrato essere pericolosissima, che c’è un mercato per qualunque security e, di conseguenza, c’è sempre qualcuno disposto a scambiarla?
Adoro insegnare (2)
Ero uscito dall’aula, mentre stavano facendo un esercitazione. Quando sono tornato ho trovato, del tutto inaspettato, il dono dell’acqua -che qualcuno mi aveva procurato- e delle caramelle. Totale gratuità ed una sensazione, che nessun compenso può eguagliare, che si siano create intesa e complicità, che sia nato un rapporto. Quel rapporto che viene fuori solo nelle aule, fra persone che crescono insieme, imparano, diventano più ricche.
Grazie.
L’errore di puntare sull’etica anziché sull’educazione.
L’individualismo è un tentativo di risolvere i problemi vecchio come l’uomo, implicando il rapporto tra il proprio bene e il bene altrui, la tensione tra io e comunità. Il fatto di non vivere da soli, bensì di essere sempre all’interno di una comunità, ci costringe a decidere in continuazione il modo di affrontare questo paradosso.
Noi siamo chiamati a vivere questa sfida in un contesto culturale in cui la risposta a questa tensione sembra palese: l’individualismo. Detto con una frase: io raggiungo meglio il mio bene se prescindo dagli altri. Di più: l’individualista vede nell’altro una minaccia per raggiungere lo scopo della propria felicità. È quanto si può riassumere nello slogan che definisce l’atteggiamento proprio di questa mentalità: homo homini lupus.
Ma dicendo così lamodernità simostra incapace di dare una risposta esauriente, vale a dire che contempli tutti i fattori in gioco. Infatti
la concezione individualista risolve il problema cancellando uno dei poli della tensione. E una soluzione che deve eliminare uno dei fattori in gioco, semplicemente, non è una vera soluzione.
Fino a quale punto questa impostazione è sbagliata si vede dal fatto, emerso clamorosamente, della sempre più urgentemente sentita richiesta di regole. Quanto più l’altro è concepito come un potenziale nemico, tanto più viene a galla la necessità d’un intervento dall’esterno per gestire i conflitti. Questo è il paradosso della modernità: più incoraggia l’individualismo, più è costretta a moltiplicare le regole permettere sotto controllo il “lupo” che ognuno di noi si rivela potenzialmente essere.
Il clamoroso fallimento di questa impostazione è oggi davanti a tutti, malgrado i tentativi di nasconderlo. Non ci saranno mai abbastanza
regole per ammaestrare i lupi.
Questo è l’esito tremendo quando si punta tutto sull’etica invece che sull’educazione, cioè su un adeguato rapporto tra l’io e gli altri.
Ma non è tanto l’incapacità delle regole a costituire il problema. La vera questione è che l’individualismo è fondato su un errore madornale: pensare che la felicità corrisponda all’accumulo.
In questo la modernità dimostra ancora una volta lamancanza di conoscenza dell’autentica natura dell’uomo, di quella sproporzione strutturale di leopardiana memoria.
Per questo l’individualismo, ancor più che sbagliato, è inutile per risolvere il dramma dell’uomo.
Inoltre occorrerebbe aggiungere anche un ulteriore inganno, proclamato dal potere dominante: che si possa essere felici a prescindere dagli altri.
Julian Carròn, intervento all’assemblea della CdO, Assago, 22 novembre 2009
Avere delle ragioni per continuare.
Forse mai come in questi tempi di crisi ci rendiamo conto della verità delmotto che avete scelto come tema del vostro incontro annuale: «La tua opera è un bene per tutti». E meglio di tutti lo possono capire coloro che sono più colpiti dalla crisi, le loro famiglie, i loro figli.
Ma cercare di tenere in piedi un’opera in questi tempi è veramente una cosa ardua.Voi lo sapete bene, voi che vi dibattete tra continuare a costruire questo bene o gettare la spugna, chiudendo i battenti. La tentazione dell’individualismo è sempre in agguato. L’insidia del si-salvi-chi-può è più forte che mai. Per tanti di voi sarebbe più comodo. Vi risparmiereste
non poche preoccupazioni. Eppure non vi siete chiusi in voi stessi, dimenticando gli altri. In questo modo avete vinto l’individualismo di cui parlava Bernhard Scholz. Ma siccome la tentazione permane,per potere resistere occorre avere delle ragioni che ce lo consentano.
Julian Carròn, intervento all’assemblea della CdO del 22 novembre 2009
E’ nato prima l’uovo o la gallina?
Secondo un paper ABI presentato ad un convegno a Gubbio, sarebbe nata prima la “gallina” della produzione industriale e poi “l’uovo” della richiesta e dell’erogazione degli affidamenti. In base ad un modello matematico, pertanto, l’Italia, con buona pace di chi ritiene che sia in atto un vero e proprio razionamento del credito, sarebbe “sovraffidata”. Forse sarebbe il caso di rammentare alle banche italiane le quali, come dimostrano tante ricerche del passato -ed anche del presente- non hanno mai preso troppo a cuore l’analisi del fabbisogno finanziario delle imprese, che il fabbisogno nasce non solo per esigenze di sviluppo, ma anche di circolante che non circola, come in questo momento (vedi crediti che non si incassano). E che il pur giusto e sottoscrivibile richiamo alla ricapitalizzazione delle imprese, non può esimere le banche, per una volta, dal provare a capire perché le imprese hanno bisogno di soldi. Diversamente verrebbe da chiedersi in base a quali criteri sarà concessa, oppure no, la moratoria sui debiti.
Prima del crack.
Francesco Bellotti, presidente di Federconfidi, intervistato dal Sole 24 Ore di sabato 21 novembre, in una pagina tesa a sviscerare gli effetti della crisi, non manca di prendersela con Basilea 2, i cui vincoli, obviously, sarebbero da allentare, alla luce anche della discesa del rating delle imprese. In altre parole, Basilea 2 è prociclica, è necessario allentarne i parametri, altrimenti le imprese non si salveranno, neppure le migliori.
Tre anni fa, un Confidi di importanza regionale concesse la propria garanzia ad un’impresa che aveva 200mila euro di debiti e 200mila euro di fatturato e che, pur presente su piazza da almeno 35 anni, richiedeva un finanziamento scorte. La banca, di dimensione regionale, avrebbe concesso il credito a condizione che il Confidi avesse dato la sua garanzia.
E’ abbastanza evidente che se un’impresa, per giunta commerciale, necessita di finanziamento scorte, essendo giunta ad avere tanti debiti quanto fatturato, o non vende abbastanza, o preleva troppo, o una combinazione delle due ipotesi precedenti. A tacer del fatto che il finanziamento scorte, rectius, finanziamento perdite, sarebbe servito a pagare fornitori scaduti.
Forse Basilea 2 è prociclica, ma quello erogato all’impresa in questione è un prestito (garanzia) deliberato contro le regole della professione: forse sarebbe stato meglio chiedere all’impresa di ristrutturarsi, sistemare i propri conti, ricapitalizzare.
I proclami provenienti dal mondo Confidi perdono di credibilità se provengono da soggetti che, in maniera quasi lobbistica, difendono posizioni imprenditoriali indifendibili, senza “costringere” la Pmi ad un serio lavoro di rimessa a punto della propria formula competitiva. Ma, soprattutto, si tratta di proclami inutili. Come le recenti dichiarazioni dell’A.D. di Unicredit, Alessandro Profumo e qui riportate dimostrano, il problema non sono i vincoli di Basilea 2. E’, molto più semplicemente, la volontà delle banche di gestire i rischi o di astenersene. La storia di questi mesi dimostra che, molto probabilmente, se si allentassero i vincoli di Basilea 2, le banche si getterebbero in altre operazioni, trading compreso, meno costose e più redditizie. Crack delle imprese oppure no.
Eccesso di capitale ed idiozie (degli analisti).
Matteo Arpe, Presidente di Banca Profilo, ha illustrato il piano triennale della propria banca, individuando non solo target economico-finanziari molto interessanti ma, soprattutto, presentando un modello di business innovativo, finalizzato ad erogare servizi di private banking alle imprese. Matteo Arpe vanta un curriculum di tutto rispetto, anche se talune sue posizioni eccessivamente disinvolte in passato non sono esenti da critiche: ma l’essere stati scelti da Enrico Cuccia ed eliminati da Cesare Geronzi ne fa un uomo certamente non comune e di indiscutibile valore manageriale.
Le cifre snocciolate da Arpe sono interessanti. Ancor più lo è il livello del Core Tier 1, pari al 25%, superiore persino a quello di Mediobanca. Arpe ha dichiarato che tale livello sarà mantenuto elevato anche in futuro “perché crediamo che la forza patrimoniale sia un elemento distintivo che attrae e dà sicurezza”. Udito ciò, tutto quello che gli analisti (sarebbe interessante sapere quali, di quali banche: se in mezzo ad essi a fare domande idiote c’erano anche giornalisti e di quali testate) hanno saputo fare è stato, a più riprese, chiedere conto (sic) ad Arpe dell’eccesso di capitale nella nuova Profilo. La madre degli idioti è sempre incinta, ed i suoi figli scelgono spesso, come carriera, quella di analisti finanziari.
Shampoo.
Il Presidente della BCE, Jean Claude Trichet, dinanzi ad una platea di banchieri, ha rivolto una pressante esortazione affinché le banche usino i denari che i Governi e le Autorità di Vigilanza hanno dato loro per fuoriuscire dalla crisi, non per pagare bonus e dividendi, ma per aiutare famiglie ed imprese.
Nei manuali definiremmo la salutare lavata di capo di Monsieur Trichet come moral suasion, ovvero come incitamento ad assumere una certa condotta sulla base dell’autorità, appunto morale, di colui che la rivolge.
Tuttavia, stando all’esperienza degli ultimi mesi, la moral suasion non basta e dunque non serve più: l’esperienza italiana delle commissioni prefettizie che dovevano vigilare sul credit crunch sta a testimoniarlo. Forse di potrebbe accordare alle banche la piena deducibilità delle perdite su crediti, incentivo peraltro “di giustizia”, dal momento che non è pensabile che sia equo trattare le perdite come se fossero ricavi. Sarebbe un incentivo interessante, rischierebbe di rimanere nell’ambito della moral suasion.
Ci sono però anche altri sistemi per vigilare sul dovere dei banchieri di erogare credito alle imprese. Chi ha avuto modo di esaminare i verbali ispettivi della Vigilanza della Banca d’Italia, sa che gli ispettori possono andare molto a fondo nelle loro osservazioni, spingendosi a valutare il merito, oltre che il metodo. E, d’altra parte, sulla base delle segnalazioni periodiche di Vigilanza effettuate alla Centrale dei Rischi, non dovrebbe essere improponibile pensare di verificare ammontare e destinatari dei nuovi crediti, rilevando quali banche facciano o no il proprio dovere. Peraltro è noto, o dovrebbe esserlo, che uno dei pilastri di Basilea 2 era rappresentato dall’esplicitazione delle politiche di rischio assunte da ogni banca. Ed anche qui non dovrebbe essere difficile ipotizzare che la Banca d’Italia richieda requisiti più stringenti, con periodicità per esempio mensile, di comunicazione.
Si tratta di volerlo.
Per le imprese, e per le famiglie, si tratta, invece, di scegliere, ora più che mai: ricordando che le banche non sono tutte uguali.
Dracula, Dracula, Dra.
Che la Vampironomics (sic) salvasse “libri e film“, come afferma Il Sole 24 Ore, non stupisce più di tanto. Non è infrequente in Occidente imbattersi in fenomeni, peraltro saggiamente enfatizzati alla vigilia delle feste natalizie, tali da riscuotere un successo che si estende anche nell’indotto, ovvero libri, giocattoli, gadget etc..: quando uscì Jurassic Park un viaggio a Londra fu, di necessità virtù, una puntata da Harrods per fare bella figura rispetto alle richieste dei miei figli. Insomma nulla di strano, se non fosse per il titolo del Sole che mi ha colpito, ovvero la salvezza, commerciale si intende, di libri e film riposta, come recita il famoso cha-cha-cha su colui che “coi lunghi affilati canini fai spaventare i bambini, le mamme, le nonne e i papà”.
In giro per la mia città di residenza anagrafica, Rimini, capoluogo di provincia, 200mila abitanti d’inverno, insomma, non proprio un paesello, mi imbatto però in una realtà ben più sconsolante. In centro è rimasta una libreria, peraltro molto bella ed in un posto bellissimo centrale: e non c’è più l’unico negozio di dischi dove, per esempio, mi sarei recato anche oggi. E se i locali del centro sono stati “vampirizzati” da altro, presto arriveranno anche qua, insieme all’addobbo natalizio, Dracula e soci a vampirizzare i consumi. E Il Sole 24 Ore, nella classifica del benessere di fine anno dimostrerà che a Rimini siamo primi per palestre e, come al solito, ultimi per i libri. Consolante.







