Digressioni

(..) l’amore della madre è un fatto che rivela la verità nel mondo, rivela le verità del Dio creatore.

Don Giuigi Giussani, Qui e ora (1984-1985), BUR 2009

L’estetica dei calli e le imprese commerciali che chiudono.

L’estetica dei calli e le imprese commerciali che chiudono.

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Concludo la prima settimana di ripresa dell’attività lavorativa con un intervento in una bella azienda hi-tech di Bologna, che conferma l’esempio che quasi tutti coloro che si fanno aiutare nella gestione, che controllano gli andamenti economici e finanziari, che si preoccupano della sostenibilità, non ne hanno bisogno (anche se va detto che pure loro stavano riflettendo su un investimento immobiliare…).

Alla fine della giornata ci mettiamo a parlare di nuove imprese e di quali settori vadano bene oppure no, su cosa “ci si dovrebbe buttare” per creare ricchezza ed occupazione. La mia risposta, come di consueto da qualche mese in qua è stata “Calli, calli, calli”. Solo chi ha calli nelle mani, solo chi produce, solo chi fa qualcosa di concreto è degno di essere assistito dalle banche e/o di ragionare su business plan: tutto il resto, soprattutto il cosiddetto terziario, ovvero negozi, pubblici esercizi, bar etc…non solo sta soffrendo ma, a modesto parere di chi scrive, non soffre ancora abbastanza.

Non sono così ingenuo da pensare che basti coltivare la terra e/o produrre, artigianalmente o in scala maggiore, manufatti di ogni sorta, per avere il successo economico assicurato e la coda delle banche alla porta per finanziare il progetto. Ma ho visto a sufficienza nefandezze tali, soprattutto in ambito commerciale, da pensare che proprio questo sia un settore non solo da evitare ma, letteralmente, da ripulire. D’altra parte, come dimostrano le noiose querelles estive riminesi sugli abusivi, costoro danno fastidio solo alle imprese marginali, poiché vendono i medesimi prodotti di bassissima qualità.

I servizi non sono dunque il problema, è la qualità dell’offerta nel settore, il problema. Se chiudono tanti negozi, pur profondamente dispiaciuti del fatto che qualcuno dovrà reinventarsi una vita e qualcun altro perderà il lavoro, si deve pensare che è solo il mercato che -finalmente!- fa il suo lavoro: e che l’apertura di nuove imprese attraverso l’apertura di un bar, è poco più che un tentativo, spesso goffo e maldestro, di crearsi un posto di lavoro che non esiste (facendo debiti tuttavia reali).

Il secondo più grande paese manifatturiero d’Europa non potrà uscire dalla crisi aprendo nuovi bar o comprando tabacchini: e il pianto delle associazioni di categoria, largamente complici della mancanza di cultura imprenditoriale dei loro associati, servirà solo a coprire la mancanza di idee, di gusto per il rischio e per l’intrapresa, quella vera, di tutti coloro che si affannano a tenere in vita imprese che sono morti che camminano.

Un’ultima notazione, amara, per l’accademia italiana, di cui faccio parte: la scaletta di un convegno sulle crisi d’impresa, che mi è stato proposto di recente, ignora completamente la questione dei rapporti banca-impresa. Non c’è traccia del tema delle relazioni di clientela, della fattibilità die progetti di ristrutturazione, non c’è nulla. In compenso ci sarà un intervento sulle (sic) tecniche di intervento dei fondi americani nei casi di crisi aziendale.

Tante care cose.

Con i ministri non succede mai nulla (una giornata al #meeting14).

Con i ministri non succede mai nulla (una giornata al #meeting14).

PD ASSEMBLEA NAZIONALE AMMINISTRATORI

Andando a dare una mano al Meeting di Rimini come volontario capita che ti tocchi accompagnare personalità, più o meno importanti, in visita ai padiglioni della Fiera. Si chiama “Relazioni Esterne”, ma in realtà è fare sentire l’ospite accolto: ed è un lavoro bellissimo, perché mette in gioco la persona nei rapporti con qualcun altro.

Solo che, di solito, con i ministri non succede nulla: di solito sono rapiti via e accompagnati in giro da altri politici, o stanno con altri politici, o semplicemente fanno una visita di cortesia. Non si compromettono, non si mettono in gioco, cercano di finire in fretta: spesso mi è accaduto così.

Con Maurizio Martina, Ministro dell’Agricoltura del Governo Renzi, no. E’ accaduta una disponibilità straordinaria, una cordialità non formale, una simpatia immediata. Sempre gentile ed affabile con chiunque, ha dialogato con tutti, non ha mai detto di no a nessuno. Ma, soprattutto, ha mostrato che aveva voglia di stare in mezzo alle persone del Meeting, di non avere un pregiudizio sulla realtà. E quello che ha fatto ha meravigliato anche me, che invece avevo la mia bella idea pre-confezionata. Per questo gli dico grazie, prima di tutto per me stesso. Alla prossima.

Digressioni

In loving memory.

Rita Rigoni Berti, 11 gennaio 1960 – 24 agosto 2006

Digressioni

Lo zen e l’arte della manutenzione dell’idiozia (in azienda): 5 piccoli accorgimenti prima di chiudere l’azienda ed andare in ferie sereni e incoscienti.

Karpathos 2014

Prima di partire per le vacanze, ricordiamoci di seguire alcune regole elementari che, al nostro ritorno, non ci faranno rimpiangere di essere partiti.
L’azienda infatti necessita di attenzioni continue: il Vostro consulente non Vi farà certamente mancare il suo aiuto ed i suoi preziosi suggerimenti, ma John Maynard vi offre un piccolo pro-memoria.
Vediamo dunque, con il consiglio del nostro esperto accademico (ricordate: chi sa fa, chi non sa, insegna!), 5 piccoli accorgimenti da adottare prima della partenza, per non avere brutte sorprese al rientro:
1. durante le vacanze le scadenze non vanno in vacanza, soprattutto quelle fiscali: per tutte le altre elaborare un buon budget di tesoreria potrebbe servirvi (ma se non lo avete già fatto è un po’ tardi, quindi, perché farlo??) per verificare se vi siano dei picchi positivi o negativi di liquidità e suggerirvi gli opportuni correttivi per spostare le scadenze in funzione dei flussi; insomma, se non pagate le imposte avete della liquidità disponibile per il RID di Sky; o per la rata del Q7; o, appunto, per le vacanze;
2. le scadenze fiscali sono l’unica cosa che, di solito, programma il Vostro consulente: se magari glielo ricordate prima, può essere che Vi avvisi con il dovuto anticipo e che sappiate prima quel che ci sarà da pagare poi, mentre Vi state abbronzando al sole (?) di Torre Pedrera (pensione Iris, vista ferrovia). In ogni caso ricordate che pagare in ritardo l’Iva e le ritenute per “autofinanziarsi” con l’F24 crea dipendenza patologica, come la coca. Evitate, se potete: ma, soprattutto, se sapete…
3. gli ordinativi di magazzino: chi ne ha verificato la consistenza e la necessità prima di chiudere? Ma, soprattutto, qualcuno ha conteggiato il magazzino? Magari per quella fastidiosa situazione contabile infrannuale che quei rompipalle delle banche Vi stanno chiedendo? E magari anche per sapere come siete messi, così, giusto per avere contezza? Lo sapevate che esiste la scorta ottima minima? No? Non importa: potreste alleggerire il magazzino, comprimere il circolante netto operativo e creare liquidità? No, no, dai, stavo scherzando…
4. i clienti scaduti: sarebbe un vero peccato se andassero in vacanza senza ricevere telefonate da Voi, o una mail affettuosa. Penserebbero che li trascurate, che non ci tenete più a loro. Scrivete loro, telefonate, fatevi vivi: apprezzeranno certamente un selfie dal mare, ma sapranno davvero che volete loro tanto bene quando Vi sarete accertati che paghino. E se non pagano, d’altra parte, le forniture non si interromperanno, perché sono clienti storici (la categoria si estende in senso orizzontale, come l’idiozia è sconfinata…);
5.e infine: non aprite quella busta! L’estratto conto sta bene lì dov’è, al chiuso, nella penombra della scrivania. Non guardate il saldo, potreste disdire l’abbonamento dall’estetista: o in palestra. E smettere di pensare che la bellezza salverà il mondo…

Buone vacanze!

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The developers (gli sviluppatori).

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L’arrivederci, è vero, era per la prossima season. Ma una rete produttrice di “series” che si rispetti diffonde sempre, astutamente , quelli che io mi ostino a chiamare “provini” (sono nato negli anni ’50 e vivo nella profonda provincia padana). Adesso, i nativi–digitali li chiamano “spoiler”.
Ecco quello della season 2014-2015 della serie “The Developers” .
A dispetto del titolo, sceneggiatura, cast e regia sono italiani. Produttori , inconsapevoli, una pletora di soci, titolari ciascuno di un numero variabile di certificati azionari.
La camera stringe sulla finestra della sede di una piccola banca Cooperativa ( come si riconosce? Dai vetri bronzati e dalla esposizione a sud – sud – ovest, che garantisce agli impiegati un irraggiamento che nemmeno un vigneto della Franciacorta.)
Viene inquadrato un cinquantenne stempiato e grigio, con occhialini da presbite, cravatta allentata su colletto discutibilmente pulito. Veste un completo grigio scuro liso sui gomiti, decorato dalla regolamentare spruzzata di forfora sulle spalle.
Dato l’irraggiamento di cui sopra, suda, malgrado il calendario (quello del sindacato) sulla scrivania indichi che siamo a marzo 2015. Accanto al calendario, un cavalierino indica che questa figura dickensiana appartiene all’ufficio “istruttoria fidi imprese ” .
Attorno, un turbinio di abbronzati trentacinquenni in completi/tailleur avvitati, carta da zucchero o neri ( “The developers” del titolo). Occhi stretti, bocche serrate in una smorfia determinata. Si muovono intorno alla scrivania con eleganza da tangueros.
Ognuno di loro getta un dossier cartaceo (non dimenticate che siamo in una piccola banca cooperativa) sulla scrivania del malcapitato.
Tutti ripetono la stessa battuta: “da fare per il Consiglio di dopodomani!!!”.
La camera stringe sulle copertine dei dossier, a inquadrare intestazioni ed importo:
“immobiliare …. ; Apertura di credito in c/c chirografaria € 1.500.000”
“…. Costruzioni ; Mutuo ipotecario a S.A.L. € 5.000.000”
“ Napo ti Svapo Sigarette Elettroniche : mutuo chirografario € 50.000 “
In breve il mucchio di pratiche raggiunge dimensioni condominiali.
Il povero impiegato apre e sfoglia le cartelline.
La domanda non è firmata. I certificati risalgono a due anni prima, l’ultimo bilancio è del 2012. Tutte le operazioni ipotecarie sono prive di perizia.
Il Bob Cratchit cooperativo guarda in macchina con occhi sbarrati sopra gli occhialini da presbite e balbetta:
“ Ma… ma … , non ce la farò mai ! Manca metà della roba ! Devo riclassificare i bilanci ! Fare l’analisi ! scrivere il commento …”
Una voce fuori campo chiosa:
“Di cosa ti preoccupi ? tanto, praticamente sono già deliberate. Qui dobbiamo fare sviluppo e stare sul pezzo, non riempire scartoffie !”

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L’inquadratura inizia a sfumare.
In sottofondo, Ignazio Visco all’assemblea nazionale dell’ABI del 10 Luglio 2014:
La capacità di valutare il merito di credito va rafforzata; non deve basarsi solo sugli automatismi di modelli quantitativi, ma avvalersi del contributo di personale esperto e competente , con patrimonio di consolidata e approfondita conoscenza della clientela, che deve essere valorizzato e accresciuto”.
La camera allarga e cambia, inquadra un appartamento in zona semi residenziale e stringe sul nostro Bob Cratchit, addormentato.
E’ stato tutto un sogno? Oppure …

Ciao, John Maynard. In attesa di vedere pubblicata una veduta delle Dolomiti di Brenta, presa da una finestra dell’ Hotel Beverly di Pinzolo, ti auguro una buona estate.

Tuo Brett Sinclair

 

Digressioni

Bisogna fare sviluppo.

SviluppoIn uno strano mese di luglio, denso di lavoro inframmezzato da ferie (poche: per chi fosse interessato a come è andata, si rimanda a twitter), mi è capitato più volte di esaminare aziende che prima di compiere un passo vogliono verificarne la fattibilità, con un atteggiamento certamente molto diverso dal passato, recente e non. Allo stesso modo, e quasi in parallelo, più di un bancario, ma ovviamente anche dirigenti ed amministratori, mi ha dichiarato che “bisogna fare sviluppo“, togliendo il freno a mano che ha finora bloccato l’erogazione di prestiti.

Sembrano buone notizie, sembrano i primi passi di un modo finalmente “sano” di intendere le relazioni di clientela, improntato a ragionevolezza: al punto che una Bcc del Sud mi ha chiesto cosa pensassi di un’impresa della quale si dubitava ma che, in qualunque regione del Centro-Nord, sarebbe stata affidata immediatamente. Tuttavia, appunto, “bisogna fare sviluppo“: ovvero, si deve fare crescere il margine di interesse, si deve fare credito alle imprese, si devono cercare nuovi clienti.

Tutto bene? Anzi, sbrighiamoci a fare credito, perché è già tardi? In realtà “fare sviluppo” richiede molto di più di una mera disponibilità ad erogare risorse finanziarie. Mentre le categorie continuano la litania dei lamenti (non perché ci sia da ridere se un’impresa chiude, ma è semplicemente il mercato, bellezza!), mostrando tutti i limiti tecnici e culturali dei modelli associativi italiani, la questione che emerge è proprio quella della selezione: parola sgradevole probabilmente, ma anche l’unica che dovrebbero avere a cuore gli imprenditori seri e le banche che li finanziano o vogliono finanziarli. Senza selezione le risorse finanziarie saranno distribuite, ovvero allocate, in maniera sempre meno efficiente, L’efficienza allocativa, ossia l’efficienza nel modo con cui il mercato seleziona gli impieghi meritevoli di credito rispetto a quelli scadenti, è uno dei concetti che più di tutti mi hanno affascinato della materia che studio ed insegno. Ma, nel contempo, è uno dei concetti più desueti e distorti e, proprio per questo, più teorici ed inattuati. La valutazione del merito di credito basata sulle garanzie o sulle conoscenze, sulla “storicità” del rapporto o sull’esistenza di proprietà immobiliari, anziché rispetto ai fondamentali dell’equilibrio economico e finanziario, ne è un triste esempio.

Se si è coscienti di questo, “bisogna fare sviluppo“può diventare non una mera parola d’ordine di stampo commerciale o lo slogan dell’ufficio marketing, ma qualcosa di molto più interessante. Può diventare la partenza di un modo di fare banca che si confronti con la realtà in modo duro, serio ed impegnativo, che chiami le imprese a scegliere e farsi scegliere, valorizzando la cultura d’impresa e castigando la rendita. C’è solo un modo per fare tutto questo, a dispetto delle scelte di tante grandi (purtroppo non solo loro) banche: valorizzare il capitale umano, investire su di esso, svilupparne le competenze e la cultura d’impresa. Proprio per questo, la sfida è ancora più grande.