John Maynard

banche imprese persone

Una fragilità esistenziale (il lunedì arriva sempre la domenica pomeriggio).

Mario Sironi

Lo scrittore Massimo Lolli, che alla vergogna sociale di un manager vicentino rimasto disoccupato ha dedicato un bellissimo racconto, “Il lunedì arriva sempre la domenica pomeriggio” (Mondadori), ha intravisto in questa geografia dell’infelicità nordestina che sta emergendo con prepotenza – nonostante il silenzio che circonda i drammi privati il tentativo di liquidarle come faccende private – l’altro lato, molto fosco, dei trofei veneti: “L’iperindividualismo, che non permette a chi si trova in difficoltà di chiedere aiuto, se non alle banche, va osservato all’interno di un contesto comunitario, fondato su una rigida gerarchia sociale. Che impedisce a chi si trova nei guai, di poter affrontare il fallimento del proprio progetto imprenditoriale”, dice Lolli al Foglio. “Il disagio non è provocato dalla passione per il lavoro, quella è diffusa anche nel nordovest, ma dall’impossibilità di non mantenere un tenore di vita da ostentare davanti alla propria comunità”, osserva lui, che è un manager scrittore napoletano, immigrato a Vicenza. “E non va sottovalutata l’ossessione per il successo, perché in Veneto nessuno si accontenta di emergere: qui tutti vogliono essere sempre Marchionne. La loro competitività ha creato una sequenza di straordinarie eccellenze, ma ha anche costruito una vulnerabilità sociale, una fragilità esistenziale provocata da una semplice certezza: l’idea del fallimento non viene presa in considerazione, semplicemente non può né deve realizzarsi”.

Cristina Giudici, Il Foglio, 9 febbraio 2010

Chiudo l’azienda lunedì.

Mario Sironi, Periferia

“Non ce la faccio ad andare avanti, chiudo l’azienda lunedì”, ripeteva spesso, ma poi arrivava sempre al lunedì successivo e nessuno è riuscito a intuire quanto fosse profondo il tormento celato fra le pieghe del suo pessimismo.

“Noi lo ripetiamo da mesi. La risposta alla crisi, alla stretta del microcredito, è l’accorpamento, creare una rete di aziende che possano diversificare la produzione e affrontare così la riduzione degli ordini, la mancanza di liquidità”, dicono e ribadiscono i dirigenti delle associazioni di categoria. Come se fosse possibile cambiare l’humus culturale, l’orizzonte esistenziale, che ha reso i veneti protagonisti del proprio miracolo. E incapaci di pensare che dopo la crescita, continua, ci si sarebbe anche potuti fermare. Come se fosse possibile modificare l’individualismo imprenditoriale, familiare, creato grazie alla creatività ossessiva verso il proprio lavoro, che però può trasformarsi in una patologia psicologica.

Cristina Giudici, Il Foglio, 9 febbraio 2010

Il perimetro geografico dell’infelicità.

Mario Sironi, Fabbrica

(..) È difficile separare dalla causa dal sintomo, la malattia dagli effetti collaterali. Se e quanto la sua decisione sia stata condizionata anche dalla recente separazione dalla moglie. Ma il suo gesto è stato inequivocabile, simile, quasi, a un giudizio inappellabile. Visto che Giuseppe Nicoletto, che aveva solo 40 anni, dopo aver ceduto a un conoscente la sua piccola azienda – il suo pezzo di sogno che qui in Veneto non è mai sradicato da un progetto familiare e comunitario – per impiccarsi ha scelto il magazzino della sua ex azienda. Potremmo chiamarlo mal di nordest, forse. Più che il solito male oscuro con cui si definisce in modo generico il mal di vivere. Che rimane sempre un mistero, quanto lo può essere l’origine e la fine di un’esistenza. In ogni caso, ciò che colpisce nel Veneto che resiste alla crisi, non è solo il perimetro geografico dell’infelicità – un triangolo fra Vicenza, Treviso e Padova – ma un altro dato: spesso, chi alza le mani in segno di resa avrebbe potuto anche non arrendersi.

Cristina Giudici, Il Foglio, 9 febbraio 2010

Non tanto il licenziamento, quanto il dover licenziare.

Villa veneta

Dall’inizio della crisi, dopo il settembre del 2008, c’è stata una catena di suicidi, tredici fino a oggi, la metà fra dicembre e gennaio, con intervalli sempre più ravvicinati, che stanno suscitando, nella patria dell’ottimismo, due tipi di reazioni: sconcerto e silenzio. Se ne parla poco, sottovoce, e infatti gli ultimi tre suicidi, avvenuti nell’arco di una settimana alla fine di gennaio e tutti nella sola Padova, sono stati quasi ignorati. Atti estremi commessi da imprenditori, professionisti, manager. Persone forse incapaci di accettare la gogna sociale del fallimento e che, davanti all’eventualità di non farcela, hanno preferito il salto nell’abisso. Persone che non temevano tanto il licenziamento, quanto il dover licenziare.

Cristina Giudici, Il Foglio, 9 febbraio 2010

Il paesaggio della felicità.

Qualcuno ha definito il nordest il paesaggio della felicità. Economica e sociale, innanzitutto. Un confine geografico immaginario, che sui capannoni ha costruito una rete di benessere e di riscatto sociale, di innovazione e di idee che si potrebbe sintetizzare in una parola sola: impresa. Eppure, qualcosa nel mosaico nordestino si sta guastando. Tramontato il miracolo, qui non ci sono operai che salgono sui tetti per conservare il proprio posto di lavoro. Ma la crisi economica, seppure meno acuta rispetto al resto del paese, sta creando un disagio esistenziale inaspettato, che sta affiorando come il lato oscuro dell’etica imprenditoriale: il male del nordest.

Cristina Giudici, Il Foglio, 9 febbraio 2010

Traduzioni.

Mario Gerevini, in un divertente e singolare articolo comparso sul Corriere Economia di ieri, parla di un caso trattato dall’Antitrust, relativo a due fratelli che con il medesimo nome, la stessa insegna e lo stesso oggetto sociale -pompe funebri- si fanno concorrenza sleale.

Riportando il commento di uno dei due fratelli al tentativo di conciliazione, Gerevini cita uno dei due, Massimo, che afferma:”Ho tentato di trovare un accordo con Fabio, ma lui mi ha detto “te me ciavi (mi abbindoli, ndr)” ed è finita lì.”

Sulla questione della concorrenza, non mi sentirei di esprimere pareri. Su quella linguistica, ho qualche perplessità sulla traduzione di Gerevini, che mi sembra soavemente molto lontana dalla realtà. Se crede, potrebbe provare a proporre ad una signora, veneta, se volesse essere, per l’appunto, abbindolata. Temo che riceverebbe uno schiaffone.

Arretrati 4: rompere il salvadanaio.

Il Presidente dell'Argentina, Cristina Kirchner

Il Presidente della repubblica Argentina, Cristina Kirchner, ha vinto il suo braccio di ferro con il Governatore, ormai ex, della banca centrale, Martin Redrado, che lascia la carica ed il campo alla decisione presidenziale di usare 6,5 miliardi di dollari delle riserve della Banca d’Argentina per far fronte ai debiti.

Il dibattito sull’indipendenza della banca centrale dalla politica e dalle sue decisioni troverà sicuramente nuovo alimento. Con buona pace di economisti come Benjamin Hopenhayn, anche se è vero che con la crisi sono cambiate molte cose -vedi le massicce iniezioni di liquidità effettuate dalle banche centrali nei momenti di massima tensione finanziaria globale- consumare parte delle riserve per pagare i debiti non è una buona idea. Non lo è perché dimostra matematicamente alla comunità internazionale che la capacità di rimborso del Paese in questione dipende unicamente dal proprio patrimonio, che non è, ad evidenza, illimitato. Non lo è perché ciò che prima rappresentava un baluardo, anche psicologico, a dimostrazione della tenuta dei conti, viene meno. Non lo è, infine, perché la forza di una valuta e di una nazione dipendono dall’economia reale. E l’economia argentina, da troppo tempo, ha smesso di camminare.

Non solo non ha smesso, ma continua a correre, e molto bene, un grande argentino. Un capitano, certamente più affidabile del presidente Kirchner, Javier Zanetti.

J.Zanetti

Arretrati 3: gentlemen agreement.

L'attore Bela Lugosi, celeberrimo Dracula.

E va bene che non abbiamo aiutato solo loro. E va bene che in effetti, per lungo tempo, negli uffici postali facevano bella mostra di sè -solo quella: erano lentissimi- i pc Olivetti, prodotti dall’Ing.Carlo De Benedetti, l’editore buono ed onesto. E va bene che quando è stato approvato il digitale terrestre, puta caso il fratello del Presidente del Milan (e del Consiglio) produceva, pronti per l’uso, i decoder. Va bene tutto quanto, però chiudere Termini Imerese proprio appena sono finiti gli aiuti di Stato al settore auto, fa capire perché questi non riescano a vincere una partita neppure con un gol di vantaggio. Non esistono più i ladri di una volta e fra gentiluomini i patti si rispettano. Altrimenti, al posto dei manuali di economia, tanto vale leggere le storie di vampiri.

Arretrati 2: daremo il sangue.

Il primo ministro greco, George Papandreou, ha dichiarato che “Atene darà il sangue” pur di ristabilire la propria credibilità. Il problema è che quella credibilità, in un paese come la Grecia, storicamente molto conflittuale, dominato da sindacati corporativi ed irresponsabili, con un tessuto sociale tutt’altro che coeso, è tutt’altro che facile da ritrovare. La Grecia non può essere salvata nè dalla UE, né dalla BCE, perché lo vieta il trattato di Maastricht, mentre non sarebbero vietati aiuti bilaterali. Chi possano essere, non è dato sapere. Ma è difficile immaginare che il costo del salvataggio di un Paese dell’UE non sia approvato da tutti i Paesi membri, ne andrebbe della credibilità dell’Unione e della fiducia reciproca, a futura memoria.

Arretrati 1.

Non si riesce sempre ad essere sul pezzo, il lavoro chiama ed il blog viene, talvolta, a risentirne. Però, appena è possibile, si cerca di smaltire gli arretrati.

Cominciamo dal “bancone”, ovvero la nuova versione di Unicredit in chiave di rilancio verso i territori. L’aumento di capitale si è concluso con successo, il Tier 1 dovrebbe uscirne rafforzato o, perlomeno, ripristinato nei suoi valori “normali”. La vera questione, che rimane sempre sullo sfondo e che anche commentatori coraggiosi difficilmente analizzano, è la cultura dell’intermediazione, ovvero il modo di fare banca che è sotteso ad ognuna, singola banca. Del modo di fare ed operare di Unicredit si è parlato tante volte in questo blog. Ma a prescindere da ogni tipo di considerazioni critiche su tante note vicende passate, siamo davvero così sicuri che l’istituzione di 7 nuove grandi aree, 120 direttori commerciali “dotati di più ampie deleghe” e una suddivisione, per la verità non nuova, delle aree di business in segmenti (famiglie e microimprese fino a 3 milioni di fatturato, Pmi fino a 50 milioni, imprese più grandi e gestioni di patrimoni) serva a riprendere in mano il filo del rapporto con la clientela?

C’è stata una cultura del rapporto di clientela chiaramente improntata al transaction banking, la banca di transazione, tesa a moltiplicare quantità dei volumi intermediati, senza fare troppo caso alla qualità ed intensità della relazione. Ed ora si vuole ritrovare, quasi per magia, il filo del relationship banking, di ciò che lega più a medio-lungo termine banche e clienti, quella banca di relazione tipica delle banche locali e delle Bcc. Un po’ come se bastasse mettersi la maglietta di Diego Milito per saper giocare a pallone come lui. C’è bisogno di grandi banche, non è pensabile che l’ideale del “piccolo è bello2 possa risolvere i problemi di un sistema economico come quello italiano. Ma non c’è bisogno di una qualsiasi grande banca: e per essere grandi davvero, non basta sommare il valore degli attivi o i fondi intermediati: occorre cominciare a misurare la qualità della relazione. Su questa sfida si gioca una buona fetta dell’evoluzione della crisi in Italia nei prossimi due anni. In bocca al lupo.

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