Lettera al Foglio del 25 marzo 2009
L’articolo sulla cara “rivale” Bocconi (per chi ha fatto la Cattolica, come me, è una rivalità scritta nelle pietre dei muri, nelle aule, nelle facce) è molto interessante e pone questioni, se possibile amplificate, per gli atenei di meno grande fama, come quello nel quale insegno e, più in generale, per tutti gli atenei che non possono gestire risorse quali quelle descritte nell’articolo. Risorse, intendiamoci, ben meritate e che hanno varie forme di ritorni. Il tema che volevo affrontare esula, tuttavia, da quello trattato da Gianni Gambarotta e riguarda una questione della quale nessuno (a mia modesta conoscenza) ha parlato: le responsabilità culturali della Bocconi nella crisi. La Bocconi è stata da molti anni antesignana di una cultura e di un’impostazione teorico-pratica improntata alla cosiddetta “creazione di valore”; dalla Bocconi escono i due manager, Alessandro Profumo e Corrado Passera, a capo delle due principali banche del paese; dalla Bocconi si passa in McKinsey e di lì nei posti più prestigiosi. Però… c’è un però:
la sensazione che l’obiettivo della creazione di valore sia diventato un obiettivo fine a se stesso, svincolato da qualunque altra domanda sul senso, per esempio, del fare banca in questi anni. La sensazione che la creazione di valore sia stata, più che altro, un modo elegante di definire un obiettivo più volgare, ma molto concreto, quello della massimizzazione dei rendimenti per gli azionisti, questa sensazione rimane. Non è questo il luogo per descrivere disagi, problemi e guai economici, anche seri, provocati alle pmi italiane da un certo modo di fare banca. Ma se le banche locali, Bcc in specie, diventano l’unica banca di cui fidarsi, e a ragione, non sarebbe il caso di domandarsi se, per caso, non ci sia qualcosa da ripensare?