Archivi del mese: luglio 2009

Perseverare diabolicus: una “nuova” Banca per il Sud

Il diavolo
Completamente immemori di quanto accaduto a tutti, diconsi tutti i banchi meridionali, si riparla con sempre maggiore insistenza, forse anche per esorcizzare la nascita del partito del Sud, di una nuova Banca per il Mezzogiorno.
Immemore è colui che non ricorda: non ricorda la completa scomparsa di tutti i banchi meridionali, dal Banco di Napoli, inghiottito da Intesa San-Paolo, a Sicilcassa, alla Carical e via discorrendo, l’elenco sarebbe lungo. Persino le banche di credito cooperativo nel Mezzogiorno se la passano male.
Due considerazioni, molto velocemente: la prima riguarda le banche come motore dello sviluppo, una querelle da molto tempo nel cuore degli economisti, mai risolta nella teoria, ma facilmente verificabile nella pratica. Lo sviluppo non dipende dalla finanza, tantomeno da quella a buon mercato (vedi disastri combinati, appunto, dalla Cassa del Mezzogiorno): lo sviluppo dipende da molti fattori, il primo dei quali è culturale, di indole e spirito imprenditoriale e poi è tecnico e scientifico. Al riguardo qualche riflessione andrebbe fatta sul triste posizionamento, in graduatoria, di molte università meridionali.
La seconda considerazione, che prende spunto da un Obama in gran spolvero ripreso dal suo scopritore italiano, Giuliano Ferrara: Il Presidente ha incitato i neri a smettere di piangere addosso e a darsi da fare, lui, first black of America. E se lo facessero anche nel Mezzogiorno?

Giapponesi truffati, moralismo e altre storie

giapponesi
Giunge notizia -lo riferisce l’edizione on-line del Sole 24Ore di oggi- che i giapponesi truffati dal conto principesco del ristorante Passetto di Roma abbiano rifiutato l’invito del Ministro del Turismo, sig.ra Brambilla, di essere ospitati in Italia a spese del nostro Governo.
La motivazione, che suona moralistica più che di -legittimo, per carità- orgoglio è che “è inutile, perchè è una spesa inutile fatta con le tasse del popolo italiano”.
Orbene, se sia utile o no, direi che sia più abilitato il nostro governo a deciderlo: governo la cui capacità decisionale, soprattutto in campo economico, mi pare sia sotto gli occhi di tutti. Ma, soprattutto, alla luce di certe notizie provenienti dal Sud (vedi fra tutte quella del cemento scadente usato per costruire l’ospedale di Agrigento) sarebbero certamente soldi spesi meglio rispetto ad una nuova Cassa del Mezzogiorno, di cui non si sente davvero la mancanza.

Short selling again

divieto
Ovvero, cade il divieto di vendite allo scoperto, come ha stabilito la Consob. Dal 1°agosto la vendita di azioni deve essere assistita dalla disponibilità dei titoli solo nel caso di aziende che si trovino nella circostanza di aumento di capitale.
A qualche moralista, sicuramente, verrà naturale affermare che in questo modo si dà nuova linfa alla speculazione e che la Consob non fa il suo dovere. Si dimentica troppo facilmente che i mercati, già resi esausti dalla Mifid (che in nome dell’europeismo e della concorrenza ha eliminato il sano principio della contrattazione degli scambi, moltiplicando le piazze, senza vantaggi per gli investitori), hanno bisogno di essere liquidi per formare prezzi significativi. E, soprattutto, si dimentica che la speculazione fa parte del modo di essere e di comportarsi di ognuno di noi. Certo, come insegna il libro di Akerlof e Shiller, Animal Spirits, nessuno è un operatore perfettamente razionale e le motivazioni per cui si agisce sono le più svariate. Proprio per questo pretendere di rendere i mercati puri non solo è velleitarismo, è pura utopia.

Salvagente…di liquidità?

salvagente
Si sente parlare di salvagente di liquidità per le PMI, di un patto Abi-Confindustria che, oltre ad aiutare le imprese a postergare le proprie scadenze per debiti a medio-lungo termine verso gli Istituti di credito, ricomprenda nel pacchetto degli interventi anche il credito a breve termine.
Nel frattempo, IlSole24Ore definisce “paradossi” l’avanzare delle Casse Rurali -magari rimaste tali solo in Trentino, altrove, più correttamente, Banche di Credito Cooperativo- proprio nei distretti industriali, laddove dovrebbe essere evidente, a contrariis, la presenza di grandi banche.
Entrambe le notizie meritano qualche riflessione, basata non appena su questioni terminologiche, ma di vera e propria sostanza.
In primo luogo, se è vero, come risulta dall’analisi delle serie storiche della Banca d’Italia, che le Pmi italiane ricorrono perlopiù al credito a breve termine, è anche vero che quest’ultimo riveste caratteristiche di stabilità e di durata tali da avere, nei fatti, travalicato la formale durata “fino a revoca” o simili delle relative forme tecniche. Nella realtà il vero problema del credito alle Pmi, trascurato quasi sempre dal dibattito, è quello della sostenibilità del debito, qualunque sia la sua durata, e della compatibilità delle scelte di sviluppo e di investimento adottate.
Insomma, non è tanto una questione di avere più credito a medio-lungo, quanto piuttosto di consistenza di risultato operativo e di MOL rispetto alle vendite e, soprattutto, rispetto agli oneri finanziari. In questo senso il cosiddetto “salvagente”, se è giusto che comprenda anche e soprattutto i debiti a breve termine, non può tuttavia rappresentare una scusa per non effettuare o per rinviare sine die i necessari interventi di risanamento e ristrutturazione. Il salvagente, diversamente, assomiglierebbe pericolosamente alla scelta di un Ministro dei Trasporti dei primi anni ’80, il non rimpianto Rino Formica, che non potendo ovviare ai ritardi dei treni rispetto agli orari normali, allungava il tempo di percorrenza (rendendo così le tratte concorrenziali anche per i cavalli e le diligenze).
In altre parole: se i viaggiatori, ovvero le banche, sono disposte a tollerare ritardi nei treni, ciò non può e non deve in alcun modo rappresentare una scusa per evitare di rendere i treni più moderni, rapidi ed efficienti. In altre parole, per intervenire sulla formula competitiva delle imprese: e questo è e rimane compito esclusivo di chi della piccola e media impresa è l’owner-manager.
Quanto alle Casse Rurali, soppiantate dal 1993 (IlSole24Ore non sa che è uscito il Testo Unico delle Leggi in materia Bancaria e creditizia?) dalle Bcc, il trend di sviluppo degli impieghi, con cifre in media doppie rispetto al resto del sistema, procede da almeno 5/6 anni, in coincidenza con l’applicazione delle regole di Basilea 2.
Se dunque non è una novità lo sviluppo del lavoro bancario verso le banche locali anche nei distretti industriali (il Servizio Studi di Banca di Italia lo aveva già rilevato in un eccellente paper di qualche anno fa), lo è forse la “sorpresa” con la quale la notizia viene accolta e registrata. quasi che lo sviluppo della crisi non avesse insegnato nulla, come se non fosse stato -ed in che modo (!)- messo in discussione il modello della banca di transazione a favore di quello della banca di relazione.
La sensazione, prima ancora culturale che effettivamente verificata, è che molti stiano pensando a ciò che è accaduto come ad un fastidio, certamente assai esteso, terminato il quale sia tuttavia possibile ricominciare come prima. Ovvero, il modello di intermediazione basato sulla creazione di valore a tutti i costi rimane valido: la crescita delle Banche locali è solo un passaggio, temporaneo, che sarà riassorbito e riequilibrato.
E’ evidente la parzialità e, soprattutto, la cecità di una simile lettura: le imprese hanno bisogno di un banchiere che stia loro vicino, che dia loro non solo finanziamenti, ma anche finanza, ovvero non solo denari, ma anche criteri per usarli. Esattamente quello che le banche di credito cooperativo stanno facendo: e quello che, a differenza di tante associazioni di categoria, sta facendo con grande successo la Compagnia delle Opere con la propria Scuola d’Impresa, tenuta in tutta Italia, con un programma teso esattamente ad offrire, anzitutto, metodi e criteri per la gestione, anche in materia finanziaria.
Non sarebbe il caso, allora, di rimettere al centro del dibattito sul rapporto banca-impresa la questione del fabbisogno finanziario, della qua natura, qualità e durata e, in particolare, della sua sostenibilità? Non sarebbe il caso, ancora, di mettere le imprese, specie Pmi, in condizione di conoscere ed essere consapevoli preventivamente delle loro scelte gestionali?
Intorno a questi temi si gioca non solo la fuoriuscita dalla crisi ma la possibilità di uno sviluppo più sano ed equilibrato per le imprese italiane, e le banche che le assistono, nei prossimi anni.

Certo, avessi previsto tutto questo…

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…dati, cause, pretesto, le attuali conclusioni…no, non è il caso di proseguire a citare le parole dell’amata e celeberrima “Avvelenata” di Guccini. In fin dei conti stiamo solo parlando di poca cosa, una Regina ed un pugno di economisti. I quali, sollecitati dalla domanda posta da HMQ a suo tempo, quando all’inizio dell’autunno la crisi infuriava, rispondono solo ora, dicendo: “Maestà, abbiamo difettato di immaginazione”.
Ora, io non so quanto sia importante, per fare questo mestiere nel Regno Unito, rispettare le tradizioni monarchiche ed amare Sua Maestà: io che simpatizzo incondizionatamente per Sean Mallory, dinamitardo dell’IRA in “Giù la testa” di Sergio Leone, forse avrei qualche difficoltà.
Una difficoltà ce l’ho, ora: non concordo con i Colleghi, certo più esimii ed eminenti del sottoscritto, sul fatto che con un più di fantasia (any suggestions? funghi? fumo? paradisi artificiali?) ce l’avremmo, pardon ce l’avrebbero, potuta fare.
Ci si dimentica sempre di una cosa fondamentale, ovvero che l’economia è una scienza sociale, non una scienza empirica: prende in esame i comportamenti degli individui, ciò che fanno le persone, il che non è esattamente come prevedere la reazione di un acido dentro una soluzione chimica o la temperatura di fusione del vanadio.
E’ qualcosa di più impegnativo, e fortunatamente, di meno esatto, altrimenti veramente l’immaginazione si sarebbe smarrita da tempo.
E’ questione di saper stare di fronte alla realtà, secondo la totalità dei suoi fattori, come qualcuno ci ha insegnato.
Ricordando che “poca osservazione o molto ragionamento conducono all’errore, molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità”.

Lavorare in banca

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Sul supplemento de Il Sole 24 Ore, Plus24, compare, nel numero di ieri, una lunga lettera di un bancario, in risposta ad un collega che, in data 6 giugno, andava lamentandosi, appunto, del lavoro bancario.
La lettera è meritevole di approfondimento per ciò che io chiamo “il problema antropologico” del lavoro bancario, ovvero, il sapere perché si fa quello che si fa, quale è la motivazione, la molla, il significato. Ma lo è, soprattutto, perché rimette al centro della questione il problema dell’educazione finanziaria, ovvero il tema con il quale questo blog decise di inaugurare le sue riflessioni, un anno fa.
È evidente dalla lettura delle due lettere, ma anche e soprattutto dalla pratica quotidiana e dal contatto con chi in banca lavora, soprattutto nell’area credito, che il problema dell’educazione finanziaria, ovvero della consapevolezza delle scelte che fanno i clienti in questa materia –le imprese chiedendo prestiti, i risparmiatori chiedendo prodotti adeguati a tutelare i propri investimenti-, non può essere separato dalla concezione del fare banca che sta alla base dell’operare degli azionisti e dei manager.
Se il fine di tutto quanto è la famosa (famigerata?) creazione di valore per l’azionista, il compito di chi in banca lavora non può che essere quello di vendere. E forse sarebbe il caso di piantarla con i moralismi a buon mercato di tutti quelli, e sono tanti, che si scandalizzano per la ricerca di profitto delle banche e pensano che, al contrario, chi produce la Nutella o le lavatrici Candy lo faccia per beneficenza: dubito che i lavoratori di queste due aziende prestigiose siano invitati a non spingere sul pedale dell’acceleratore del fatturato o a non promuovere le vendite dei propri prodotti.
A pensarci bene, ci sono due aspetti perlopiù trascurati:
1. la già citata questione dell’educazione finanziaria, ovvero, quando andiamo a comprare un’auto nuova o un nuovo modello di cellulare ci informiamo e perdiamo un sacco di tempo, quando andiamo in banca diciamo all’impiegato di “fare lui”, se siamo risparmiatori, ci limitiamo a chiedere denari, se siamo imprenditori, al minor prezzo possibile, con la minore informazione possibile;
2. il senso, il significato del proprio lavoro.
La prima questione coinvolge tutti, ma per primi i clienti delle banche: scelte più consapevoli –e, lo abbiamo già ricordato, anche le banche si scelgono- costringeranno il lavoro bancario a fare i conti con un mercato evoluto, diverso, meno manipolabile. Risparmiatori più attenti, che si chiedano gli obiettivi dell’investimento e non siano, invece, preda del corto circuito “vogliounprodottosicuroliquidissimoemoltoredditizio”: e imprenditori che, finalmente, comprendano che la questione finanziaria delle imprese non è la copertura del fabbisogno, ma la sostenibilità delle scelte di gestione e del debito relativamente ad esse contratto.
La seconda questione, che richiederebbe molto più spazio di quello di un blog, non dipende, in finale, dal tipo di lavoro che si fa, che spesso non si può scegliere: dipende dal fatto che, in ogni circostanza, il protagonista è, personalmente, ognuno di noi.

Mattone e crisi di liquidità: il fallimento Zunino

Il mare da Capo Nord
La ri-lettura della notizia del fallimento Zunino (uno dei più grandi e famosi operatori immobiliari italiani) provoca qualche riflessione, che in altre sedi meriterebbe maggiore ferocia ma che oggi, con questo caldo -e proprio per rinfrescare il Mare Glaciale Artico della foto è quello che ci vuole- è meglio sia più pacata.
L’immobile dunque, pure al vertice dei desideri e degli obiettivi di tantissimi imprenditori, che hanno esaurito le loro risorse e le hanno distratte dalla gestione operativa, non protegge, non difende, non garantisce: l’immobile, status symbol, spesso una scelta non necessaria, mai prioritaria, non è quello che si dice.
Ma, soprattutto, se non lo è per coloro per i quali l’immobile è un bene-merce, come potrebbe essere una susina per un coltivatore ortofrutticolo, cosa dovrebbero pensare coloro che fanno altro?
E la crisi, lo scoppio della bolla, rende ancora meno liquido qualcosa che non lo è, perchè nessuno compra (e chi può aspetta che i prezzi scendano) un bene non indispensabile e per il quale non è necessario indirizzare, ora i propri sforzi, soprattutto se il reddito disponibile scende e la morsa della stretta creditizia non molla la presa.
Ci si sarebbe dovuti chiedere, e lo si deve fare anche ora: ma l’immobile è il principale problema della mia impresa?
Invece fanno rabbrividire le frasi, tante volte ascoltate negli ultimi anni, dell’immobile come “la mia pensione”, del capannone come qualcosa che “tutti comprano”: e se l’immobile non è la pensione neppure per coloro che ne hanno fatto l’oggetto principale della loro attività, cosa di dovrebbe pensare per tutte le altre imprese?
La crisi di liquidità non la risolvono gli immobili, e non la risolveranno neppure le banche: ma di questo ri-parleremo.

Ibrahimovic, Kakà e l’economia di mercato

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Ibrahimovic al Barcellona, Eto’o all’Inter: dire che ci mancherà è quasi pleonastico, è un sentimento interiore che ti porta a pensarlo e poi a dirlo, dopo averlo visto giocare per tre anni.
Ho notato, tuttavia, quel buontempone del Presidente f.f.del Milan (l’on.Berlusconi non può esserlo per via della storia del conflitto di interessi) affermare a chiare lettere che nessuna cessione supera quella di Kakà e che il Milan, oltre ad essere la squadra che ha vinto più di tutte al mondo, è anche la squadra che per un singolo affare ha incassato più di tutte al mondo.
Ora, non mi permetto di dare lezioni di finanza e di valutazione del fabbisogno finanziario d’impresa se non ai miei studenti ed ai tanti lavoratori bancari, imprenditori e professionisti che mi seguono nel mio lavoro in Italia. Non mi permetto, ma volendo tradurre quanto è accaduto in termini tecnici, scriverei come segue:
1)-l’arrivo di Milito, Thiago Motta ed Eto’o si chiama “nuovi investimenti tecnici”, finanziati da lucrosi dis-investimenti tecnici (Ibra);
2)-la cessione di Kakà si chiama dis-investimento tecnico, e basta: se non seguito da nuovi investimenti, nell’analisi finanziaria identifica una situazione di smantellamento, dismissione finalizzata ad un ridimensionamento e cessazione dell’attività;
3)-i denari che ci mette il Presidente Moratti si chiamano capitale proprio o capitale di rischio;
4)-i denari che non ci mette il Presidente del Consiglio (che però ne ha incassati oltre 300, di milioni di euro, nel 2008 a solo titolo di dividendi) si chiamano mancata ri-capitalizzazione aziendale o, anche, braccino corto. Del resto, neppure certe escort, un po’ attempate, costano tanto.

Social lending: “Zopiani” e realtà.

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Giunge notizia della revoca, da parte di Banca d’Italia, dell’iscrizione all’albo degli intermediari NON vigilati della Zopa spa, protagonista del fenomeno del social lending, ovvero della ricerca di un intermediazione sociale, che eviti i costi delle banche avide, ricche e cattive a scapito del popolo buono. Ovviamente sui vari siti del politically correct è corsa alla deplorazione ed all’improperio, perchè il potere, cattivo ed illiberale, ha fermato uno slancio vitale della “ggente”.
A qualcuno piace dimenticare -a proposito, siamo in attesa di qualche dichiarazione di Beppe Grillo- che proprio per assenza di vigilanza si sono verificati i fenomeni Cirio, Parmalat e, per chi ha memoria, quelli originati negli anni ’80 attraverso la diffusione dei titoli atipici.
Fondare una banca, checchè ne dicesse Bertolt Brecht, non è e non può essere uno scherzo o un gioco da ragazzi: persino per offrire le convenientissime condizioni del conto arancio di ING, occorre possedere una banca. Che ha meno costi, perchè non ha sportelli, ma raccoglie denaro presso il pubblico, ed il risparmio è tutelato addirittura nella Carta Costituzionale.
Il fenomeno del social lending è certamente positivo: ma le regole valgono per tutti, i rischi di truffe, diversamente, sarebbero troppo alti.

Asfissia finanziaria

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Il Presidente della Consob, Lamberto Cardia, ha affermato che solo le imprese più grandi riescono a reperire «sul mercato capitale proprio e a collocare prestiti obbligazionari senza gravi difficoltà né a costi da considerare eccessivi», mentre gran parte delle imprese medio-piccole «trova difficoltà e potrebbe correre rischi di asfissia finanziaria».
Non è certamente una novità: basterebbe scorrere i dati della Centrale dei Rischi della Banca d’Italia per evidenziare una realtà di fatto, ovvero che le grandi imprese hanno molti finanziatori e ampli margini disponibili sui fidi accordati, mentre le piccole e medie imprese vedono ridursi il numero delle banche affidanti e tendere all’unità il rapporto utilizzato/accordato.
Il problema della raccolta di capitali, impostato in questi termini, sembra esclusivamente un problema di offerta: ci sono “venditori” di denaro ed investitori per le grandi imprese, non ci sono, purtroppo, per le Pmi.
Al contrario, a nostro parere, il problema, soprattutto in Italia, è anche di domanda: siamo davvero certi che il nostro capitalismo straccione e familiare abbia voglia di aprirsi ai capitali di nuovi investitori, rendendo conto in maniera trasparente della propria gestione?
Per chiedere capitali si deve offrire trasparenza informativa, progettualità chiaramente espressa in business plan e strategie di sviluppo condivise e condivisibili: non esattamente quello che tante Pmi italiane manifestano.
Non è certamente in discussione, in questo momento, lo stato di difficoltà di tante piccole e medie imprese del nostro Paese: ma è difficile immaginare che un mercato dei capitali, al quale le grandi imprese per prime ricorrono non per finanziare lo sviluppo, ma per fare cassa all’interno dei noccioli e nocciolini, più o meno duri, degli azionisti di comando, questo mercato possa risolvere i problemi delle Pmi. Proprio oggi il Corriere Economia riporta che negli ultimi tempi, nella Borsa Italiana si è parlato, più che di nuove quotazioni e di IPO, di de-listing.
Qualche riflessione sui temi, che ci sono certamente cari, del rapporto banca-impresa e dell’equilibrio economico-finanziario di queste ultime, specie se Pmi, si impone: perchè diversamente potremmo cominciare a pensare che la crisi del nostro sistema produttivo sia colpa delle banche e della finanza.
Mentre non si può più ignorare che la buona finanza non fa la buona impresa: e che l’equilibrio finanziario dipende anzitutto dall’equilibrio economico. E se avere banche disposte a finanziare l’impresa è importante, ancora più importante è che queste stesse imprese siano in grado di restituire i denari ricevuti.