Archivio Giornaliero: settembre 3, 2009

Rischio di reputazione e relazioni di clientela: non bastano le dichiarazioni

L’articolo sul Foglio di oggi sulle banche italiane intente a riconquistare la reputazione perduta (non a caso nei manuali parliamo di rischio reputazionale) è assai interessante e mostra aspetti evolutivi della crisi che solo due anni fa avrei detto impensabili. L’articolo è importante anche perché i Colleghi intervistati bene hanno evidenziato l’eccesso di dedizione ai modelli matematici delle grandi banche ed il loro distacco dalla realtà dei territori, se non in termini formali, perlomeno in termini sostanziali: Unicredit, in particolare, usa da sempre i cosiddetti Comitati Locali come surrogato di quelle che un tempo furono le storiche banche dei territori (da Cassa Risparmio Torino a Credito Romagnolo etc..) per riannodare rapporti che, a mio parere, è tuttavia difficile ripristinare a partire da strutture formali, se non sono supportate da un’effettiva organizzazione, come quella delle banche di credito cooperativo, vocata allo scopo. E qui c’è il secondo punto importante dell’articolo, la questione della formazione: non basta, infatti, dire la parola magica “territorio” o parlare di “rinnovata attenzione alle Pmi” se poi manca la cultura –e la tecnica- per farlo. La formazione del personale bancario è importante, ma non dobbiamo dimenticare che i derivati (ho visto con i miei occhi la devastazione provocata da un’operazione di cinquecentomila euro rifilata ad un barista veneto) sono stati venduti disinvoltamente dallo stesso personale cui ora si chiede di riconvertirsi, dalla religione della creazione del valore nel breve periodo, a quella dell’instaurazione di relazioni di clientela di lungo termine.
E’ un passo importante, ma non bastano le dichiarazioni. Occorrerebbe, soprattutto, che le imprese e le loro associazioni di categoria andassero a “vedere” le carte in mano alle banche. Cominciando, finalmente, a scegliere: perché le banche non sono tutte uguali.

Someone’s Gotta Go (qualcuno deve andarsene).

Mi era sfuggita la notizia, apparsa oltre un mese fa sul Sole 24 Ore del 30 luglio, di un nuovo reality, Someone’s Gotta Go, appunto, made in USA, che la Endemol ha messo in programmazione per gli Stati Uniti.
Aziende con nome e cognome, PMI, con un numero di dipendenti che va da 8 a 15, si mettono sotto le telecamere del reality: poichè la fatidica frase “sei stato nominato!” nel reality in questione equivale al licenziamento, saranno gli stessi dipendenti a deciderne lo sfortunato destinatario.
Lo show non dovrebbe essere tale da indurre la mera spettacolarizzazione delle scelte, la partecipazione di esperti e consulenti dovrebbe consentire ai dipendenti dell’azienda in questione di diventare più consapevoli, approfondendo gli aspetti della propria professione.
Mi restano delle perplessità di fondo, pur stemperate dalla consapevolezza delle diversità culturale degli USA rispetto al nostro Paese. Ma non riesco a vedere completamente in negativo, perlomeno come conseguenze, che, come afferma David Goldberg, responsabile per gli States di Endemol, “dall’esperienza delle prime puntate (sia) emerso che è meno pesante per un licenziato discutere con i colleghi l’uscita dall’azienda, piuttosto che ricevere un’asettica lettera dell’ufficio del personale, che dice la stessa cosa.”

Calciatori bolliti e lemons: una lettura interessante del derby

Marek Jankulovski
Un mio laureando, grande tifoso milanista, sviluppa, senza saperlo, un tema che qualche tempo fa avevamo già trattato, commentando in termini aziendalistici le due cessioni che hanno caratterizzato il calcio-mercato estivo, quella di Kakà e quella di Ibrahimovic. Ebbene, rispondendo a qualche sfottò del sottoscritto, il mio laureando ha immediatamente affermato che “il grande Akerlof avrebbe inserito Jankulovskj fra i lemons“, nel suo grande contributo teorico alla teoria delle asimmetrie informative.
Poichè il tema è interessante, stimolante e divertente, ci ritorneremo presto.