Si fa, giustamente, un gran parlare del rendimento prossimo allo zero, quando non negativo, tenuto conto delle commissioni, dei titoli di Stato a breve scadenza, che proprio per tali caratteristica -solidità dell’emittente e durata- stanno nella parte bassa della curva che combina rischio e rendimento.
A prescindere dal fatto che già basterebbe questa riflessione per comprendere che la meraviglia è fuori luogo, in Italia sembra tuttora mancare la percezione della differenza fra rendimento reale e rendimento nominale, ovvero la consapevolezza della differenza fra rendimenti nominali e quel numero che rappresenta l’andamento del costo della vita. Poichè l’inflazione non è mai stata così bassa, makes it sense, come direbbero Oltremanica, che i rendimenti delle attività finanziarie prive di rischio ed a scadenza brevissima sia altrettanto bassa.
A quanto pare -anche se non solo nel nostro Paese, come dimostrato da studi americani- la questione dell’educazione finanziaria chiede di essere messa al centro del dibattito circa il rapporto fra cittadini, banche, imprese, risparmio e investimenti: e, finalmente, approfondita.
Altrimenti, fra le altre cose, continueremo a vedere prezzi, tassi, salari -come suggeriscono Akerlof e Shiller con grande realismo- con il velo monetario a generare l’illusione.
“Usare il denaro come unità di conto significa che le persone pensano in termini monetari: significa che i contratti sono espressi in termini monetari, e che la contabilità è condotta in termini nominali. E molte leggi, compresa quella del prelievo fiscale, sono formulate in termini monetari.”
Akerlof e Shiller, Spiriti animali, Rizzoli 2009