John Maynard

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Shampoo.

Il Presidente della BCE, Jean Claude Trichet, dinanzi ad una platea di banchieri, ha rivolto  una pressante esortazione affinché le banche usino i denari che i Governi e le Autorità di Vigilanza hanno dato loro per fuoriuscire dalla crisi, non per pagare bonus e dividendi, ma per aiutare famiglie ed imprese.

Nei manuali definiremmo la salutare lavata di capo di Monsieur Trichet come moral suasion, ovvero come incitamento ad assumere una certa condotta sulla base dell’autorità, appunto morale, di colui che la rivolge.

Tuttavia, stando all’esperienza degli ultimi mesi, la moral suasion non basta e dunque non serve più: l’esperienza italiana delle commissioni prefettizie che dovevano vigilare sul credit crunch sta a testimoniarlo. Forse di potrebbe accordare alle banche la piena deducibilità delle perdite su crediti, incentivo peraltro “di giustizia”, dal momento che non è pensabile che sia equo trattare le perdite come se fossero ricavi. Sarebbe un incentivo interessante, rischierebbe di rimanere nell’ambito della moral suasion.

Ci sono però anche altri sistemi per vigilare sul dovere dei banchieri di erogare credito alle imprese. Chi ha avuto modo di esaminare i verbali ispettivi della Vigilanza della Banca d’Italia, sa che gli ispettori possono andare molto a fondo nelle loro osservazioni, spingendosi a valutare il merito, oltre che il metodo. E, d’altra parte, sulla base delle segnalazioni periodiche di Vigilanza effettuate alla Centrale dei Rischi, non dovrebbe essere improponibile pensare di verificare ammontare e destinatari dei nuovi crediti, rilevando quali banche facciano o no il proprio dovere. Peraltro è noto, o dovrebbe esserlo, che uno dei pilastri di Basilea 2 era rappresentato dall’esplicitazione delle politiche di rischio assunte da ogni banca. Ed anche qui non dovrebbe essere difficile ipotizzare che la Banca d’Italia richieda requisiti più stringenti, con periodicità per esempio mensile, di comunicazione.

Si tratta di volerlo.

Per le imprese, e per le famiglie, si tratta, invece, di scegliere, ora più che mai: ricordando che le banche non sono tutte uguali.

Poca acqua nel vino.

Donato Masciandaro, in un lucidissimo articolo sul Sole 24 Ore di giovedì 29 ottobre mette in evidenza, con la consueta chiarezza, quale sia il vero problema nel quale si dibattono le autorità politiche e di vigilanza rispetto al “che fare?” e al “cosa lasciar fare” alle banche dopo la crisi.

L’articolo, che andrebbe inserito in un manuale di Economia degli Intermediari Finanziari -d’altronde l’illustre Collega non per caso è ordinario in Bocconi- mette in evidenza il falso dilemma delle due possibili alternative del dopo crisi:

  1. sfuggire ai rischi, mantenendo unicamente i compiti tradizionali e creando inefficienze a carico dei clienti;
  2. procedere ad uno “spezzatino” dei grandi istituti, preparando un piano di smobilizzo della attività per i momenti difficili.

La falsità del dilemma consiste -e Masciandaro lo spiega con chiarezza estrema, appunto mettendo, come si dice in Romagna, “poca acqua nel vino”- nel fatto che le soluzioni proposte evitano di mettere al centro l’unica vera questione, quella del capitale delle banche. Che dovrebbe essere, come ricordato da Luigi Zingales in un contributo da far studiare anch’esso nelle Università, tanto più elevato quanto maggiore è la dimensione (ed invece al momento della crisi il core Tier di Unicredit era inferiore a 7) della banca che opera. Le altre soluzioni sono solo illusioni, che spostano in avanti il problema, senza risolverlo. Come ricorda Masciandaro, almeno fino alla prossima crisi.

Il candidato

Mario Draghi, Governatore della Banca d'Italia

Mario Draghi, Governatore della Banca d'Italia

Il Wall Street Journal lancia la candidatura a Governatore della BCE di Mario Draghi.

Si può dire che ci piacerebbe assai?

Illusioni monetarie e realtà

C’è una ragione chiara per cui la Bce non rialza il saggio di interesse di riferimento.

Per la prima volta dalla fine del 1998 questo è inferiore a quello dell’inflazione core.

Milano Finanza, 19 settembre 2009

Stretta sulla Vigilanza bancaria: levelling off the playing field?

Veduta di uno stadio inglese

Veduta di uno stadio inglese

La riunione di domenica del Basel Committee on Banking Supervision ha varato la cornice di un’ampia riforma della vigilanza bancaria.

Le nuove norme, che saranno articolate e precisate entro dicembre 2009 ed applicate entro il 2010, si compongono, oltre che di un ovvio -a questo punto della crisi finanziaria mondiale- rafforzamento del Tier 1, mediante l’applicazione di un criterio di calcolo più ristretto, circoscritto ad azioni ed utili e con esclusione delle azioni privilegiate, anche di un livello massimo di leverage e di un livello minimo di liquidità.

Ciò che da parte di molti commentatori non si è tardato a sottolineare è la novità relativa alla creazione di “cuscinetti anticiclici”. Da sempre, nella teoria dell’intermediazione finanziaria e creditizia, il capitale di rischio viene inteso come buffer o cuscinetto, contro le perdite dovute ai rischi di credito, di mercato ed operativi. E’ la prima volta che tale nozione viene applicata in modo tale che si possa procedere all’incremento delle riserve di mezzi propri durante le fasi positive del ciclo economico, operando parallelamente con una riduzione nelle fasi negative.

Interessanti sono anche le nuove regole, fissate per ora solo come principi, che prevedono la limitazione degli eccessi nella distribuzione dei dividendi, nel riacquisto delle azioni proprie (buy back, al fine di ridurre il numero del flottante ed elevare il dividendo unitario) e, soprattutto, nei compensi dei manager, che si vuole ancorare a performances di lungo periodo e non più di brevissimo termine.

Le finalità e gli intenti della nuova regolamentazione che si prospetta per il sistema finanziario globale sono lodevoli e condivisibili. L’entusiasmo per le regole, tuttavia, non deve fare dimenticare che il principio della vigilanza prudenziale, tesa a contemperare esigenze di competitività e di stabilità, si basa sul criterio che le “le regole del gioco sono uguali per tutti”, ovvero, il principio noto nei manuali con la metafora sportiva del “levelling off the playing field”.

Ma come nei campi da gioco l’applicazione delle regole non impedisce che vi si svolgano partite orrende ed altre bellissime, che si possa assistere ad incontri emozionanti e ad altri soporiferi, così è nel campo finanziario. L’applicazione di regole più stringenti ed efficaci, al fine di evitare nuove crisi, non genera di per se stessa una cultura economico-finanziaria, tanto nelle banche che nelle imprese e nei risparmiatori, in grado di sviluppare rapporti più consapevoli, seri, maturi. Questo compito rimane, intatto, a carico di tutti coloro che operano e che devono operare le proprie scelte quotidiane.

Che abbia ragione Tremonti?

Milano Finanza di oggi dà notizia della destinazione della liquidità ricevuta dalle banche europee dalla Bce: pare che la stessa si trovi presso la BCE.
Indubbiamente sembrano concretizzarsi le riserve e le perplessità avanzate dal Ministro dell’Economia in più occasioni, da ultimo quando ha affermato che le banche non possono avere più potere dei Governi stessi, condizionandoli.
La stagione che ci attende sarà senza dubbio fervida di opere, di novità legislative, di strette regolamentari: insomma, le regole ri-prenderanno il sopravvento. Ma le regole, come ha dimostrato la crisi, da sole non bastano: serve un diverso atteggiamento di tutti i protagonisti dello scambio finanziario. Gli intermediari finanziari e creditizi, certo: ma i risparmiatori e le imprese non possono solo lamentarsi. Devono cominciare a scegliere, consapevolmente.

Regole e domande

Jean Claude Trichet, Governatore della BCE

Jean Claude Trichet, Governatore della BCE

Toglimi una curiosità! Se le regole che hai seguito ti hanno portato sino a questo punto, a che servivano quelle regole?
Anton Chigurh Non è un paese per vecchi di Cormac McCarthy

Anton Chigurh, killer psicopatico

Anton Chigurh, killer psicopatico

Il divario dei tassi: BCE versus banche italiane.

Massimo Sideri, sul Corriere economia di domenica 30 agosto, si meraviglia della distanza fra i tassi della BCE -che nell’ultima asta hanno raggiunto l’1%- e quelli applicati dalle banche italiane per comprare casa, superiori del 2,75%. Sotto al titolo occhieggia la frase “Ai massimi da sei anni i margini degli istituti sui prestiti a famiglie e piccole imprese”.
L’articolista, che ragiona a partire dalla tesi che le banche, obviously, guadagnino sempre troppo, ritiene che gli istituti di credito utilizzeranno i fondi ottenuti a tassi così bassi per fare trading nei mercati mobiliari.
E dunque, oh meraviglia! le banche pur di guadagnare facile, non darebbero denari a imprese e famiglie.
In cauda venenum, dicevano i padri latini. Nella coda dell’articolo il grande economista Patrizio Bianchi viene scomodato per dire una verità lapalissiana, ovvero  “il sistema attuale spinge le banche ad essere molto prudenti. Le banche devono basare i propri equilibri su indici che mettono in relazione i mezzi propri con gli affidavit ponderati per il rischio. Dunque esistono solo due modi per reagire: o aumentare i mezzi propri oppure diminuire gli affidamenti più rischiosi. E’ per questo che il sistema creditizio sta reagendo in maniera molto cautelativa”.

Leggendo l’articolo viene da sorridere, perchè le banche, accusate di aver fatto da booster alla crisi con la loro condotta imprudente e scellerata, sono ora diventate rispettose delle regole, il che penalizza famiglie e Pmi e, dunque, il loro comportamento non va di nuovo bene. Ma, soprattutto, viene da sorridere perchè l’articolista finge di ignorare che proprio le famiglie sono diventate prenditori rischiosissimi in relazione allo scoppio della bolla immobiliare, anche se in Italia tale circostanza è meno evidente che altrove. E, infine: ciò che l’illustre Collega definisce come indici, altri non è che l’insieme delle regole prudenziali note come Basilea 2.

Ora, forse è il caso di mettersi d’accordo: o le regole non hanno funzionato -ed è vero, ma non in tutti i campi dell’operare delle banche: Basilea 2 ha fallito nell’ambito del rischio operativo e di mercato, non in quello del rischio di credito- e quindi vanno riformate; oppure vanno applicate e non si possono accusare le banche di farlo, anche se in ritardo. La vera questione, che tocca interessi molto vasti, diffusi e “pesanti”, riguarda gli azionisti e ciò che i managers delle banche fanno per la famosa creazione di valore.

Le grandi banche italiane vedono tutte, in posizione di preminenza nell’azionariato, nei patti di sindacato o nel gruppo di controllo, Fondazioni Bancarie che hanno sempre accettato di buon grado i risultati che i loro CEO hanno portato a casa negli anni. Ed insieme ad essi soci industriali che non si sono mai posti il problema di cosa significasse fare banca, ma che, nel calcolo del ROE prospettico, chiedevano solo che crescesse il valore del numeratore (gli utili) lasciando invariato quello del denominatore (i mezzi propri). E’ proprio la carenza di mezzi propri che ha generato la diffusione del rischio sistemico in banche che operavano con una leva esagerata e fuori controllo: e sono, nuovamente, i mezzi propri, ovvero i cordoni della borsa, ciò cui si dovrebbe mettere mano nel rimettere in carreggiata le banche.

Ma si può parlare di tutto, a quanto pare, criticare, anche pesantemente, managers e CEO che mostrano di avere il cuoio al posto della pelle: ciò che invece non si può dire mai è che, in tutto questo parlare di come uscire dalla crisi, forse sarebbe opportuno rimettere al centro del dibattito la questione della capitalizzazione e, prima ancora, del ruolo delle banche nell’economia.

La ripresa è in arrivo? Per arrivare si deve partire…

Il mossiere del Palio di Siena

Il mossiere del Palio di Siena


Se la nuova partenza dell’economia, la ripresa insomma, quella che la BCE ha intravvisto all’orizzonte, dovesse dipendere da uno start, da qualcuno che spara un colpo in aria, che abbassa la bandiera o, come dicono a Siena, che “muove”; bene, se tutto quanto dipendesse da un mossiere e questo mossiere fosse questo signore, che mi dicono essere candidato alla Presidenza della FISE (Federazione Italiana Sport Equestri), che oggi ha fatto partire il Palio di Siena, eccheppalle, con 1 ora e 40 minuti di ritardo. Bene, cioè no, male: se il mossiere fosse lui, la ripresa assomiglierebbe molto alla morte per pizzicotti.