John Maynard
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Medio-lungo termine.
“Investo come se dovessero chiudere la Borsa per cinque anni.”
Così parlò l’oracolo di Omaha, Nebraska, la guida di Berkshire Hathaway, Warren Buffett.
Si potrebbero fare tesi di laurea (ne ho fatte fare poche, in verità) sulle performances e, soprattutto, sui criteri utilizzati da Buffett per i suoi investimenti, da ultimo l’”arrotondamento” in Wal-Mart, Nestlé ed Exxon criteri improntati a realismo e ad una visione, l’unica che premia veramente in Borsa, di medio-lungo termine. Ma, soprattutto, quale migliore lezione di educazione e cultura finanziaria per gente abituata a ragionare, momento per momento, di “migliori opportunità da cogliere”, “possibilità di guadagno con…” etc..? Buffett è ammirato, perché è un uomo ricchissimo: sorprende, tuttavia, che ben pochi si cimentino a sperimentare e fare proprio un metodo che, solo, rende giustizia al concetto di risparmio rapportato al tempo ed al sacrificio.
La cultura del cambiamento e le regole: cosa (non) ha insegnato la crisi.
Massimo Mucchetti, in un editoriale di grande spessore sul Corriere on-line di oggi, stigmatizza la “finanza che non cambia”. Che macina profitti come prima e come se niente fosse, che vede infastidita l’ipotesi di una regolazione più stringente invocata dalla FSA inglese, che mette all’angolo i produttori e l’economia reale.
E invoca, in finale, almeno una regolamentazione più stringente, il ritorno del Glass-Steagall Act, in generale qualcosa che, almeno a livello normativo, possa evitare che cassandre come Nouriel Roubini abbiano, in ultimo, ragione.
Probabilmente è vero. Probabilmente ha ragione Mucchetti, ha ragione il Gran Borghese Guido Rossi, hanno ragione quelli della FSA. Ma ci sarebbe da fare un lavoro sottotraccia, più importante di mille regole e di nuova legislazione. E’ il lavoro, che solo può portare al cambiamento, sulla cultura e sulla mentalità, è un lavoro di educazione. Che parte dalle scuole e non finisce nell’università: perchè poi diventa il lavoro della vita.
Bet and win

Da storia di copertina di Plus24, al settimana di finanza e risparmio (sic) de Il Sole 24 Ore del 17 ottobre 2009.
“Come approfittare del dollaro debole. Coprire il rischio è conveniente per i risparmiatori nel breve termine e per chi esporta”
“Wall Street adesso è meno cara. Le azioni Usa sono a sconto ma i dividendi saranno bassi”
“E se il rimbalzo fosse dietro l’angolo? Stabile sull’euro a tre mesi (1,50) C’è chi ipotizza il recupero (1,30) a giugno 2010″
“E’ ora di puntare sull’Australia”
Cultura finanziaria o esame al British Institute?
Una meritoria iniziativa del Sole 24Ore consente a chiunque (l’ho fatto anch’io, ho preso un bel voto e sono contento) di verificare il proprio grado e livello di preparazione finanziaria. Attraverso 20 domande, il lettore viene valutato e gli viene attribuito un voto. Qual’è il problema? Che, leggendo le domande, si ha l’impressione che ciò che serve veramente sapere è il gergo tecnico e, soprattutto, l’inglese, quel tipo di inglese utilizzato nella prassi e nel linguaggio economico-finanziario degli addetti ai lavori di ogni giorno. Siamo certi che la cultura finanziaria, quel concetto tanto importante da aver stimolato nel sottoscritto la creazione di questo blog, passi attraverso quelle domande? E che, al contrario, non rischi di essere fuorviante, facendo rientrare dalla finestra ciò che era uscito dalla porta della crisi?
No risk? Eccessi ed educazione finanziaria
Orazio Carabini, giornalista del Sole 24 Ore, ha scritto un libro intitolato Generazione no risk. Elementi di autodifesa per risparmiatori. Nella presentazione, sul quotidiano in edicola oggi, il libro viene descritto come “una sorta di vademecum per difendersi dalle trappole della finanza”.
Nel servizio si afferma che dal libro emergono tre lezioni:
1)-”non vale la pena correre rischi inutili con gli investimenti finanziari: meglio gestire i propri risparmi tra depositi e titoli di Stato”;
2)-”la banca è un’impresa e come tale si preoccupa soprattutto della sua redditività”;
3)-c’è “un’arma da affilare: l’educazione finanziaria.”
Ora, questo blog è nato, più di un anno fa, proprio per la consapevolezza di quanto sia importante il tema dell’educazione finanziaria.
Tema che la crisi ha reso ancora più attuale, ma che non è nato, certamente, con essa. Il libro di Carabini, per come viene presentato, mette insieme buoni propositi (il tema dell’educazione finanziaria, quello dell’approfondimento personale da parte dei risparmiatori) con una scelta che, qualunque studente potrebbe documentarlo, non ha alcun senso in un’ottica di corretta allocazione del risparmio, a meno che tutti i risparmiatori non abbiano come unica esigenza quella di risparmiare investendo in titoli sicurissimi a brevissimo termine.
Eliminare dal portafoglio dei risparmiatori le azioni, per la semplice ragione che sono rischiose, significa appiattire le esigenze dei risparmiatori stessi, fingendo che siano tutte uguali e che, soprattutto, l’unica guida nelle scelte di investimento sia rappresentata dalla paura. Paura che se, talvolta, può fare premio sugli altri criteri, non può diventare l’unico sul quale basare le proprie scelte. Educare significa introdurre alla realtà, secondo la totalità dei suoi fattori, come qualcuno ci ha insegnato. Ovvero tenere conto di tutti i fattori in gioco: avere paura e consigliare esclusivamente depositi e titoli di Stato significa, invece, fuggire dalla realtà, esattamente il contrario dell’educazione.
Ancora sui rendimenti nulli o negativi: disinformazione e (in)cultura finanziaria
Si fa, giustamente, un gran parlare del rendimento prossimo allo zero, quando non negativo, tenuto conto delle commissioni, dei titoli di Stato a breve scadenza, che proprio per tali caratteristica -solidità dell’emittente e durata- stanno nella parte bassa della curva che combina rischio e rendimento.
A prescindere dal fatto che già basterebbe questa riflessione per comprendere che la meraviglia è fuori luogo, in Italia sembra tuttora mancare la percezione della differenza fra rendimento reale e rendimento nominale, ovvero la consapevolezza della differenza fra rendimenti nominali e quel numero che rappresenta l’andamento del costo della vita. Poichè l’inflazione non è mai stata così bassa, makes it sense, come direbbero Oltremanica, che i rendimenti delle attività finanziarie prive di rischio ed a scadenza brevissima sia altrettanto bassa.
A quanto pare -anche se non solo nel nostro Paese, come dimostrato da studi americani- la questione dell’educazione finanziaria chiede di essere messa al centro del dibattito circa il rapporto fra cittadini, banche, imprese, risparmio e investimenti: e, finalmente, approfondita.
Altrimenti, fra le altre cose, continueremo a vedere prezzi, tassi, salari -come suggeriscono Akerlof e Shiller con grande realismo- con il velo monetario a generare l’illusione.
“Usare il denaro come unità di conto significa che le persone pensano in termini monetari: significa che i contratti sono espressi in termini monetari, e che la contabilità è condotta in termini nominali. E molte leggi, compresa quella del prelievo fiscale, sono formulate in termini monetari.”
Akerlof e Shiller, Spiriti animali, Rizzoli 2009
Informazione societaria: la tempestività delle semestrali
Se Fiat taglia per prima il traguardo della pubblicazione dei conti semestrali, avvenuta il 22 luglio u.s., sono ancora molte le società che brillano per la loro assenza.
Fra esse, ma era difficile dubitarne, vista l’entità della crisi, Mariella Burani Fashion Group, di cui ci siamo occupati e continueremo ad occuparci in questo blog.
Se la palma del più tempestivo va data a Marchionne, il quale ben altri meriti, evidentemente, ha acquisito, stupisce il ritardo, ormai di due mesi, nella pubblicazione dei conti di aziende che, per struttura, organizzazione, management e risorse dovrebbero avere con prontezza e rapidità tutto sotto controllo, giorno per giorno.
Stupisce, soprattutto, che questo non accada per un Gruppo, MBFG appunto, che non solo ha offerto pessime notizie ai suoi azionisti, dai conti di periodo alla proposta di aumento di capitale, ma, in aggiunta a tali non commendevoli performances, non tiene aggiornato il mercato sullo stato dell’arte.
Intendiamoci, i tempi -formalmente- sono rispettati. Ma fra il rispetto formale delle regole e la sostanza, passa una sensibilità che può essere data solo da un certo tipo di cultura finanziaria ed imprenditoriale. E questa, come lo stile, non è democraticamente diffusa fra la popolazione.
Italiani insolventi

Oggi si dà conto della sempre minore solvibilità degli italiani, che onorano sempre meno assegni, cambiali e tratte. L’immancabile crisi è, ovviamente, colpevole di tutto. Questa affermazione dimentica che da tempo le cambiali e le tratte hanno perso la loro forza coercitiva, anzitutto morale, nei confronti di chi le sottoscrive a cuor leggero. Il protesto non è più un marchio d’infamia, non viene più percepito come tale. Lo stesso, mutatis mutandis, può essere detto dell’assegno.
Ciò che preoccupa non è tanto la presunta evidenza circa la riduzione del reddito e del tenore di vita degli italiani, dunque la loro maggiore povertà. Ciò che dovrebbe preoccupare e che, al contrario, viene spesso sottaciuto, è proprio la scarsa consapevolezza dell’atto, in sè, di indebitarsi, di pagare, di onorare i propri impegni. Atti la cui importanza viene meno rispetto all’imperativo di consumare o di dover consumare: non si sta parlando, ad evidenza, di chi è in lotta per la sopravvivenza, bensì di tutti coloro che, in funzione di un modello di consumi del tutto astratto ed irrealistico, prima si preoccupano di poter spendere, per poi, senza troppa ansia, capire come faranno a pagare. Si tratta, nuovamente, di mancanza di educazione.
Stop ai superbonus anche a Londra

Giunge notizia da Londra che il Cancelliere dello scacchiere, Alistair Darling, ha annunciato una legge per limitare i bonus e gli incentivi ai manager bancari, non limitato alle sole banche nazionalizzate, ma esteso all’intero sistema.
Darling, mentre in un’intervista al Sunday Times depreca “le conseguenze disastrose della cultura del bonus”, dichiara anche di “(..) non essere contrario agli incentivi in generale” e che “va semmai ribaltata la filosofia che vi sta dietro”. Ecco, appunto, la filosofia: oppure cultura, concezione, weltanschauung, possiamo chiamarla in tanti modi. Ma di filosofia o concezione del mondo, si tratta, non di regole. E invece, al solito, questo dopo crisi sembra portarci solo nuove regole. Peraltro di dubbia efficacia, se è vero che stessa Financial Services Authority (FSA) non è riuscita ad imporre uno stile più morigerato alla City: e, soprattutto, se è vero che limitare gli incentivi ex-lege difficilmente spingerà i manager migliori verso le poltrone delle banche sotto accusa.
Anniversari: due anni dalla crisi.

Sono già passati due anni dall’inizio della crisi: come si dice in Romagna, non avrei mai “creso”. Ovvero, non sembra che da 24 mesi si stia trascinando questo fenomeno sul quale molti si sono esercitati, discettando di cause e di colpevoli, invocando regole, giri di vite, cantando il De Profundis per il sistema capitalistico e quanto altro.
Abbiamo avuto domande oziose, come quella della Regina Elisabetta II agli economisti -come mai non avete previsto tutto questo?- e risposte altrettanto oziose, ovvero gli economisti medesimi -non abbiamo avuto abbastanza fantasia (sic)-. con buona pace del prof.Preti su il sussidiario.net di qualche giorno fa, non credo che l’osservazione, a lui ed a me stesso ben nota, che “molta osservazione e poco ragionamento conducono all’errore, molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità” abbia a che fare con la fantasia. Credo, molto più semplicemente, che la questione sia quella di ricordare che l’economia non è una scienza esatta, ma una scienza sociale. In altre parole, stiamo parlando di comportamenti di persone.
Non oso avventurarmi sugli insegnamenti della crisi e su quanto abbiamo appreso in questi due anni. So solo che la crisi ha rimesso al centro di tutto la responsabilità personale, quella di chiunque, nel lavoro, in famiglia, nelle scelte di consumo, della banca con cui lavorare, degli impianti da acquistare e della crescita da perseguire.
“Se ci fosse un’educazione del popolo, tutti starebbero meglio”. Quello che ci ha insegnato don Giussani vale anche per la crisi, perchè l’educazione, anche finanziaria, continua a mancare.


