John Maynard

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Archivio per Disoccupazione

Imprese che resistono: storie italiane dalla crisi.

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In una lettera al Direttore, apparsa sul Corriere della Sera di domenica 11 ottobre, il Sig.Davide Galli, imprenditore della provincia di Varese, individua alcuni spunti di dibattito interessanti, a partire dai quali sarebbe utile e proficuo ragionare, non solo per i pubblici poteri, ovviamente chiamati in causa, ma anche per le banche e per le stesse imprese. Tralascio, di proposito, la questione del rapporto banca-impresa, per riprenderla per ultima, anche se Galli, ne parla subito, all’inizio, affermando: “(..) non ci si venga a raccontare che l’accesso al credito è facile.”

Galli parla anzitutto dei Confidi e del ruolo che potrebbe avere, per rafforzarne patrimonialmente l’operatività, la scelta di dirottare l’importo dei Tremonti-bond rimasti inoptati a loro favore. E’ una buona idea che tuttavia dimentica, almeno a mio avviso, che i Tremonti-bond sono strumenti ibridi di rafforzamento del capitale, ovvero costosi per chi li sottoscrive. Occorrerebbe modificarne radicalmente la natura (da titoli di credito per il tesoro, a versamenti a fondo perduto per rafforzare il capitale dei Confidi), ma questo avrebbe ripercussioni sulla spesa pubblica non propriamente commendevoli. Lasciandoli così come sono, ovvero strumenti di debito remunerati a tassi più alti di quelli di mercato, pochissimi Confidi sarebbero in grado di sottoscriverli.

Nella lettera si affronta il discorso fiscale, che anche Emma Marcegaglia ha, quasi contestualmente, richiamato, rammentando che le imposte e le tasse sul lavoro e sull’impresa sono troppo alte. Quanto a chi scrive, una delle più grandi delusioni che questo Governo rappresenta è certamente il mancato intervento in tema di detassazione, riduzione dell’imposizione fiscale, liberalizzazioni.

Il Sig.Galli, infine, dice due cose fondamentali, che sarebbe opportuno ricordare anche per il dopo, per quando, cioè, dalla crisi si sarà usciti e si dovranno individuare i partners per lo sviluppo. Egli afferma, testualmente, di essere “(..) riuscito a sopravvivere in questo periodo anche grazie ad Artigianfidi Varese, che ha fatto da tramite con gli istituti di credito, ed alla sensibilità di alcune filiali locali che ancora oggi cercano di dialogare con i clienti. Ma la morsa del credito si sente. In questo momento, però, voglio premiare quelle banche che dal territorio non si sono mai allontanate. Quelle territoriali per storia e quelle territoriali per vocazione che hanno deciso che la moral suasion, da sola, non serve a nulla.”

E, ancora più importante, la volontà di impedire licenziamenti anche mettendo mano al capitale, secondo una tradizione tipicamente lombarda, come assicura il sig.Galli.

Piace, di questo intervento, la consapevolezza e l’atteggiamento di chi, dentro di se, sa già che non vuole chiudere, prima di tutto personalmente, nel proprio cuore. Un atteggiamento ed una consapevolezza che si esprimono in scelte chiare, quelle di ricapitalizzare, quelle di non considerare le banche un unica entità indistinta ma soggetti diversi, che interpretano diversamente il loro ruolo. Se l’atteggiamento del sig.Galli sarà anche quello di tanti suoi colleghi, il nostro Paese uscirà dalla crisi non solo prima, ma anche meglio degli altri.

Solo un’osservazione finale, sul punto che, in realtà, è stato toccato per primo. L’accesso al credito, ritenuto “non facile”.

Il credito facile, indirizzato verso impieghi speculativi, ha generato la crisi, nei modi e nei tempi che sappiamo. Non è un problema che riguardi le imprese, specie se Pmi, ma  è bene ricordarlo. Ciò che andrebbe sottolineato è che il credito non potrebbe e non dovrebbe mai essere facile, perché compito del sistema bancario, in un’economia di mercato sana, è consentire la migliore allocazione delle risorse e questo obiettivo può essere conseguito solo attraverso uno scrutinio del merito di credito che sia serio e severo. Le banche locali, quelle che più di tutte hanno aiutato l’impresa del sig.Galli, non sono banche che regalano denari: e tutte le banche, piccole o grandi, hanno una responsabilità enorme, davvero di rilievo sociale, nei confronti di tutti i risparmiatori che portano loro denari. Bisogna aiutare le banche a capire fino in fondo in quali condizioni lavora l’impresa. Duole dirlo, ma su questo punto il sistema imprenditoriale italiano ha ancora molta strada da fare, dal punto di vista della trasparenza, della consapevolezza, della capacità di distinguere i partners bancari dai fornitori di soldi. Ma come la storia della Scuola d’Impresa cui abbiamo partecipato quest’anno insegna, se ci sono molti imprenditori come il sig.Galli, possiamo volgerci al futuro e lavorare per esso con molta più fiducia.


Se (cala il Pil)

Se la teoria del tasso naturale è corretta, implica gravi conseguenze per la politica monetaria. Se è corretta, abbiamo poco da perdere ponendoci obiettivi di inflazione molto bassi. Con un target di inflazione pari a zero, la stabilità a lungo termine si può ottenere senza conseguenze negative permanenti. In media, in un lungo arco di tempo la disoccupazione non influenzata dalla scelta del target di inflazione.

Se invece la teoria del tasso naturale non è corretta, ed esiste una relazione inversa nel lungo periodo tra inflazione e disoccupazione, allora un target di inflazione pari a zero è una cattiva politica economica. L’aumento dell’1,5% calcolato nel tasso di disoccupazione farebbe una grande differenza. In temrini umani, per gli Stati Uniti un aumento del genere renderebbe disoccupate 2,3 milioni di persone: più di tutti gli abitanti -uomini, donne e bambini- delle città di Boston, Detroit e San Francisco messe insieme. Farebbe calare il Pil di oltre 400 miliardi di dollari all’anno.

G.A.Akerlof, Robert J.Shiller, Spiriti Animali, Rizzoli

Miopia

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Il Foglio del 15 settembre ci ricorda, con la consueta sintetica ed efficace eleganza, che la crisi, per molti, è stata occasione non per investire, ma per ristrutturare: ovvero, in preda alla miopia, licenziare, ridimensionare, fare ciò che in tempi normali non si sarebbe potuto fare, per mancanza di coraggio o di cinismo. Applicando, nel fare impresa, ciò di cui si è accusato le banche, ovvero un’ottica di breve periodo: miope, appunto.

La crisi, grazie a Dio, per molti è stata ed è un’occasione per riprendere in mano il significato di fare impresa ma, soprattutto, per rimettere al centro della fatica di ogni giorno la responsabilità personale. Se chiudo, sono anzitutto io a farlo: e se non chiudo, è la mia persona e la mia coscienza che rimangono aperte, come ci ricordano alcune significative testimonianze già pubblicate.

Someone’s Gotta Go (qualcuno deve andarsene).

Mi era sfuggita la notizia, apparsa oltre un mese fa sul Sole 24 Ore del 30 luglio, di un nuovo reality, Someone’s Gotta Go, appunto, made in USA, che la Endemol ha messo in programmazione per gli Stati Uniti.
Aziende con nome e cognome, PMI, con un numero di dipendenti che va da 8 a 15, si mettono sotto le telecamere del reality: poichè la fatidica frase “sei stato nominato!” nel reality in questione equivale al licenziamento, saranno gli stessi dipendenti a deciderne lo sfortunato destinatario.
Lo show non dovrebbe essere tale da indurre la mera spettacolarizzazione delle scelte, la partecipazione di esperti e consulenti dovrebbe consentire ai dipendenti dell’azienda in questione di diventare più consapevoli, approfondendo gli aspetti della propria professione.
Mi restano delle perplessità di fondo, pur stemperate dalla consapevolezza delle diversità culturale degli USA rispetto al nostro Paese. Ma non riesco a vedere completamente in negativo, perlomeno come conseguenze, che, come afferma David Goldberg, responsabile per gli States di Endemol, “dall’esperienza delle prime puntate (sia) emerso che è meno pesante per un licenziato discutere con i colleghi l’uscita dall’azienda, piuttosto che ricevere un’asettica lettera dell’ufficio del personale, che dice la stessa cosa.”

Buone previsioni, buona ripresa 2: notazioni dal passato

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“Il calo di fiducia è una grave debolezza nazionale. Lo definiremmo un pericolo e un disastro, se non fosse che queste parole sono ormai banalità per l’uso esagerato e ipocrita che ne è stato fatto; perchè sarebbe quasi impossibil sovrastimare la perdita che la nazione infligge a sè stessa con questa sfiducia. Il numero dei disoccupati aumenta ogni settimana, in parte perchè la sfiducia impedisce di creare o sviluppare imprese che potrebbero fornire lavoro. Il Paese perde altri mercati esteri, perchè troppo spesso manca la fiducia per impegnarsi nella produzione su larga scala che è necessaria per conservare quei mercati. Fiducia, fiducia e ancora fiducia è ciò che serve per risollevare le aziende che vegetano nei più profondi recessi della disperazione: la fiducia dell’opinione pubblica che possa penetrare e ridare energia a queste aziende, perchè ritrovino fiducia in sè stesse. E’ chiaro che la fiducia qui smette di essere soltanto la ricompensa opzionale per un buon servizio e diventa il dovere semplice ed imprescindibile di ogni cittadino.”

“Calisthenes”, The Duty of Confidence, The Times 1931.

Imprese e lavoro che non si trovano.

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Sergio Rizzo dà notizia sul Corriere di oggi della stranezza di una situazione di crisi che, alla vigilia di una temuta ripresa autunnale, vede imprese, soprattutto artigiane e dunque Pmi, offrire posti di lavoro che non trovano incontro nella domanda. E, inoltre, la singolarità di imprese neo-costituite, operanti in settori nei quali più forte è la domanda di dipendenti e collaboratori (Rizzo cita, fra gli altri, panifici e parrucchieri).
Qualche riflessione al volo, pur non essendo un economista del lavoro.
Sarebbe anzitutto interessante indagare sulle motivazioni del rifiuto di accettare certi tipi di lavoro, che personalmente ritengo essere spesso figlie di una cultura del lavoro che lo vede come una parentesi necessaria in mezzo alla vita vera, da passare facendo meno fatica possibile e prendendo uno stipendio che sia più elevato possibile. Tornerebbe in gioco, di nuovo, la questione del significato, tanto più importante nel lavoro perchè questo, come è stato autorevolmente ricordato, permette la realizzazione della persona.
L’altra spiegazione non è necessariamente negativa, ma andrebbe indagata. La molla che genera la neo-imprenditorialità dove risiede? Nel desiderio di indipendenza assicurato dall’essere il padrone, nel non dover rendere conto a nessuno? Ovvero, in definitiva, in una mancanza di responsabilità di fondo? Oppure, come sarebbe auspicabile, in un desiderio di rischiare e di mettersi in gioco, mettendosi alla prova senza paura di fare fatica, impegnarsi, lavorare duro.
Non ho una risposta per queste domande, ma l’esperienza di questi anni mi dice che l’educazione al lavoro comincia nella famiglia e nella scuola, perchè fa parte dell’educazione alla vita. E se nessuno educa, poi le persone scelgono senza criterio, come, appunto, traspare dall’articolo di Rizzo. Infine, in queste note, non è possibile non richiamare la responsabilità dell’Università che li formano e, dopo la laurea, dei professionisti che seguiranno i neo imprenditori. Veramente il lavoro da fare sul lavoro è tanto.

I licenziamenti dell’INNSE: uno sguardo realistico

Il giuslavorista Piero Ichino, sul Corriere di ieri, 5 agosto, commentando la situazione venutasi a creare alla INNSE, con l’occupazione delle gru da parte di 4 operai che tentano in questo modo di impedire il legittimo smontaggio degli impianti, già venduti, esprime un punto di vista non solo pacato, ma soprattutto realistico, che tiene conto cioè di tutti i fattori in gioco. Riuscendo, nel contempo, a giudicare efficacemente la stanca ripetitività dei comportamenti sindacali: io stesso, a 51 anni, non ricordo di avere assistito a situazioni analoghe a questa che non si concludessero con un’occupazione.
Due osservazioni.
La prima è che veramente la questione riguarda l’azienda e gli operai: e fatto salvo il diritto dei secondi ad essere aiutati nell’outplacement, non è possibile pensare che il diritto al lavoro possa andare sempre e comunque contro il conto economico.
La seconda deriva da un’esperienza personale: quando lo scorso anno, nel pieno infuriare della crisi, si è dovuto procedere, nell’ambito della ristrutturazione di una società di consulenza con la quale collaboro stabilmente, a tenere a casa tre persone, le stesse sono state accompagnate ed aiutate a trovare lavoro. E non solo lo hanno trovato, a conferma di quanto dice Ichino sul fatto che la ricerca del lavoro dura in media molto poco: ma, soprattutto, si sono stupiti che il “padrone” si preoccupasse di loro, al punto tale che una circostanze simile, lungi dal diventare elemento di rottura di rapporti e relazioni, li ha addirittura, rinsaldati.

Paradossi della crisi: concordare la Cassa Integrazione e non riuscire a farla

Da tempo seguo, con simpatia ed amicizia, un imprenditore veneto, attivo nel settore della manifattura tessile. Un uomo di grande capacità tecnica e professionale, sempre all’avanguardia nella ricerca di soluzioni ed idee, grande sperimentatore. Un uomo con clienti importanti, con un’impresa internazionalizzata, che ha in parte decentrato la propria attività, spostandosi progressivamente dall’Estremo Oriente verso Occidente, fino a trovare un’accettabile combinazione di qualità e prezzo, tale da soddisfare i suoi clienti e le esigenze del conto economico.
Il nostro imprenditore, tuttavia, risente anch’egli della crisi: si dà da fare e si impegna, cerca nuovi clienti, possibili nuove forniture e mercati di sbocco, finchè, comprendendo che le c.d.”risorse umane” non sono assimilabili ad un barile di kerosene, e non solo per ragioni contrattuali, concorda tempestivamente con le RSU tempi e modi di applicazione della Cassa Integrazione, al fine di ridurre il costo del lavoro durante il periodo della crisi.
Un’ordinaria storia industriale, almeno fin qui: ma non è proprio così come sembra.
Perchè il nostro ha sì concordato la CIG con i sindacati, ma non ha fatto i conti con il mercato: che a lui come a tanti, in questo momento, chiede comunque prodotti di qualità, a prezzi scontati, ma li chiede.
Risultato? Sarebbe ora di mandare il personale in CIG, ma non è possibile, perchè i clienti scalpitano e vogliono le loro commesse consegnate tempestivamente. E’ vero, come dice il mio amico, si lavora di più e si guadagna di meno: ma si tiene il punto.
E’ proprio vero, “Io non chiudo”, come titolava sul numero di aprile della rivista Tracce un articolo che riportiamo nella sezione Citazioni del Blog. Io non chiudo, ovvero la responsabilità di stare di fronte alla realtà, anche se c’è la crisi, rimane tutta la mia, anche se è difficile e faticoso. Ma storie come questa, e quelle che vengono raccontate nell’articolo, insegnano che è possibile.

Disoccupazione e università

NEW YORK – Una ragazza di 27 anni, laureata e disoccupata, ha fatto causa alla sua universita’ chiedendo 70mila dollari di rimborso – il costo del suo corso al Monroe College di New York – perche’ non riesce a trovare lavoro nonostante la laurea. Secondo Trina Thompson il college non le ha dato le indicazioni e i consigli che aveva promesso. Dal canto suo l’universita’ si difende sottolineando che aiuta sempre i suoi studenti a trovare lavoro dopo la laurea. (RCD)
Fin qui la notizia, riportata nelle brevi del Corriere on-line.
Difficile non stupirsi, pensando che avviene nella patria della libertà, della libera iniziativa, della responsabilità personale, dove nulla è garantito. Ma se non si trova (non sempre almeno) lavoro in Italia, dove purtroppo il titolo di laureato ha ancora valore legale, come è pensabile che tutto questo sia garantito negli USA? Ci sarebbero, ad evidenza, molte cose da indagare, dalle caratteristiche degli studi svolti, fino alle inclinazioni della studentessa, al suo temperamento, ad i suoi orientamenti e preferenze sulla professione: oltre che, naturalmente, delle pretese economiche, di inquadramento etc…
Resta tuttavia difficile da immaginare che sia accaduto, e proprio negli States: se sparisce il senso di responsabilità Oltreoceano, che cosa accadrà nella vecchia Europa?