John Maynard

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Archivio per Educazione

Adoro insegnare (2)

Ero uscito dall’aula, mentre stavano facendo un esercitazione. Quando sono tornato ho trovato, del tutto inaspettato, il dono dell’acqua -che qualcuno mi aveva procurato- e delle caramelle. Totale gratuità ed una sensazione, che nessun compenso può eguagliare, che si siano create intesa e complicità, che sia nato un rapporto. Quel rapporto che viene fuori solo nelle aule, fra persone che crescono insieme, imparano, diventano più ricche.

Grazie.

L’errore di puntare sull’etica anziché sull’educazione.

L’individualismo è un tentativo di risolvere i problemi vecchio come l’uomo, implicando il rapporto tra il proprio bene e il bene altrui, la tensione tra io e comunità. Il fatto di non vivere da soli, bensì di essere sempre all’interno di una comunità, ci costringe a decidere in continuazione il modo di affrontare questo paradosso.
Noi siamo chiamati a vivere questa sfida in un contesto culturale in cui la risposta a questa tensione sembra palese: l’individualismo. Detto con una frase: io raggiungo meglio il mio bene se prescindo dagli altri. Di più: l’individualista vede nell’altro una minaccia per raggiungere lo scopo della propria felicità. È quanto si può riassumere nello slogan che definisce l’atteggiamento proprio di questa mentalità: homo homini lupus.
Ma dicendo così lamodernità simostra incapace di dare una risposta esauriente, vale a dire che contempli tutti i fattori in gioco. Infatti
la concezione individualista risolve il problema cancellando uno dei poli della tensione. E una soluzione che deve eliminare uno dei fattori in gioco, semplicemente, non è una vera soluzione.
Fino a quale punto questa impostazione è sbagliata si vede dal fatto, emerso clamorosamente, della sempre più urgentemente sentita richiesta di regole. Quanto più l’altro è concepito come un potenziale nemico, tanto più viene a galla la necessità d’un intervento dall’esterno per gestire i conflitti. Questo è il paradosso della modernità: più incoraggia l’individualismo, più è costretta a moltiplicare le regole permettere sotto controllo il “lupo” che ognuno di noi si rivela potenzialmente essere.
Il clamoroso fallimento di questa impostazione è oggi davanti a tutti, malgrado i tentativi di nasconderlo. Non ci saranno mai abbastanza
regole per ammaestrare i lupi.
Questo è l’esito tremendo quando si punta tutto sull’etica invece che sull’educazione, cioè su un adeguato rapporto tra l’io e gli altri.
Ma non è tanto l’incapacità delle regole a costituire il problema. La vera questione è che l’individualismo è fondato su un errore madornale: pensare che la felicità corrisponda all’accumulo.

In questo la modernità dimostra ancora una volta lamancanza di conoscenza dell’autentica natura dell’uomo, di quella sproporzione strutturale di leopardiana memoria.
Per questo l’individualismo, ancor più che sbagliato, è inutile per risolvere il dramma dell’uomo.
Inoltre occorrerebbe aggiungere anche un ulteriore inganno, proclamato dal potere dominante: che si possa essere felici a prescindere dagli altri.

Julian Carròn, intervento all’assemblea della CdO, Assago, 22 novembre 2009

Medio-lungo termine.

“Investo come se dovessero chiudere la Borsa per cinque anni.”

Così parlò l’oracolo di Omaha, Nebraska, la guida di Berkshire Hathaway, Warren Buffett.

Si potrebbero fare tesi di laurea (ne ho fatte fare poche, in verità) sulle performances e, soprattutto, sui criteri utilizzati da Buffett per i suoi investimenti, da ultimo l’”arrotondamento” in Wal-Mart, Nestlé ed Exxon criteri improntati a realismo e ad una visione, l’unica che premia veramente in Borsa, di medio-lungo termine. Ma, soprattutto, quale migliore lezione di educazione e cultura finanziaria per gente abituata a ragionare, momento per momento, di “migliori opportunità da cogliere”, “possibilità di guadagno con…” etc..? Buffett è ammirato, perché è un uomo ricchissimo: sorprende, tuttavia, che ben pochi si cimentino a sperimentare e fare proprio un metodo che, solo, rende giustizia al concetto di risparmio rapportato al tempo ed al sacrificio.

I soldi per la ricerca: insegnare, comunque, si può.

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Palazzo Battiferri, Urbino, sede della Facoltà di Economia

In attesa di conoscere che fine faranno i fondi per la ricerca universitaria, qualche Collega, giovane e non, potrebbe venirsi a fare un giro nella mia università, quella di Urbino. Scoprirebbe uno sparuto gruppetto (siamo 40, alla soglia del numero legale) di docenti universitari, di ogni ordine e grado, giovani e vecchi, che da circa 7 o 8 anni non vedono un centesimo di fondi di ricerca. Ergo, siccome continuano a pubblicare, sottoscritto compreso, i fondi per ricercare se li trovano nel borsellino: e neppure pubblicano schifezze, se è vero che per la qualità della ricerca siamo ben piazzati. Continuiamo a scrivere, a ricercare, a pubblicare, ma soprattutto continuiamo a insegnare. Che è comunque il mestiere principale per il quale siamo pagati. E sul quale, a quanto pare, nel futuro saremo più puntualmente giudicati.

La cultura del cambiamento e le regole: cosa (non) ha insegnato la crisi.

Massimo Mucchetti, in un editoriale di grande spessore sul Corriere on-line di oggi, stigmatizza la “finanza che non cambia”. Che macina profitti come prima e come se niente fosse, che vede infastidita l’ipotesi di una regolazione più stringente invocata dalla FSA inglese, che mette all’angolo i produttori e l’economia reale.

E invoca, in finale, almeno una regolamentazione più stringente, il ritorno del Glass-Steagall Act, in generale qualcosa che, almeno a livello normativo, possa evitare che cassandre come Nouriel Roubini abbiano, in ultimo, ragione.

Probabilmente è vero. Probabilmente ha ragione Mucchetti, ha ragione il Gran Borghese Guido Rossi, hanno ragione quelli della FSA. Ma ci sarebbe da fare un lavoro sottotraccia, più importante di mille regole e di nuova legislazione. E’ il lavoro, che solo può portare al cambiamento, sulla cultura e sulla mentalità, è un lavoro di educazione. Che parte dalle scuole e non finisce nell’università: perchè poi diventa il lavoro della vita.

Un progetto di vita.

Robert_Doisneau

L’imprenditore (..) ritrova se stesso, il suo senso profondo nell’esprimere i suoi talenti, nel partecipare al buon funzionamento dell’impresa, e quindi proiettandola oltre l’impresa, verso il bene comune. Non esiste decisione imprenditoriale che non influenzi la comunità; tutto, dalla politica die prezzi ai salari, dalla contrattazione ai mercati, dai prodotti agli investimenti alla pubblicità, influsice sull’ambiente.

Reciprocamente, tutto ciò che accade nella comunità ha ricadute sull’impresa: correnti culturali, decisioni governative e parlamentari, gruppi di pressione, opinione pubblica, mass media.

Per l’imprenditore l’impresa è anzitutto un progetto di vita.

Comitato per il progetto culturale della CEI La sfida educativa, Laterza 2009

Adoro insegnare

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Adoro insegnare letteratura. Di rado mi sento così bene come quando sono qui con le mie pagine di appunti, i miei testi sottolineati e persone come voi. Per me non c’è altro nella vita che valga l’ora di lezione. A volte, quando siamo nel mezzo di una discussione -quando ad esempio uno di voi con una sola frase è arrivato al cuore del libro di cui si parla-, vorrei urlare: “Amici miei, tenetevi cari questi momenti!” Perché? Perché una volta usciti di qui accadrà di rado, se non mai, che qualcuno vi parli o vi ascolti nel modo in cui vi parlate e ascoltate fra voi e con me in questa stanzetta spoglia e luminosa.

Philip Roth, Il professore di desiderio, Einaudi

Multikulti: una distante coabitazione.

My_beautiful_laundrette

Il sistema scolastico è essenziale. Quello pubblico inglese va cambiato. (..) Io credo nell’integrazione. Un immigrato deve assimilarsi alla realtà del Paese che lo ospita. Non funzionano tanti nuclei etnici costretti ad una distante coabitazione.

Kemi Adegoke, nigeriana, 29 anni, passaporto inglese, ingegnere.

Intervista a Leonardo Masiano, Il Sole 24Ore, 7 ottobre 2009

Abusare del welfare è dis-educazione

Portobello Market

I problemi sono con le seconde generazioni. Sono loro che finiscono per abusare del welfare rifiutando i lavori che esercitavano i padri e che sbrigano sempre i nuovi arrivati. La differenza la fa l’individuo, la capacità di crederci e di provare.

Kemi Adegoke, nigeriana, 29 anni, passaporto inglese, ingegnere.

Intervista a Leonardo Masiano, Il Sole 24Ore, 7 ottobre 2009

Welfare e luoghi comuni

Cassiera_supermercato

Se mi fossi affidata ai luoghi comuni della sinistra sarei finita a fare occasionalmente la cassiera in un supermercato della periferia. Con tutto il rispetto per chi sta alla cassa e per le periferie. Magari con qualche indennità pubblica, in cambio di un futuro gettato al vento.

Kemi Adegoke, nigeriana, 29 anni, passaporto inglese, ingegnere.

Intervista a Leonardo Masiano, Il Sole 24Ore, 7 ottobre 2009

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