John Maynard

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Archivio per Felicità

L’errore di puntare sull’etica anziché sull’educazione.

L’individualismo è un tentativo di risolvere i problemi vecchio come l’uomo, implicando il rapporto tra il proprio bene e il bene altrui, la tensione tra io e comunità. Il fatto di non vivere da soli, bensì di essere sempre all’interno di una comunità, ci costringe a decidere in continuazione il modo di affrontare questo paradosso.
Noi siamo chiamati a vivere questa sfida in un contesto culturale in cui la risposta a questa tensione sembra palese: l’individualismo. Detto con una frase: io raggiungo meglio il mio bene se prescindo dagli altri. Di più: l’individualista vede nell’altro una minaccia per raggiungere lo scopo della propria felicità. È quanto si può riassumere nello slogan che definisce l’atteggiamento proprio di questa mentalità: homo homini lupus.
Ma dicendo così lamodernità simostra incapace di dare una risposta esauriente, vale a dire che contempli tutti i fattori in gioco. Infatti
la concezione individualista risolve il problema cancellando uno dei poli della tensione. E una soluzione che deve eliminare uno dei fattori in gioco, semplicemente, non è una vera soluzione.
Fino a quale punto questa impostazione è sbagliata si vede dal fatto, emerso clamorosamente, della sempre più urgentemente sentita richiesta di regole. Quanto più l’altro è concepito come un potenziale nemico, tanto più viene a galla la necessità d’un intervento dall’esterno per gestire i conflitti. Questo è il paradosso della modernità: più incoraggia l’individualismo, più è costretta a moltiplicare le regole permettere sotto controllo il “lupo” che ognuno di noi si rivela potenzialmente essere.
Il clamoroso fallimento di questa impostazione è oggi davanti a tutti, malgrado i tentativi di nasconderlo. Non ci saranno mai abbastanza
regole per ammaestrare i lupi.
Questo è l’esito tremendo quando si punta tutto sull’etica invece che sull’educazione, cioè su un adeguato rapporto tra l’io e gli altri.
Ma non è tanto l’incapacità delle regole a costituire il problema. La vera questione è che l’individualismo è fondato su un errore madornale: pensare che la felicità corrisponda all’accumulo.

In questo la modernità dimostra ancora una volta lamancanza di conoscenza dell’autentica natura dell’uomo, di quella sproporzione strutturale di leopardiana memoria.
Per questo l’individualismo, ancor più che sbagliato, è inutile per risolvere il dramma dell’uomo.
Inoltre occorrerebbe aggiungere anche un ulteriore inganno, proclamato dal potere dominante: che si possa essere felici a prescindere dagli altri.

Julian Carròn, intervento all’assemblea della CdO, Assago, 22 novembre 2009

Felicità

«Ero felice del fatto di essere rimasta lì col presidente e che lui si era interessato alla mia persona, ha detto che mandava due persona a Bari sul mio cantiere. Era solo un aiuto che voleva darmi per rendere più veloce la pratica e mi rendeva felice». Patrizia D’Addario racconta così ad «Annozero» il giorno dopo del suo incontro a Palazzo Grazioli con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. «Il presidente era molto affettuoso e molto gentile, non voglio entrare in merito alle cose della notte, si è interessato alla mia persona e la mia felicità era legata al fatto che lui era molto attento al mio progetto. Il giorno dopo mi ha chiamato ed ero felice.»

Telelavoro

Il nido è offerto culturalmente e politicamente come la salvezza, la sicurezza, la modernità e soprattutto come garanzia della non diminuita produttività di una madre, camuffata anche da realizzazione personale. Come nella Germania dell’est pre 1989: fitta rete di asili nido aperti dodici ore al giorno e anche il sabato, se serve, così la signora lavoratrice con figlio di tre mesi può fare programmi di formazione nel fine settimana.

Quella non era democrazia, ma questo, secondo Paola Liberace, giornalista e manager, mamma con bimbo al nido e blogger ( “Calamity Jane”), autrice di “Contro gli asili nido” (Rubbettino), è pensiero unico: fare i figli e mollarli in fasce per chiuderci dieci ore in ufficio e dimostrare quanto siamo libere e disponibili e capaci e disinvolte. Non ci sono alternative, non mancano tanto gli asili nido quanto la libertà di scelta: telelavoro, part time, job sharing, banca del tempo, cose fattibili ma culturalmente lontane.
Siamo sommersi di blackberry, iPhone, computer, modem, chat, webcam, qualunque tipo di nuova geniale stronzata: possibile che dobbiamo ancora andare in ufficio come il ragionier Fantozzi, incolonnate nel traffico dopo aver svegliato all’alba il bambino per depositarlo al nido, raffreddato, pieno di catarro e incapace di spiegarci che la socializzazione a sette mesi non gli interessa, che lui vuole stare in casa a rotolarsi, che vuole la mamma?

Annalena Benini Il Foglio, 24 settembre 2009

La vera Romagna folk

Caveja.svg“Il meglio sta in Romagna. Primato delle province di Forlì-Cesena e Ravenna.”

Il Pil del benessere abita in Romagna. Forlì-Cesena e Ravenna si aggiudicano i primi due posti della classifica del Sole 24 Ore del lunedì e del Centro Studi Sintesi. Un tentativo che ha provato ad applicare alcuni dei criteri suggeriti dalla Commissione guidata da Joseph Stiglitz.

Il Sole 24Ore del lunedì, 21 settembre 2009

Sai che c’è? Che si sta meglio a Forlì-Cesena che a Rimini

La notizia mi riempie di gioia e di soddisfazione, come quando allo stadio fa gol l’Inter.

Forlivese, trapiantato a Rimini, dileggiato dai riminesi, causa la nota provenienza dal cittadone, mi compiaccio di quanto appurato oggi dal Sole 24Ore. Mi piacerebbe riparlarne con qualche riminese.

classifiche-finali

Il PIL italiano e la felicità

La vera novità, dunque, non è tanto nelle idee proposte dalla Commissione coordinata da Joseph Stiglitz, quanto nel fatto che per la prima volta tale istanza non venga da istituzioni internazionali o ambienti accademici, ma dal governo di un grande paese occidentale come la Francia, cioè dalla politica.
Già 20 anni fa in Italia Giorgio Fuà teorizzava nel suo “Crescita economica. L’insidia delle cifre” la necessità di disporre di una misura della crescita più completa del pil. Negli anni c’è stata una proliferazione di indicatori che hanno cercato di intercettare la crescente complessità delle dinamiche dello sviluppo e del benessere. (..) Le famiglie italiane hanno una ricchezza netta elevata, solida, basata soprattutto su asset fisici come le case, i cui valori, inoltre, in questi anni non si sono “gonfiati” come altrove. La ricchezza netta delle famiglie italiane secondo l’Ocse è tra le più elevate al mondo, pari a più di otto volte il reddito disponibile.
Il pil è un indicatore di flusso, come il conto economico di un’azienda, ma bisogna guardare anche allo stato patrimoniale, che in una nazione non è costituito solo dai conti pubblici ma anche dall’aggregato dei conti privati (famiglie, imprese, banche): se una crescita molto forte è ottenuta a costo di un indebitamento privato eccessivo e non sostenibile, un’economia nazionale corre gli stessi rischi di un gruppo industriale che finisce in diffi-
coltà per i troppi debiti. E’ ciò che è avvenuto agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna, alla Spagna, all’Irlanda, all’Islanda in occasione di questa crisi globale.
Già secondo l’indice di qualità della vita dell’Economist, considerando altri parametri oltre al pil per sintetizzare una idea più complessa del benessere, l’Italia faceva un’ottima figura in classifica piazzandosi ottava, a dati del 2005, dopo Irlanda, Svizzera, vari paesi scandinavi e Australia, mentre gli Stati Uniti erano tredicesimi, il Giappone diciassettesimo, la Francia venticinquesima, la Germania ventiseiesima e la Gran Bretagna addirittura ventinovesima. L’indice dell’Economist da allora non è stato più aggiornato (speriamo non solo per la brutta figura in classifica dell’Inghilterra).
Se si adottassero invece i criteri della Commissione Stiglitz, l’Italia avrebbe certamente una valutazione migliore di quanto non emerge dal solo pil soprattutto per la sua superiore qualità della vita, per l’aspettativa di vita alla nascita (tra le più elevate) e per la cospicua ricchezza netta delle famiglie.

Marco Fortis, ANALISI, Il Foglio 18 settembre 2009

Tenere conto della felicità.

Hurtygruten, from Honnigsvåg to Tromsø, Norway 2009.

Hurtygruten, from Honnigsvåg to Tromsø, Norway 2009.

Stimo troppo Joseph Stiglitz, che la nostra università ha avuto l’onore di avere come ospite d’onore ad un convegno qualche anno fa, per liquidare, come fanno taluni con facili battute, la relazione della commissione Stiglitz-Fitoussi, tesa a dimostrare la necessità di un nuovo sistema di misurazione del prodotto interno lordo di un paese.

Non mi avventuro -poichè ci sono colleghi molto più esperti di me sull’argomento e, soprattutto, perchè penso che, in ogni caso, una qualche misura al riguardo sia necessaria- in discussioni su come il PIL medesimo debba essere calcolato, se le imposte dirette e/o indirette ne influenzino la misura e se l’uso distorto, a fini propagandistici, che ne fanno i governi, sia necessariamente il male.

Ma penso che tenere conto della felicità non sia necessariamente una stupidaggine, non fosse altro perchè, forse, farebbe ripensare al concetto di benessere. E poi, soprattutto, perchè consentirebbe di leggere righe meravigliose, come queste, di Annalena Benini.

“Se per ottenere il pil di un paese e misurare quanto cresce si introducesse la voce: numero di paia di scarpe per ragazza, o anche: quantità di film visti nel weekend e calcolo dei milioni di sms pettegoli scambiati in una normale giornata lavorativa a scopo di evasione, l’Italia potrebbe ambire al titolo di paese più ricco del mondo. (..) Sarebbe magnifico essere finalmente i leader mondiali, i primi dell’universo: per giorni di vacanza (..), per mesi pagati di maternità in cui possiamo giocare con i nostri bambini (..) per produzione e fruzione culturale.”

Grazie Annalena.

Don’t worry

Bernie Madoff

Bernie Madoff


Colpisce il rincrescimento con il quale tanti organi di informazione, ieri, hanno dato notizia di una presunta malattia, tumore al pancreas, di Bernie Madoff, il truffatore del “Ponzi scheme” che dovrebbe scontare 150 anni di prigione. Rincrescimento, quasi che la pena inflitta a Madoff divenisse così inutile, quasi che la morte fosse un escamotage del mago dell’inganno per sfuggire alla giusta, per carità, condanna.
L’innamoramento per le regole e gli scrupoli fa diventare ridicoli, getta nella pretesa il senso di giustizia e fa trionfare il moralismo, ovvero le regole astratte, disincarnate dalla realtà, da un senso, quello del limite, nostro, e quello dell’Infinito, che non ci appartiene ma al quale, nonostante tutto, tendiamo. Che Dio abbia pietà di noi.

L’azienda non ci appartiene…

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…continuo a ripensarci. E a ripensare, perchè anche questo mi riguarda, che, come ha detto Giancarlo Cesana “l’azienda è fatta per rendere felice chi ci lavora”.