John Maynard
banche imprese personeArchivio per Giulio Tremonti
Pogrom di economisti? No, grazie.

«Si è aperta una caccia al colpevole – ha sottolineato il governatore – si sognano pogrom di economisti, della disciplina economica si è negata sia la valenza scientifica sia l’utilità sociale; all’interno di una professione sempre pronta all’autocritica crescono le divisioni».
Grazie, sig.Governatore, grazie di cuore: le Sue parole mi incoraggiano a continuare studiare, a ricercare ed a fare il mio lavoro.
Due distorsioni del mercato non lo raddrizzano.
Giulio Tremonti ha ragione, naturalmente. E’ vero che il mercato bancario italiano è fortemente concentrato (le prime due banche hanno una quota di mercato del 30 per cento, le prime cinque del 55 per cento). E’ vero che i costi bancari sono nettamente superiori alla media europea. E’ vero che le grandi banche con la testa al Nord prestano poco e senza entusiasmo, al Sud. Ed è vero che il Mezzogiorno è l’unica grande regione europea senza un “suo” istituto di credito. Sulla diagnosi c’è poco da discutere: è sulla prognosi, che sorgono i dubbi. Anzitutto perché bisogna andare alle cause ultime (o prime).
Se il mercato bancario è concentrato, è anche perché prima era troppo frammentato, e grazie a un processo di consolidamento a cui la politica non è stata estranea. Se i costi bancari sono alti, è per un deficit di concorrenza che dipende, spesso, dalla rigidità degli assetti proprietari e dagli ostacoli che la politica ha frapposto alla nascita di un vero mercato del credito. Se le banche padane sono poco attratte dal Meridione, forse è conseguenza di quanto sopra, ma anche del fatto che il Sud è poco attraente in generale: e lo è, tra l’altro, perché nell’orizzonte meridionale c’è poco mercato e molto Stato. Da ultimo, l’assenza di una banca “propria” è solo una, e probabilmente non la più grave, delle anomalie che affliggono il Mezzogiorno. La sensazione è che la tremontiana Banca del Mezzogiorno non risponda a nessuno di questi problemi, ma che ne crei di nuovi – che è un altro modo di esprimere gli stessi dubbi di Michele Boldrin http://www.ilfoglio.it/duepiudue/139. E’ quanto meno irrituale che la nascita di un istituto di credito venga decisa per legge, e che i suoi soci siano cooptati dall’esecutivo. Al di là di tutti i potenziali pregi di questo strumento – che potrebbero esserci – la sua genesi politica costituisce una sorta di peccato originale difficile da lavare. A questo si aggiunge la partecipazione pubblica che, per quanto minoritaria, non è irrilevante: in un paese dove le azioni non solo si contano, ma si pesano anche, il pacchetto in mano al Tesoro è un elemento di preoccupazione. Che razza di “moral hazard” può derivare da tutto questo? Non meno preoccupante è il contributo di Poste Italiane al progetto, che merita un piccolo approfondimento. Da un lato, si tratta di un’azienda pubblica, il cui operato dunque – tanto più in un passaggio eticamente sensibile come questo – non può che essere visto come la prosecuzione della politica con altri mezzi. Dall’altro, le attività bancarie di Poste – che non sono solo al centro degli strali dell’Abi, ma pure nel mirino dell’antitrust – si alimentano tramite quello che gli economisti chiamano “sussidio incrociato”. Cioè, Poste fa leva sull’assenza di concorrenza nel suo core business e sugli svariati contributi pubblici, diretti e indiretti, che percepisce, per fare concorrenza sleale alle banche. Nel momento in cui l’azienda guidata da Massimo Sarmi si presta a un’operazione meridionale, è legittimo il sospetto che ciò sia funzionale a mantenere la sua posizione monopolistica (alla vigilia della piena liberalizzazione, teoricamente attesa per il 2011).
Si potrebbe obiettare che, a fronte di tali problemi (e di quelli, in parte collaterali, denunciati su 2+2 da Queequeg), la Banca del Mezzogiorno abbia anche dei meriti. Di certo, la reazione rabbiose dei ministri meridionali avvalora questa tesi. Ed è probabilmente corretto, come ha scritto Oscar Giannino, che lanciare la Banca del Mezzogiorno sul mercato sarà anche un metodo poco prosaico di agitare le acque, ma quello deve fare e quello fa.
Resta l’amaro in bocca su due faccende, essenzialmente, che in fin dei conti fanno pendere la bilancia dalla parte dello scetticismo. La prima è che due distorsioni del mercato non ne raddrizzano le sorti: poiché, in assoluto, la Banca del Mezzogiorno appartiene senza dubbio a tale categoria, è discutibile che il suo risultato ultimo possa essere quello di liberalizzare un settore che finora si è rivelato impermeabile alla concorrenza e coeso contro i tentativi di introdurla. La seconda è che, dichiaratamente, la Banca del Mezzogiorno è uno strumento di politica industriale. Ancora una volta, vale la pena concedere qualche attenzione all’argomento
filo-tremontiano per cui l’oggetto del dibattito politico non è se, ma come, perseguire queste finalità; e che, in tale ottica, la Banca del Mezzogiorno è più razionale e meno arbitraria dei sussidi a pioggia. Non disponiamo del controfattuale per negarlo, sebbene – rispetto almeno allo status quo – la Bdm sia ben poco difendibile.
Rimane però la sensazione di un’occasione persa: se il massimo a cui i liberisti di questo paese possono aspirare è un modesto rallentamento dell’avanzata statalista, perfino in un settore (quello bancario) e in un territorio (il Sud) che dello statalismo sono vittime al di là di ogni ragionevole dubbio, siamo senza speranza. Alla fine, morire schiacciati dal peso della spesa pubblica, o stritolati dai tentacoli di un sistema bancario dove le imperfezioni regolatorie si amplificano a vicenda, non fa poi una grande differenza.
Carlo Stagnaro, Il Foglio
Il valore del posto fisso. Niente da dire?
Il Ministro Tremonti ha affermato che la stabilità del posto di lavoro è un valore. Per carità, niente da dire. La mobilità è diventato il male, parla inglese. Per carità, niente da dire. Le imprese, scoraggiate da una legislazione del lavoro piena di rigidità e paletti non assumevano più. E probabilmente ricominceranno a farlo, se il Ministro intende applicare le proprie idee. Niente da dire?
La Banca per il Sud
Il Ministro Tremonti ha lanciato la banca per il Mezzogiorno.
La notizia è stata sottolineata dalle facili battute del Ministro sulla Banca che non parlerà inglese, in quanto territoriale -forse parlerà barese? napoletano?- e che si occuperà di sviluppo delle regioni meridionali. Tremonti ha rassicurato coloro che temono che possa trattarsi di una riedizione della non compianta Cassa del Mezzogiorno, affermando testualmente che la nuova banca “non sarà un carrozzone”. C’è da augurarsi che abbia ragione.
Sotto un profilo puramente tecnico, le anticipazioni sulla costituenda banca evidenziano che sarà partecipata dallo Stato, ma in posizione di minoranza, al solo scopo di offrire il volano per la crescita dell’intermediazione, con l’obiettivo di collocare sul mercato la partecipazione il prima possibile. La Banca per il Sud, inoltre, si avvarrà anche della partecipazione delle Banche di Credito Cooperativo, nonché delle Poste, che metteranno a disposizione la loro rete territoriale.
E’ bene sottolineare un aspetto, perlopiù sottaciuto: la nuova banca non avrà propri sportelli, perlomeno non nel senso di banca retail, trattandosi di un istituto di secondo livello, che finanzierà iniziative imprenditoriali a medio-lungo termine, anche partecipando al capitale di neo-costituite bcc.
Ha tutta l’aria di trattarsi, pur nell’auspicio che lo strumento possa funzionare, di una riedizione degli ICS, gli Istituti di credito speciale, famosi negli anni ‘60 e ‘70 per il fenomeno della doppia intermediazione, cioè dell’innalzamento del costo della raccolta, eseguita presso altre banche e non presso il pubblico. La doppia intermediazione, costosa per definizione, venne abbandonata a causa delle distorsioni che provocava, per essere definitivamente seppellita con l’entrata in vigore del TULB nel 1993. Anche ignorando tutte queste obiezioni, resta una perplessità di fondo difficilmente rimovibile, che riguarda la qualità ed il livello del merito di credito delle imprese del Sud Italia, testimoniato impietosamente dalle statistiche di Bankitalia, che mostrano che le sofferenze ed il costo del denaro siano, nel Mezzogiorno, mediamente molto più elevati che nel resto d’Italia.
Cosa salverà il nuovo istituto di credito speciale da questa condizione, che pare essere strutturale? E, soprattutto, con quale personale sarà fatta la valutazione del merito di credito di imprese che spesso saranno neo-costituite? Quanto tempo occorrerà per formare il personale necessario e, soprattutto, preparato? In Italia la qualità media del personale bancario è buona, ma è debole, anche nei grandi istituti, proprio sul terreno della valutazioni di fattibilità e sostenibilità dei progetti di business, per il cui affronto manca la cultura presente altrove (p.e.USA e UK). I tempi dunque, a voler essere ottimisti, non potranno essere brevi. Non resta che augurarsi che, nelle more del varo, il nuovo strumento non si trasformi, appunto, in un carrozzone.
Imprese che resistono: storie italiane dalla crisi.
In una lettera al Direttore, apparsa sul Corriere della Sera di domenica 11 ottobre, il Sig.Davide Galli, imprenditore della provincia di Varese, individua alcuni spunti di dibattito interessanti, a partire dai quali sarebbe utile e proficuo ragionare, non solo per i pubblici poteri, ovviamente chiamati in causa, ma anche per le banche e per le stesse imprese. Tralascio, di proposito, la questione del rapporto banca-impresa, per riprenderla per ultima, anche se Galli, ne parla subito, all’inizio, affermando: “(..) non ci si venga a raccontare che l’accesso al credito è facile.”
Galli parla anzitutto dei Confidi e del ruolo che potrebbe avere, per rafforzarne patrimonialmente l’operatività, la scelta di dirottare l’importo dei Tremonti-bond rimasti inoptati a loro favore. E’ una buona idea che tuttavia dimentica, almeno a mio avviso, che i Tremonti-bond sono strumenti ibridi di rafforzamento del capitale, ovvero costosi per chi li sottoscrive. Occorrerebbe modificarne radicalmente la natura (da titoli di credito per il tesoro, a versamenti a fondo perduto per rafforzare il capitale dei Confidi), ma questo avrebbe ripercussioni sulla spesa pubblica non propriamente commendevoli. Lasciandoli così come sono, ovvero strumenti di debito remunerati a tassi più alti di quelli di mercato, pochissimi Confidi sarebbero in grado di sottoscriverli.
Nella lettera si affronta il discorso fiscale, che anche Emma Marcegaglia ha, quasi contestualmente, richiamato, rammentando che le imposte e le tasse sul lavoro e sull’impresa sono troppo alte. Quanto a chi scrive, una delle più grandi delusioni che questo Governo rappresenta è certamente il mancato intervento in tema di detassazione, riduzione dell’imposizione fiscale, liberalizzazioni.
Il Sig.Galli, infine, dice due cose fondamentali, che sarebbe opportuno ricordare anche per il dopo, per quando, cioè, dalla crisi si sarà usciti e si dovranno individuare i partners per lo sviluppo. Egli afferma, testualmente, di essere “(..) riuscito a sopravvivere in questo periodo anche grazie ad Artigianfidi Varese, che ha fatto da tramite con gli istituti di credito, ed alla sensibilità di alcune filiali locali che ancora oggi cercano di dialogare con i clienti. Ma la morsa del credito si sente. In questo momento, però, voglio premiare quelle banche che dal territorio non si sono mai allontanate. Quelle territoriali per storia e quelle territoriali per vocazione che hanno deciso che la moral suasion, da sola, non serve a nulla.”
E, ancora più importante, la volontà di impedire licenziamenti anche mettendo mano al capitale, secondo una tradizione tipicamente lombarda, come assicura il sig.Galli.
Piace, di questo intervento, la consapevolezza e l’atteggiamento di chi, dentro di se, sa già che non vuole chiudere, prima di tutto personalmente, nel proprio cuore. Un atteggiamento ed una consapevolezza che si esprimono in scelte chiare, quelle di ricapitalizzare, quelle di non considerare le banche un unica entità indistinta ma soggetti diversi, che interpretano diversamente il loro ruolo. Se l’atteggiamento del sig.Galli sarà anche quello di tanti suoi colleghi, il nostro Paese uscirà dalla crisi non solo prima, ma anche meglio degli altri.
Solo un’osservazione finale, sul punto che, in realtà, è stato toccato per primo. L’accesso al credito, ritenuto “non facile”.
Il credito facile, indirizzato verso impieghi speculativi, ha generato la crisi, nei modi e nei tempi che sappiamo. Non è un problema che riguardi le imprese, specie se Pmi, ma è bene ricordarlo. Ciò che andrebbe sottolineato è che il credito non potrebbe e non dovrebbe mai essere facile, perché compito del sistema bancario, in un’economia di mercato sana, è consentire la migliore allocazione delle risorse e questo obiettivo può essere conseguito solo attraverso uno scrutinio del merito di credito che sia serio e severo. Le banche locali, quelle che più di tutte hanno aiutato l’impresa del sig.Galli, non sono banche che regalano denari: e tutte le banche, piccole o grandi, hanno una responsabilità enorme, davvero di rilievo sociale, nei confronti di tutti i risparmiatori che portano loro denari. Bisogna aiutare le banche a capire fino in fondo in quali condizioni lavora l’impresa. Duole dirlo, ma su questo punto il sistema imprenditoriale italiano ha ancora molta strada da fare, dal punto di vista della trasparenza, della consapevolezza, della capacità di distinguere i partners bancari dai fornitori di soldi. Ma come la storia della Scuola d’Impresa cui abbiamo partecipato quest’anno insegna, se ci sono molti imprenditori come il sig.Galli, possiamo volgerci al futuro e lavorare per esso con molta più fiducia.
Bonus malus
Alessandro Profumo, in un incontro con i giornalisti avvenuto ad Istanbul, nell’ambito delle riunioni del Financial Stability Board, ha affermato che i bonus non sono stati un acceleratore della crisi, perlomeno non in Italia. E ribadisce l’utilità di strumenti in grado di responsabilizzare i manager bancari, con piani articolati nel tempo ed improntati ad una visione di medio-lungo termine.
Profumo ha ragione. I bonus non sono il diavolo e, se anche fossero stati un propellente della crisi, certamente non ne costituiscono l’origine, dal momento che, in quanto tali, altro non sono che un’espressione di una certa cultura del fare impresa, del fare banca, del concepire le relazioni ed i rapporti con il territorio e con il sociale: in altre parole, i bonus -che non sono stati certamente erogati al solo settore finanziario, come tante storie di capitalismo made in USA e non solo dimostrano- sono solo la punta dell’iceberg di un certo modo di intendere (o di non curarsi) della responsabilità sociale dell’impresa.
Detto ciò, forse l’uscita di Profumo, in contemporanea con il gran rifiuto di sottoscrivere i Tremonti-bond da parte di Unicredit, poteva essere più tempestiva, magari rinviando la discussione dell’argomento a momenti migliori. Il moralismo è la melassa che avvolge gran parte della cultura contemporanea, anche in ambito economico. Ma la disinvoltura con la quale ci si rifiuta ostinatamente di mettere in discussione se stessi ed il proprio modo di intendere la banca, da parte di tutti i grandi banchieri, comincia a diventare insopportabile.
Adelante Pedro, con juicio.
Francesco Giavazzi, in un duro e lucido editoriale sul Corriere di oggi “Troppa cautela verso le banche”, nel deprecare l’eccesso di cautela verso le banche, sottolinea, al pari di altri commentatori, lo spostamento del baricentro delle decisioni mondiali, verso un equilibrio che vede la progressiva diminuzione del peso dell’Europa e in essa, fatalmente, dell’Italia. Giavazzi ha buon gioco, ed è difficile dargli torto, anche nel sottolineare che l’Italia ha smarrito un’occasione, quella di emergere alla ribalta internazionale, dal momento che dei Legal Standards di cui ha parlato il Ministro Tremonti non viene fatta menzione nel documento finale del G20.
L’editoriale di Giavazzi, che brilla per sintesi ed efficacia, dovrebbe essere fatto studiare per comprendere di che si parli quando, a lezione, viene trattato l’argomento del trade off fra efficienza e stabilità. E che cosa significhi, vivaddio, l’espressione “vigilanza prudenziale”. Di quanto il professore bocconiano evidenzia due cose vanno ricordate.
La paradossale soluzione alla questione dei maxi bonus, non aboliti ma temperati da regole tipiche degli hedge fund (i quali, sarà un caso, ma dalla crisi sono usciti bene: forse perché legano le retribuzioni ai risultati di medio periodo?) è sicuramente importante, perché evita di introdurre regole di Stato e, al contempo, può essere efficace per contrastare gli eccessi del recente passato.
L’altro punto riguarda la “negoziazione di titoli non governativi e di altri strumenti finanziari”, sottratta, per il lobbying delle grandi banche, all’ipotesi di piattaforme pubbliche e, perciò stesso vigilate. Ciò che farebbe aumentare la trasparenza e diminuire la possibilità di extra-profitti. Tuttavia è evidente che la sottolineatura di Giavazzi, se da un lato pone in evidenza come il problema non siano i requisiti di capitale per il rischio di credito –Basilea 2, in verità, è da rifondare alla radice sui criteri di calcolo e di copertura dei rischi di mercato-, dall’altro rimette in discussione il principio della Mifid, del cui fallimento, peraltro, si è già parlato. Ovvero che moltiplicare le piattaforme di negoziazione, abolendo il principio della contrattazione accentrata, serva all’interesse dei risparmiatori perché riduce i costi: a quanto dice Giavazzi, i costi li moltiplica. Senza benefici, se non per le banche che, notoriamente, tali piattaforme gestiscono.
Che abbia ragione Tremonti?
Milano Finanza di oggi dà notizia della destinazione della liquidità ricevuta dalle banche europee dalla Bce: pare che la stessa si trovi presso la BCE.
Indubbiamente sembrano concretizzarsi le riserve e le perplessità avanzate dal Ministro dell’Economia in più occasioni, da ultimo quando ha affermato che le banche non possono avere più potere dei Governi stessi, condizionandoli.
La stagione che ci attende sarà senza dubbio fervida di opere, di novità legislative, di strette regolamentari: insomma, le regole ri-prenderanno il sopravvento. Ma le regole, come ha dimostrato la crisi, da sole non bastano: serve un diverso atteggiamento di tutti i protagonisti dello scambio finanziario. Gli intermediari finanziari e creditizi, certo: ma i risparmiatori e le imprese non possono solo lamentarsi. Devono cominciare a scegliere, consapevolmente.
Politica
I politici sono grandi narratori, soprattutto sui temi economici.
Passano molto tempo a parlare in pubblico, e quindi a raccontare storie; e poichè gran parte della loro interazione con l’opinione pubblica concerne l’economia, anche quelle storie riguardano l’economia.
G.A.Akerlof, R.J.Shiller Spiriti Animali, Rizzoli 2009







