John Maynard

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Prima del crack.

Il fallimento, dalla rete

Francesco Bellotti, presidente di Federconfidi, intervistato dal Sole 24 Ore di sabato 21 novembre, in una pagina tesa a sviscerare gli effetti della crisi, non manca di prendersela con Basilea 2, i cui vincoli, obviously, sarebbero da allentare, alla luce anche della discesa del rating delle imprese. In altre parole, Basilea 2 è prociclica, è necessario allentarne i parametri, altrimenti le imprese non si salveranno, neppure le migliori.
Tre anni fa, un Confidi di importanza regionale concesse la propria garanzia ad un’impresa che aveva 200mila euro di debiti e 200mila euro di fatturato e che, pur presente su piazza da almeno 35 anni, richiedeva un finanziamento scorte. La banca, di dimensione regionale, avrebbe concesso il credito a condizione che il Confidi avesse dato la sua garanzia.
E’ abbastanza evidente che se un’impresa, per giunta commerciale, necessita di finanziamento scorte, essendo giunta ad avere tanti debiti quanto fatturato, o non vende abbastanza, o preleva troppo, o una combinazione delle due ipotesi precedenti. A tacer del fatto che il finanziamento scorte, rectius, finanziamento perdite, sarebbe servito a pagare fornitori scaduti.
Forse Basilea 2 è prociclica, ma quello erogato all’impresa in questione è un prestito (garanzia) deliberato contro le regole della professione: forse sarebbe stato meglio chiedere all’impresa di ristrutturarsi, sistemare i propri conti, ricapitalizzare.
I proclami provenienti dal mondo Confidi perdono di credibilità se provengono da soggetti che, in maniera quasi lobbistica, difendono posizioni imprenditoriali indifendibili, senza “costringere” la Pmi ad un serio lavoro di rimessa a punto della propria formula competitiva. Ma, soprattutto, si tratta di proclami inutili. Come le recenti dichiarazioni dell’A.D. di Unicredit, Alessandro Profumo e qui riportate dimostrano, il problema non sono i vincoli di Basilea 2. E’, molto più semplicemente, la volontà delle banche di gestire i rischi o di astenersene. La storia di questi mesi dimostra che, molto probabilmente, se si allentassero i vincoli di Basilea 2, le banche si getterebbero in altre operazioni, trading compreso, meno costose e più redditizie. Crack delle imprese oppure no.

 

Braccino corto 2

Il Sole 24 Ore di ieri riporta, a firma di Alessandro Graziani, la notizia che “Unicredit rafforza il capitale”.

Lasciando per un attimo da parte la questione organizzativa, sulla quale varrà la pena ritornare -Profumo ha affermato che si tratta di un “Progetto nato per migliorare i servizi ai clienti”- perché ci si chiede, allora, a cosa servisse la struttura precedente, a prescindere da questo, nell’articolo viene riportata  una notizia significativa. Il Core Tier 1 si è incrementato di 70 punti base. “Livello raggiunto”, prosegue l’articolo, “grazie all’opera di riduzione dell’attivo ponderato a rischio, incidendo dunque sul numeratore del Core Tier 1, dovuto da una parte alla fisiologica riduzione della domanda di credito da parte della clientela e dall’altra dall’azione di riduzione dei risk weighted assets. Non sono d’accordo con la notazione del giornalista, che afferma che l’aumento di 70 punti base è assimilabile a un aumento di capitale: aumentare il capitale effettivamente -e per ora siamo agli annunci- e ridurre il rischio non rappresentano la stessa cosa, anche se incidendo in misura opposta sul denominatore e sul numeratore dei coefficienti di vigilanza prudenziale permettono di raggiungere lo stesso scopo, ovvero di rafforzare il patrimonio in rapporto al rischio. Ridurre le attività ponderate per il rischio non significa necessariamente fare una cosa buona, peraltro: sarebbe interessante sapere di che si tratta, se di attività di trading o di credito, magari alle Pmi.

La conclusione trionfante di Profumo, che peraltro non lascia presagire nulla di buono per le Pmi è la seguente: “Abbiamo un bilancio forte e disponiamo del capitale necessario per fare credito, a patto che sia “buono”. La sensazione è che si ricominci, come prima della crisi, a razionare de facto le Pmi, semplicemente negando loro credito, per la ragione che sono le imprese più rischiose: e che l’arte del banchiere non sia più quella di gestire il rischio ma, più semplicemente, di evitarlo.

Tempi rapidi per le Pmi, proposte interessanti.

Tra i numerosi emendamenti alle misure anticrisi allo studio del Governo presentati mercoledì 18 marzo da Raffaello Vignali alla Commissione Attività produttive della Camera due sono particolarmente importanti per le piccole e medie imprese.
Il primo emendamento prevede che alle aziende delle filiere produttive che beneficeranno degli interventi previsti nel decreto anticrisi “è fatto obbligo di saldare le fatture emesse dalle imprese fornitrici entro e non oltre 60 giorni dal ricevimento delle stesse”.
Il secondo emendamento prevede che l’intervento di Sace (società per la gestione del credito) si concretizzi non solo nella concessione di finanziamenti per l’acquisto di autoveicoli, motoveicoli e veicoli commerciali, ma anche “nella prestazione di garanzie volte ad agevolare la concessione del credito per le imprese esportatrici”.

 

La banca della porta accanto.

Una sorprendente, per il sottoscritto, intervista di Vittorio Terzi (responsabile di McKinsey in Italia e nel Mediterraneo) a cura di Andrea Di Biase ed apparsa su Milano Finanza il 24 ottobre scorso torna sul tema, più che mai d’attualità, della diversità di atteggiamento delle grandi banche nei confronti delle imprese. L’intervistato, in particolare, mostra fin dalle prime battute di avere a cuore una sola idea di vicinanza alle imprese, quella per cui le banche migliori sarebbero quelle che finanzierebbero anche chi non possiede nessun merito di credito.

Le affermazioni di Terzi sono sorprendenti perché l’equivoco, se di equivoco si tratta e non di forzatura polemica, non dovrebbe sfiorare un personaggio di questo calibro. La vicinanza alle imprese, quella a cui si richiamano le banche locali o banche di prossimità -ovvero, in Italia, le Bcc- è vicinanza al territorio nel senso migliore della parola, non sostegno assistenziale. Lo dimostra la storia delle Bcc italiane, caratterizzata da sempre da un modestissimo livello di sofferenze rispetto al resto del sistema. Ed è questo che, soprattutto in questo momento, servirebbe alle Pmi italiane.

L’intervista, tuttavia, prosegue con altre affermazioni quanto meno discutibili: “Le grandi banche come le piccole sono presenti sul territorio, ma con una differenza. Che mentre entrambe hanno la vicinanza al cliente-impresa, le grandi banche hanno qualcosa in più delle piccole: hanno i mezzi da investire, come hanno fatto, in competenze e capacità che permettono loro di assumere in modo più corretto i rischi di credito”. E ancora: “Chi sostiene che le grandi banche facciano erogazione di credito guardando solo ai modelli di rating, dice una cosa errata.” La prima affermazione andrebbe rettificata: gli investimenti sono stati effettuati, ma non in competenze e capacità, bensì in modelli automatici così perfetti da permettere l’erogazione solo a clienti del tutto privi di profili di rischio. A breve un post con le linee-guida di un grande istituto di credito, proprio a partire dalle logiche di Basilea 2. La seconda è stata smentita, icto oculi, presente cioè il sottoscritto, qualche giorno fa, nel corso di un incontro con alcuni istituti bancari, per i quali un altissimo dirigente ha testualmente affermato:“Quello che esce dal modello per noi non è modificabile”.

Nessuno contesta all’impresa-banca il dovere, prima ancora che il diritto, di fare utili. Ma che non si possa neppure mettere in discussione un modello di intermediazione oggettivamente lontano dalla realtà, pare una posizione francamente indifendibile. Tanto più che, nella stessa intervista, si afferma che “le banche dovranno imparare a fare un mestiere nuovo, comprendendo a fondo i rischi delle imprese anche nel medio termine.” Ma non ne sono, le grandi, già capaci?

Il capitale di rischio: alcuni paradossi.

forziere

La crisi ha fatto emergere alcuni paradossi legati al problema della cronica sottocapitalizzazione delle imprese, soprattutto delle Pmi, ma non solo, come insegna la vicenda della crisi del Gruppo Mariella Burani. Il paradosso, solo apparente, potrebbe essere sintetizzato come segue: il capitale di rischio ci vuole, ma non basta, per definire la solidità ma soprattutto la solvibilità di un’impresa. In altre parole, se il capitale di rischio è certamente un testimone eloquente della credibilità dell’impresa sotto il profilo delle risorse che il titolare, i soci, gli azionisti hanno immesso/lasciato nel tempo (il capitale iniziale, al quale si sono aggiunte le riserve per utili non distribuiti ed al quale vanno sottratti eventuali prelievi e dividendi), tuttavia esso, nei bilanci delle imprese, altro non è se non una rappresentazione contabile.

Il capitale di rischio non è tesaurizzato, non corrisponde a liquidità, non è, per la somma corrispondente, rintracciabile in un cassetto dell’azienda, in una cassaforte, in conti correnti bancari: il capitale di rischio è stato investito nell’impresa, la ricchezza creata con la generazioni di utili è stata re-immessa in azienda, non è in forma liquida.

Per questo motivo tutti coloro che si ostinano a ritenere le aziende molto capitalizzate più solvibili delle altre, sbagliano gravemente, probabilmente vittime dell’equivoco indotto dai principi che hanno informato la normativa del codice civile del 1942, per il quale i mezzi propri rappresentavano la tutela dei terzi creditori. La tutela, come è agevole notare, è solo contabile, non è legata ad ammontari di liquidità realmente disponibili. Certamente, ove il capitale di rischio sia di elevato ammontare ciò rappresenterà una tutela per i creditori, dal momento che l’ammontare delle attività, perciò stesso, risulterà proporzionalmente superiore al passivo.

Ma, ed è questo il punto, il capitale di rischio non offre alcuna garanzia in merito all’esistenza delle condizioni di equilibrio economico e finanziario delle imprese. Il capitale di rischio non rende le imprese più competitive, non genera né reddito, né utili, né liquidità. Come insegnano i bilanci delle maggiori squadre di calcio, non basta che ci sia un azionista molto facoltoso (per esempio Massimo Moratti con l’Inter) e che ricapitalizza l’azienda in continuazione, per rendere l’impresa liquida, solvibile, equilibrata.

Malauguratamente, lo strumento di self assessment che Il Sole 24 Ore propone ai suoi lettori attribuisce grande importanza alla capitalizzazione, ma è del tutto privo di qualunque algoritmo utile a determinare l’autofinanziamento effettivamente prodotto e generato dall’azienda (per gli amanti della perfida Albione, il free cash-flow). Guardare il capitale di rischio può essere rassicurante, ma non migliora la capacità di rimborsare i prestiti e fare fronte alle necessità aziendali.

Tuttavia, ed è qui la seconda parte del paradosso è proprio qui, il capitale di rischio in questo momento è fondamentale, ma non come grandezza contabile, bensì come denaro fresco, realmente immesso dentro l’impresa. Tutte le altre scelte, compresa quella di rivalutare l’immobile, nulla aggiungono alla capitalizzazione, quella vera, poiché agiscono solo su valori contabili. Occorre denaro fresco per uscire dalla crisi: e definirlo fresco significa “immesso ora, in questo momento storico”. Non rivalutando i cespiti ammortizzabili, non con gli escamotages che anche i Colleghi dell’Università di Perugia hanno ipotizzato per la creazione delle holding di distretto. Servono soldi veri, degli imprenditori.

Credito difficile (e “tanti debiti”).

Il Corriere della Sera del 27 ottobre, in una serie di servizi e di interviste di Giuseppe Sarcina, riporta l’attenzione, se mai ve ne fosse stato bisogno, sul tema del credit crunch e del razionamento delle imprese, soprattutto delle Pmi. Gli Osservatori del credito non funzionano, le imprese hanno paura a “denunciare” gli episodi di razionamento, temono ritorsioni, le proteste pervenute sono solo 540.

Come tutti gli interventi di tipo amministrativo sull’economia, anche gli Osservatori sembrano destinati al fallimento: si tende, anche in questo caso,a dimenticare che i comportamenti degli operatori economici non solo non sono sempre razionali ma, soprattutto, che non rispondono in maniera deterministica allo schema struttura-condotta-performance.

D’altra parte, la vera questione irrisolta degli Osservatori e di tutto il dibattito sul razionamento riguarda la condizione delle imprese al momento dello scoppio della crisi e, in particolare, il loro grado di capitalizzazione. Nella stesso Corriere di ieri, Sarcina intervista un’imprenditrice, Monica Galvanin, presidente di un’azienda metalmeccanica del Vicentino. La descrizione sintetica è la seguente: 100 dipendenti, 20 milioni di fatturato e “tanti debiti”. Ecco, questo sarebbe un punto interessante da analizzare: perché “tanti debiti”? Originati da cosa? Perché manca il capitale di rischio? L’imprenditrice dichiara di avere immobili liberi che si potrebbero vendere (perché non lo ha fatto?) o dare in garanzia: siamo certi che nuovo debito farebbe bene ad un’impresa che ne ha tanti?

Infine: avere 20 milioni di fatturato e programmare un nuovo investimento di ben 12 milioni di euro, non pone nessuna questione di compatibilità? 20 milioni sono un fatturato ben modesto di fronte ad un investimento che qualche parametro di sostenibilità, non solo ecologica, deve pur possederlo. Sono solo domande, ma è necessario porsele, altrimenti di difficile, oltre al credito, ci sarà anche la ripresa. E l’unica cosa facile resteranno le polemiche.

 

Too big to risk?

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Troppo grande per rischiare? Viene da chiederselo, dopo aver letto i resoconti dell’intervento dell’Amministratore Delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, alla Camera di Commercio Italiana per la Svizzera. Profumo, nel suo intervento, ha difeso la grande dimensione raggiunta dall’Istituto da lui guidato, affermando che le recenti prese di posizione circa i rischi connessi alla troppo grande dimensione sono evitabili in un solo modo: con il capitale. Come titola Il Sole 24 Ore, “Contano i ratio”.

Parole sante. E le verità, da chiunque siano pronunciate, vanno fatte proprie con realismo ed umiltà.

Riesce solo difficile pensare che si possa essere disinvolti e sereni nell’affermare così perentoriamente le corrette e prudenti linee guida della gestione bancaria, guidando un Istituto le cui difficoltà sono nate proprio dall’eccesso di rischi assunti in funzione della dimensione -l’espansione internazionale- e di alcune scelte di portafoglio non proprio commendevoli -Bernie Maddoff, per esempio, fra le più eclatanti-. A tacer della prassi, nota e non sufficientemente resa pubblica, con la quale Unicredit ha concluso contratti derivati con Pmi che alla fine, proprio per l’onerosità degli stessi, si sono trovate con il cappio al collo di interessi -de facto- usurarii.

Infine, affermare che certe banche sono too big to risk significa solo rammentare che, come l’autore di questo blog non si stanca di ripetere, Basilea 2, ha ucciso -omicidio preterintenzionale, secondo il codice penale italiano- la capacità delle banche di gestire il rischio nei confronti delle imprese. Per la semplice ragione che, per risparmiare capitale, le ha incentivate a non assumerli per niente: perché il rischio di credito è quello più costoso, quello che richiede più investimenti in capitale umano, quello che nell’immediato fa crescere i costi operativi. Meglio, allora, non rischiare.

Rivalutazioni gratuite, ricapitalizzazioni e dubbi: soluzioni o pannicelli caldi?

Dal Sole 24 Ore on line di oggi, 23 ottobre 2009.

“Secondo uno studio commissionato all’Università di Perugia, che ha analizzato un ampio campione di bilanci, un terzo delle piccole aziende sta andando bene, un terzo è in mezzo al guado e un terzo sta soffrendo. Nella simulazione econometrica realizzata dall’ateneo umbro, si crea un meccanismo di conferimento dei diritti di proprietà di una serie di aziende a una holding definita T-holding. A latere si costituisce un fondo a capitale pubblico e privato con due miliardi di disponibilità che investe solo nelle aggregazioni di piccole imprese. Le linee di credito della T-holding sono garantite dall’accesso al credito diretto al fondo di garanzia. Se le banche desiderano investire nella T-holding, esse beneficiano di un trattamento fiscale di favore. La T-holding può contare su agevolazioni fiscali derivate dalla norma delle aggregazioni, che però vanno rafforzate con la rivalutazione gratuita dei cespiti, senza tetti. Grazie a questo schema operativo, aziende traballanti si uniscono e possono superare in scioltezza un passaggio molto duro.”

Questo un passaggio del resoconto dell’incontro che si sta svolgendo a Mantova, nell’ambito del Forum sulla Piccola Industria, nel corso del quale Giuseppe Morandini, di Confindustria, ha invocato aiuti volti a rafforzare patrimonialmente le imprese. I risultati raggiunti dalla simulazione econometrica dei Colleghi di Perugia confermano che le aggregazioni e la ricapitalizzazioni sono un percorso obbligato per la fuoriuscita dalla crisi.

Ma a parte il non piccolo dubbio sulla way out da un simile impegno, di capitale pubblico e privato, in un fondo salva-imprese, una domanda si impone: di grazia, la rivalutazione gratuita dei cespiti, senza tetti,  a cosa serve? E se agevolassimo, invece e finalmente, la ricapitalizzazione reale delle imprese, soprattutto delle Pmi? O la rivalutazione serve ad operare solo sui valori contabili, lasciando le aziende povere come al solito? Se si tratta di questo, sono pannicelli caldi.

L’impresa vista dalla banca: self assessment e strumenti di valutazione aziendale.

Il Sole 24 Ore on line pubblica, alla voce “Come sta la tua azienda? Scoprilo con il nostro test” un file in fomato di foglio elettronico che consente di fare, in buona sostanza, l’analisi di bilancio della propria impresa.

L’autore di questo blog ricorda bene il periodo immediatamente a ridosso e quello successivo all’entrata in vigore delle disposizioni di Basilea 2, quando i giornali, economici e non, specializzati oppure no, offrivano software, strumenti di autovalutazione ed ogni sorta di modello di analisi che aveva solo un piccolissimo difetto: non era stato minimamente condiviso con le banche che poi, al momento opportuno, avrebbero dovuto valutare l’affidabilità delle imprese self-assessed.

E non è un caso che le iniziative le quali, al contrario, hanno consentito di rafforzare seriamente il rapporto banca-impresa, specie se Pmi, in Italia, siano state portate avanti per iniziativa di Banche di credito cooperativo (l’iniziativa denominata ProgettoImpresa tenutasi a più riprese in Emilia-Romagna, Veneto, Marche, Lombardia e Valle d’Aosta) oppure grazie ai progetti della Compagnia delle Opere, in Lombardia, Sicilia, Campania, Abruzzo, Toscana. In tutti questi casi, vuoi perché era la banca a proporre alle imprese di imparare come essa stessa le valutava -l’impresa vista dalla banca- vuoi perché il progetto era proposto in collaborazione con le banche, i risultati si sono visti ed hanno consentito di rafforzare le relazioni di clientela.

Lo strumento proposto dal Sole 24 Ore rimane, purtroppo, nell’ambito del “fai da te” e non rappresenta un aiuto reale, ancorché gratuito, per le Pmi. Varrà la pena riparlarne, per non fare, anziché dei post, dei paper accademici: basti ricordare, per ora, che ciò che manca veramente -e non solo nel modello di self assessment del Sole- è la determinazione circa la natura, la qualità e la durata del fabbisogno finanziario d’impresa. E che, tuttora, non viene fatto nulla per aiutare le imprese con strumenti di analisi dinamica e non statica a comprendere quella grandezza fondamentale che si chiama autofinanziamento. Il seguito alla prossima puntata.

Servizi segreti deviati, Loggia P2, Basilea 2…

Per anni, il ritornello di discorsi di uomini politici, servizi giornalistici, evocazione di pericoli, spiegazione di misteri italici sono stati i servizi segreti deviati e l’immancabile Loggia P2. Ora, sempre con il numero 2 come desinenza, è subentrata Basilea, sede del noto accordo fra banche centrali per la regolamentazione del rischio di credito.

Il CorriereEconomia di oggi, in un servizio di Isidoro Trovato, parla della lentezza dei pagamenti, che fanno mancare la liquidità ai piccoli imprenditori. In particolare “(..) le grandi imprese ritardano i pagamenti, i fornitori minacciano di sospendere le consegne e le banche non concedono credito a chi non sta nei parametri di Basilea 2″.

Si stenta a crederlo, sembra quasi che in tutti questi anni qualcuno abbia vissuto della realtà di convegni, discorsi, proclami lobbistici, enunciazioni. Riesce difficile pensare, tuttavia, che tutti facciano finta di ignorare che Basilea 2 non è mai stata applicata. Perché serviva a distinguere i vari livelli del rischio di credito e, di conseguenza, il pricing, cioè l’interesse applicato ai singoli prenditori. Ma nessuna delle grandi banche l’ha mai fatto, limitandosi a dare credito a coloro che erano poco rischiosi, perché era ed è il sistema migliore per ridurre al minimo l’assorbimento di capitale. Perché rischiare significa fare investimenti in capitale umano ed incrementare i costi operativi, a danno del Roe. Eppure siamo ancora qua a dare la colpa del credit crunch a Basilea 2.

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