John Maynard

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Archivio per Lavorare in banca

Il posto di lavoro ereditario.

Il Corriere della Sera on line di oggi dà notizia della decisione, presa con approvazione sindacale, della Banca di Credito Cooperativo di Roma, con la quale si stabilisce che il posto di lavoro dei padri pensionati. La Banca di Credito Cooperativo di Roma è una società privata, che esercita l’attività bancaria sotto forma di cooperativa di credito. Nessuno può mettere in discussione, non trattandosi di ente pubblico, la modalità di reclutamento descritta, anche se sotto il profilo dell’efficienza e della professionalità le qualità dei padri non è affatto garantito che si trasmettano ai figli.

Il punto della questione è un altro, anche se nell’attuale congiuntura, fatta di crisi, di fame di posti di lavoro, di insicurezza, la decisione della Bcc di Roma, sia pure limitatamente e in relazione ad un territorio ben circoscritto, invita ad uno sguardo positivo sul futuro.

Il punto della questione riguarda tutti i giovani per i quali si prepara un posto in banca sicuro, dove tutto è garantito, dove tutto è assicurato e non si deve rischiare nulla. Perché la vita è fatta di rischio e chiudersi in un recinto prima ancora che essa inizi, forse non è molto educativo. Non educa, cioè non aiuta e non offre un criterio, per affrontare la vita.

Mal di budget

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E’ il titolo della rubrica che, tutti i sabati, sul supplemento 24Ore Plus, tratta dei problemi di lavoro dei bancari, stretti fra la necessità di portare a casa, appunto, il budget, ed il significato, anche etico, del loro lavoro.

Nessuno che si chieda perché debba esistere una rubrica dedicata ai bancari e non una, per esempio, destinata ai minatori o ai dipendenti delle poste. Perché, sul principale quotidiano economico italiano, si parla del lavoro dei bancari in termini, appunto, di “mal di budget” e la stessa cosa non ha la dignità di divenire una rubrica per i medici, gli insegnanti, per coloro che lavorano in una multinazionale? Eppure anch’essi fanno i conti con il budget.

Farei due riflessioni. La prima riguardante il lavoro bancario in sé, l’altra il significato del lavoro in generale.

Il lavoro bancario è un lavoro di servizi, mette a disposizione del cliente qualcosa di immateriale, si serve essenzialmente, tuttora e nonostante tutto, di persone. Questo qualcosa di immateriale, tuttavia, è fortissimamente connesso all’entità denaro, non appena perché viene svolto dietro corrispettivo, ma perché fa del denaro stesso un bene da accrescere, conservare, mantenere. E tutelare, anzitutto custodendolo. Difficile immaginare che tutto questo non si ripercuota in maniera dettagliata in prassi, regole, modi di fare, anche formali. Non c’è la soddisfazione di fare un lavoro fatto bene, non si vede uscire dalla sartoria un bel vestito o dalla cucina un piatto cucinato a dovere: spesso il lavoro è fatto bene se, in qualche modo, non ha generato soddisfazione anche nel cliente, ma a suo dispetto (lo schema both win o win win in banca non è molto in voga). E gli utili della banca, la creazione di valore per l’azionista, sono un’eccellente motivazione di molti comportamenti moralmente riprovevoli degli ultimi anni.

L’altra riflessione riguarda chiunque faccia un lavoro, non necessariamente bancario. Perché se è vero che vi sono ambiti nei quali lavorare può essere più emozionante o divertente, più coinvolgente e più appassionante, il significato che ognuno di noi attribuisce alle 8-10 ore che trascorre lavorando sono un problema eminentemente personale, che nessuno può risolvere al nostro posto. Finché il lavoro resterà, come è per molti, un male necessario, 8 o 10 ore da far trascorrere in fretta, perché la vita è altrove, perché il divertimento ed il senso e ciò che si vuole è altrove, il budget non sarà altro che l’ennesimo sistema per responsabilizzare qualcuno che, al contrario, non solo non ha nessuna voglia di essere responsabilizzato, ma considera il tempo del lavoro un tempo passato come schiavo, mentre quello al di fuori è tempo liberato, vita vera.

Minatori o bancari, il problema del significato è solo personale: il budget è solo uno strumento -è irrealistico pensare che lavorare in perdita rappresenti un valore-, come sempre la questione riguarda tutti quelli che lo usano. Da Alessandro Profumo e Corrado Passera in giù.

Lavorare in banca

pianista

Ascoltato da un banchiere parigino.

“Non dite a mia madre che lavoro in banca, lei sa che faccio il pianista in un bordello!”

Superbonus again

Leonid Breznev

Leonid Breznev

L’argomento è quanto mai d’attualità, visto che dopo l’intervista di fuoco del Cancelliere dello Scacchiere, di cui abbiamo parlato ieri, oggi è il tema resta sotto i riflettori per lo “scippo” da parte di Barclay’s di alcuni -evidentemente molto bravi nel loro settore di specializzazione- managers di J.P.Morgan. I commentatori auspicano così che la City, appunto, si dia una regolata, sperimentando un po’ di austerity.

Nulla da eccepire sull’immoralità di certi stipendi, la cui elargizione non è, peraltro, mai stata prerogativa del solo settore finanziario: basti ricordare gli sprechi dei grandi managers delle case automobilistiche di Detroit finiti sotto accusa per la loro mala gestio. Ma se deve essere lo Stato a fissare stipendi e retribuzioni, il panorama che a me viene in mente, e di cui non sentivamo la mancanza, è URSS di Leonid Breznev.

Lavorare (ancora) in banc:a basta essere efficienti e preparati?

La terza, per ora, puntata, della saga del bancario insoddisfatto ha avuto un insolito rilievo anche sul Foglio del lunedì, che, come di consueto riporta integralmente quanto apparso nel supplemento del sabato Plus24. La novità di quest’ultima puntata è la lettera di un bancario che, palesemente deluso dalle lettere dei “vecchi” colleghi, non solo si augura di non diventare mai come loro, ma soprattutto sostiene (è bocconiano, buon sangue non mente) l’importanza dell’aggiornamento professionale, della serietà della propria preparazione e del proprio atteggiamento verso la clientela.
In verità, l’argomento della manutenzione della propria professionalità è importante, sottolinearlo è doveroso: essere preparati è un dovere verso sè stessi, è realismo, è cercare di osservare e studiare sempre, sapendo che la vita e la realtà intorno a noi si modificano continuamente.
Ma la professionalità, da sola, non basta, perchè nessuna preparazione, nessun ambiente professionalizzante, incentivante, stimolante, niente che sia meramente tecnico risolverà il problema del significato. Perchè alla fine il cliente, sia esso risparmiatore o imprenditore, è una persona: ed un rapporto con una persona, quando diventa vero, è drammatico. E chiede di giocare ben più della propria professionalità: non solo in banca, ovunque.

(Non) lavorare (più) in banca: la (non) soluzione delle dimissioni, addio banca cattiva.

Usurai_Quentin_Metsys
La rubrica “Mal di budget”, sul supplemento Plus24 del Sole 24Ore di oggi, come ogni sabato offre spunti interessanti di riflessione, prima ancora che professionalmente, sotto il profilo antropologico, ovvero del modo di concepire, sentire, fare proprio il lavoro bancario.
Che ha, indubbiamente, un suo specifico, una sua sacralità, dei suoi riti: che tratta, nelle varie maniere succedutesi nel tempo, quella cosa speciale che è il denaro, che richiede regole tutte sue, come del resto speciali sono le regole riguardanti le colate di acciaio, il modo di fabbricare mobili, vendere abiti o mettere a tavola persone.
Questo luogo speciale e particolare comincia a mettere a disagio molti, comincia ad essere completamente slegato da un sentire, da qualcosa che abbia senso, significato, storia, tradizione: è diventato solo e soltanto
La soluzione è dimettersi: ovvero, continuare a cambiare lavoro, pensando che un lavoro che sia bello, non faticoso, professionalmente appagante sia facile, sia al di fuori, sia sempre altrove. Come se per produrre e vendere la Nutella non servisse fare attenzione ai costi (ed ai budget), come se per andare in fabbrica o fare il commercialista non si dovesse fra quadrare tante cose.
La questione del lavoro bancario non può essere, ad evidenza, ridotta ad una mera questione di capitalisti e manager rapaci e cattivi: così come non può essere semplicemente circoscritta ad un disagio personale, che ognuno si tiene e con il quale farà i conti. Alla fin fine, si potrebbe ben dire, se qualcuno vuole cambiare, si accomodi: se qualcuno preferisce il precariato, vada pure.
E’ una soluzione che sta stretta, e che non può accontentare: rimanere, per realismo e per la pagnotta (che non è un vizio italico, come i moralisti ben pasciuti alla Gian Antonio Stella amano ripetere), perchè si deve pur vivere.
E’ una soluzione che sta stretta perchè evita accuratamente la questione più importante, quella della responsabilità personale, di fronte a tutto e, a maggior ragione, di fronte al proprio lavoro.
Nel mio posto di lavoro, ci sono io, sono io che lì metto in gioco quello che mi sta a cuore. In qualunque posto.