John Maynard
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Avere delle ragioni per continuare.
Forse mai come in questi tempi di crisi ci rendiamo conto della verità delmotto che avete scelto come tema del vostro incontro annuale: «La tua opera è un bene per tutti». E meglio di tutti lo possono capire coloro che sono più colpiti dalla crisi, le loro famiglie, i loro figli.
Ma cercare di tenere in piedi un’opera in questi tempi è veramente una cosa ardua.Voi lo sapete bene, voi che vi dibattete tra continuare a costruire questo bene o gettare la spugna, chiudendo i battenti. La tentazione dell’individualismo è sempre in agguato. L’insidia del si-salvi-chi-può è più forte che mai. Per tanti di voi sarebbe più comodo. Vi risparmiereste
non poche preoccupazioni. Eppure non vi siete chiusi in voi stessi, dimenticando gli altri. In questo modo avete vinto l’individualismo di cui parlava Bernhard Scholz. Ma siccome la tentazione permane,per potere resistere occorre avere delle ragioni che ce lo consentano.
Julian Carròn, intervento all’assemblea della CdO del 22 novembre 2009
Il posto di lavoro ereditario.
Il Corriere della Sera on line di oggi dà notizia della decisione, presa con approvazione sindacale, della Banca di Credito Cooperativo di Roma, con la quale si stabilisce che il posto di lavoro dei padri pensionati. La Banca di Credito Cooperativo di Roma è una società privata, che esercita l’attività bancaria sotto forma di cooperativa di credito. Nessuno può mettere in discussione, non trattandosi di ente pubblico, la modalità di reclutamento descritta, anche se sotto il profilo dell’efficienza e della professionalità le qualità dei padri non è affatto garantito che si trasmettano ai figli.
Il punto della questione è un altro, anche se nell’attuale congiuntura, fatta di crisi, di fame di posti di lavoro, di insicurezza, la decisione della Bcc di Roma, sia pure limitatamente e in relazione ad un territorio ben circoscritto, invita ad uno sguardo positivo sul futuro.
Il punto della questione riguarda tutti i giovani per i quali si prepara un posto in banca sicuro, dove tutto è garantito, dove tutto è assicurato e non si deve rischiare nulla. Perché la vita è fatta di rischio e chiudersi in un recinto prima ancora che essa inizi, forse non è molto educativo. Non educa, cioè non aiuta e non offre un criterio, per affrontare la vita.
Sono qui, ce n’è bisogno, lo faccio: mamma al lavoro.
- Mamma, lascia stare, – la chiami. – Sei appena scesa dal treno. E’ tutto pulito.
- Sono qui, ce n’è bisogno, lo faccio, – disse.
- Non ce n’è bisogno. Hanno pulito stamattina per prima cosa.
Ma era lei ad averne bisogno. Il lavoro! Alcune persone bramano il lavoro, qualunque lavoro, per quanto duro e sgradevole, purché permetta loro di scaricare le tensioni della propria vita e allontanare i pensieri omicidi. Quando uscì dal bagno era di nuovo mia madre. (..) Mamma al lavoro.
Philip Roth, Indignazione, Einaudi 2009
Il valore del posto fisso. Niente da dire?
Il Ministro Tremonti ha affermato che la stabilità del posto di lavoro è un valore. Per carità, niente da dire. La mobilità è diventato il male, parla inglese. Per carità, niente da dire. Le imprese, scoraggiate da una legislazione del lavoro piena di rigidità e paletti non assumevano più. E probabilmente ricominceranno a farlo, se il Ministro intende applicare le proprie idee. Niente da dire?
Epitaffio
E’ morto Gino Giugni, “padre” della legge più nota come Statuto dei lavoratori, emanata nel maggio del 1970, intitolata “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e nell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”.
Accanto al dispiacere per il venir meno di uno dei padri del giuslavorismo italiano, vittima di un vile attentato da parte delle BR, occorrerebbe riflettere, non superficialmente, sulle conseguenze della legge da egli fortemente voluta. In quel momento storico -si veniva dall’autunno “caldo” e dal boom economico del dopoguerra- la legge voluta da Giugni certamente era necessaria ed ha introdotto riforme importanti. Ma, sia detto senza offesa, ha anche introdotto rigidità intollerabili nel mercato del lavoro, accrescendo il potere della burocrazia sindacale italiana a livelli che non hanno eguali in Occidente. Su questo punto, serenamente, qualche riflessione meriterebbe di essere svolta.
Mal di budget
E’ il titolo della rubrica che, tutti i sabati, sul supplemento 24Ore Plus, tratta dei problemi di lavoro dei bancari, stretti fra la necessità di portare a casa, appunto, il budget, ed il significato, anche etico, del loro lavoro.
Nessuno che si chieda perché debba esistere una rubrica dedicata ai bancari e non una, per esempio, destinata ai minatori o ai dipendenti delle poste. Perché, sul principale quotidiano economico italiano, si parla del lavoro dei bancari in termini, appunto, di “mal di budget” e la stessa cosa non ha la dignità di divenire una rubrica per i medici, gli insegnanti, per coloro che lavorano in una multinazionale? Eppure anch’essi fanno i conti con il budget.
Farei due riflessioni. La prima riguardante il lavoro bancario in sé, l’altra il significato del lavoro in generale.
Il lavoro bancario è un lavoro di servizi, mette a disposizione del cliente qualcosa di immateriale, si serve essenzialmente, tuttora e nonostante tutto, di persone. Questo qualcosa di immateriale, tuttavia, è fortissimamente connesso all’entità denaro, non appena perché viene svolto dietro corrispettivo, ma perché fa del denaro stesso un bene da accrescere, conservare, mantenere. E tutelare, anzitutto custodendolo. Difficile immaginare che tutto questo non si ripercuota in maniera dettagliata in prassi, regole, modi di fare, anche formali. Non c’è la soddisfazione di fare un lavoro fatto bene, non si vede uscire dalla sartoria un bel vestito o dalla cucina un piatto cucinato a dovere: spesso il lavoro è fatto bene se, in qualche modo, non ha generato soddisfazione anche nel cliente, ma a suo dispetto (lo schema both win o win win in banca non è molto in voga). E gli utili della banca, la creazione di valore per l’azionista, sono un’eccellente motivazione di molti comportamenti moralmente riprovevoli degli ultimi anni.
L’altra riflessione riguarda chiunque faccia un lavoro, non necessariamente bancario. Perché se è vero che vi sono ambiti nei quali lavorare può essere più emozionante o divertente, più coinvolgente e più appassionante, il significato che ognuno di noi attribuisce alle 8-10 ore che trascorre lavorando sono un problema eminentemente personale, che nessuno può risolvere al nostro posto. Finché il lavoro resterà, come è per molti, un male necessario, 8 o 10 ore da far trascorrere in fretta, perché la vita è altrove, perché il divertimento ed il senso e ciò che si vuole è altrove, il budget non sarà altro che l’ennesimo sistema per responsabilizzare qualcuno che, al contrario, non solo non ha nessuna voglia di essere responsabilizzato, ma considera il tempo del lavoro un tempo passato come schiavo, mentre quello al di fuori è tempo liberato, vita vera.
Minatori o bancari, il problema del significato è solo personale: il budget è solo uno strumento -è irrealistico pensare che lavorare in perdita rappresenti un valore-, come sempre la questione riguarda tutti quelli che lo usano. Da Alessandro Profumo e Corrado Passera in giù.
Lavorare in banca
Ascoltato da un banchiere parigino.
“Non dite a mia madre che lavoro in banca, lei sa che faccio il pianista in un bordello!”
Telelavoro
Il nido è offerto culturalmente e politicamente come la salvezza, la sicurezza, la modernità e soprattutto come garanzia della non diminuita produttività di una madre, camuffata anche da realizzazione personale. Come nella Germania dell’est pre 1989: fitta rete di asili nido aperti dodici ore al giorno e anche il sabato, se serve, così la signora lavoratrice con figlio di tre mesi può fare programmi di formazione nel fine settimana.
Quella non era democrazia, ma questo, secondo Paola Liberace, giornalista e manager, mamma con bimbo al nido e blogger ( “Calamity Jane”), autrice di “Contro gli asili nido” (Rubbettino), è pensiero unico: fare i figli e mollarli in fasce per chiuderci dieci ore in ufficio e dimostrare quanto siamo libere e disponibili e capaci e disinvolte. Non ci sono alternative, non mancano tanto gli asili nido quanto la libertà di scelta: telelavoro, part time, job sharing, banca del tempo, cose fattibili ma culturalmente lontane.
Siamo sommersi di blackberry, iPhone, computer, modem, chat, webcam, qualunque tipo di nuova geniale stronzata: possibile che dobbiamo ancora andare in ufficio come il ragionier Fantozzi, incolonnate nel traffico dopo aver svegliato all’alba il bambino per depositarlo al nido, raffreddato, pieno di catarro e incapace di spiegarci che la socializzazione a sette mesi non gli interessa, che lui vuole stare in casa a rotolarsi, che vuole la mamma?
Annalena Benini Il Foglio, 24 settembre 2009
Compiere il proprio lavoro
“E’ un poliziotto lei?” disse.
“Ci puoi giurare!” disse il vice. “Lasciami solo tirar fuori questa dannata pistola…”.
“Bene” disse l’altro. “Lì c’è la vostra barca, e qui c’è la donna. Ma quel bastardo sopra la casa colonica non son riuscito a trovarlo”.
William Faulkner, Le palme selvagge, Adelphi




