John Maynard
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La vera Romagna folk 2 (il ritorno).
Apprendiamo con soddisfazione, dopo aver registrato che il PIL del benessere della provincia di Forlì-Cesena batte tutto il resto d’Italia, Rimini compresa (come diceva il Cavalier Benito Mussolini: “Rimini, rifiuto della Romagna, scarto delle Marche”) che anche a super-ricchi non siamo messi male.
Sai che c’è? Che si sta meglio a Forlì-Cesena che a Rimini
La notizia mi riempie di gioia e di soddisfazione, come quando allo stadio fa gol l’Inter.
Forlivese, trapiantato a Rimini, dileggiato dai riminesi, causa la nota provenienza dal cittadone, mi compiaccio di quanto appurato oggi dal Sole 24Ore. Mi piacerebbe riparlarne con qualche riminese.
Il PIL italiano e la felicità
La vera novità, dunque, non è tanto nelle idee proposte dalla Commissione coordinata da Joseph Stiglitz, quanto nel fatto che per la prima volta tale istanza non venga da istituzioni internazionali o ambienti accademici, ma dal governo di un grande paese occidentale come la Francia, cioè dalla politica.
Già 20 anni fa in Italia Giorgio Fuà teorizzava nel suo “Crescita economica. L’insidia delle cifre” la necessità di disporre di una misura della crescita più completa del pil. Negli anni c’è stata una proliferazione di indicatori che hanno cercato di intercettare la crescente complessità delle dinamiche dello sviluppo e del benessere. (..) Le famiglie italiane hanno una ricchezza netta elevata, solida, basata soprattutto su asset fisici come le case, i cui valori, inoltre, in questi anni non si sono “gonfiati” come altrove. La ricchezza netta delle famiglie italiane secondo l’Ocse è tra le più elevate al mondo, pari a più di otto volte il reddito disponibile.
Il pil è un indicatore di flusso, come il conto economico di un’azienda, ma bisogna guardare anche allo stato patrimoniale, che in una nazione non è costituito solo dai conti pubblici ma anche dall’aggregato dei conti privati (famiglie, imprese, banche): se una crescita molto forte è ottenuta a costo di un indebitamento privato eccessivo e non sostenibile, un’economia nazionale corre gli stessi rischi di un gruppo industriale che finisce in diffi-
coltà per i troppi debiti. E’ ciò che è avvenuto agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna, alla Spagna, all’Irlanda, all’Islanda in occasione di questa crisi globale.
Già secondo l’indice di qualità della vita dell’Economist, considerando altri parametri oltre al pil per sintetizzare una idea più complessa del benessere, l’Italia faceva un’ottima figura in classifica piazzandosi ottava, a dati del 2005, dopo Irlanda, Svizzera, vari paesi scandinavi e Australia, mentre gli Stati Uniti erano tredicesimi, il Giappone diciassettesimo, la Francia venticinquesima, la Germania ventiseiesima e la Gran Bretagna addirittura ventinovesima. L’indice dell’Economist da allora non è stato più aggiornato (speriamo non solo per la brutta figura in classifica dell’Inghilterra).
Se si adottassero invece i criteri della Commissione Stiglitz, l’Italia avrebbe certamente una valutazione migliore di quanto non emerge dal solo pil soprattutto per la sua superiore qualità della vita, per l’aspettativa di vita alla nascita (tra le più elevate) e per la cospicua ricchezza netta delle famiglie.
Marco Fortis, ANALISI, Il Foglio 18 settembre 2009
Tenere conto della felicità.
Stimo troppo Joseph Stiglitz, che la nostra università ha avuto l’onore di avere come ospite d’onore ad un convegno qualche anno fa, per liquidare, come fanno taluni con facili battute, la relazione della commissione Stiglitz-Fitoussi, tesa a dimostrare la necessità di un nuovo sistema di misurazione del prodotto interno lordo di un paese.
Non mi avventuro -poichè ci sono colleghi molto più esperti di me sull’argomento e, soprattutto, perchè penso che, in ogni caso, una qualche misura al riguardo sia necessaria- in discussioni su come il PIL medesimo debba essere calcolato, se le imposte dirette e/o indirette ne influenzino la misura e se l’uso distorto, a fini propagandistici, che ne fanno i governi, sia necessariamente il male.
Ma penso che tenere conto della felicità non sia necessariamente una stupidaggine, non fosse altro perchè, forse, farebbe ripensare al concetto di benessere. E poi, soprattutto, perchè consentirebbe di leggere righe meravigliose, come queste, di Annalena Benini.
“Se per ottenere il pil di un paese e misurare quanto cresce si introducesse la voce: numero di paia di scarpe per ragazza, o anche: quantità di film visti nel weekend e calcolo dei milioni di sms pettegoli scambiati in una normale giornata lavorativa a scopo di evasione, l’Italia potrebbe ambire al titolo di paese più ricco del mondo. (..) Sarebbe magnifico essere finalmente i leader mondiali, i primi dell’universo: per giorni di vacanza (..), per mesi pagati di maternità in cui possiamo giocare con i nostri bambini (..) per produzione e fruzione culturale.”
Grazie Annalena.
La spia che manca
In un articolo sul Corriere di oggi Massimo Sideri individua le 5 spie del rinnovato ritorno della fiducia sullo scenario dell’economia mondiale. In particolare si segnala il rialzo del comparto energetico, la riduzione della CIG, il rally dei listini, la revisione al rialzo delle stime dell’OCSE e, da ultimo, la ripresa dello sviluppo cinese.
Purtroppo l’articolista non può annotare un sesto indicatore, una spia che, invece, vorremmo poter dire che ha scordato o trascurato: e che, al contrario, è la grande assente nel ritrovo, tutto keynesiano, degli indicatori di fiducia.
La spia mancante è quella che riguarda gli impieghi bancari: non solo non ci sono segnali di riduzione del credit crunch, ma i primi otto mesi del 2009 hanno visto, oltre al danno della frenata, le beffe degli impieghi speculativi e del trading, effettuato con fondi praticamente regalati dalla BCE.
A marzo, partecipando alla conferenza organizzativa sul credito della Confcommercio nazionale, ho avuto modo di approfondire alcune tematiche, a me molto care, del rapporto banca-impresa. In particolare, già dai dati di dicembre della Centrale dei Rischi, risultava un rallentamento della crescita degli impieghi, una riduzione vera e propria nella classe di affidamenti più bassa (quella che approssima maggiormente la dimensione delle piccole e delle micro-imprese) e, in tutte le classi, una crescita dell’utilizzato sull’accordato operativo. In sostanza, meno credito a tutti, ma ancor meno alle Pmi: e, ancora, la tendenza non solo non si è fermata, ma è proseguita nei mesi successivi. Così come è proseguita la tendenza alla riduzione del numero medio delle banche affidanti per singolo soggetto affidato.
L’impressione che si ha, guardando il comportamento delle banche in questa fase, potrebbe essere sintetizzato nella frase.”Mi sto leccando le ferite, ragazzino lasciami lavorare e fare un po’ di utili, poi vedremo”. Non so se la mia impressione sia corretta ma, intanto, portare a casa un po’ di utili non può fare male, serve a rassicurare azionisti, mercati, a rinsaldare posizioni manageriali: solo che non serve all’economia.
La questione che riemerge da queste considerazioni è una questione, per le banche e per le imprese, anzitutto culturale: ovvero di quale modello di relazioni di clientela si vuole adottare fra quello, che ha fatto certamente danni -e profitti- negli ultimi anni, quello della banca di transazione, improntato al breve termine, e quello della banca di relazione, improntato al medio-lungo periodo.
Su quest’ultimo versante le relazioni sono caratterizzate da una visione più lungimirante, da un atteggiamento verso le imprese improntato a costruire relazioni e mantenerle, anche quando le cose non vanno, offrendo non solo finanziamenti, ma anche finanza, ovvero servizi di consulenza ed affiancamento, specie alle Pmi.
Se negli ultimi anni le Banche di Credito Cooperativo -BCC- si sono fatte carico di gran parte della migrazione, imposta da Basilea 2, dalle grandi alle piccole banche, non è pensabile che sia ancora una rappresentanza, pur folta, di ottime banche locali, a dover finanziare un sistema di imprese, non solo Pmi, con il quale le relazioni di clientela non sono certamente delle migliori.
Problema dei finanziamenti sul quale occorrerà tornare, non appena in termini quantitativi ma, soprattutto qualitativi, pena il ritardo o la falsa partenza della ripresa italiana.
Nel lungo periodo saremo tutti morti

“Il dovere di risparmiare diventò i nove decimi della virtù, e la crescita della torta (del PIL: NdA) oggetto di una vera religione. Crebbero intorno al non-consumo della torta tutti quegli istinti di un puritanesimo che in altre età si è ritirato dal mondo e ha disprezzato le arti della produzione come quelle del godimento. E così la torta cresceva; ma a quale scopo non era chiaramente lumeggiato. Gli individui venivano esortati non tanto all’astinenza, quanto al rinvio, e a coltivare i piaceri della sicurezza e dell’aspettativa. Si risparmiava per la vecchiaia o per i figli; ma questo solo in teoria; la virtù della torta era che non fosse mai consumata, nè da te nè dai tuoi figli dopo di te”.
J.M.Keynes, Le consueguenze economiche della pace, Adelphi, Milano 2007

