John Maynard

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Disuguaglianze e talenti.

«Dobbiamo accettare le disuguaglianze come la via per raggiungere una prosperità più grande per tutti», ha detto Brian Griffiths, vice presidente di Goldman Sachs International, tenendo una conferenza nella cattedrale di S. Paolo a Londra.

Il problema non sono le disuguaglianze, non servirebbe nemmeno fare della sociologia spicciola per ricordare che, poiché si nasce dotati di carismi diversi, di questi, ovvero dei talenti, ci verrà chiesto conto, domandandoci che cosa abbiamo fatto dei doni che il Signore ci ha fatto. E il problema non sono neppure le banche, perché Gesù rammenta al servo “malvagio e infingardo”, che sa che Lui miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso, che avrebbe potuto portare il denaro consegnatogli ai banchieri -rammentando così ai molti moralisti di sempre che le banche non sono necessariamente il diavolo- i quali glielo avrebbero restituito con l’interesse.

No, il problema di quello che faccio dei talenti è prima di tutto mio, eminentemente personale: e di questo uso della libertà mi verrà chiesto conto.

Poiché qui non vuole giudicare per non essere giudicati, è meglio riferirsi, in maniera molto british, al discorso di Mr.Griffiths come ad una molto evitabile prova di cattivo gusto e di mancanza di senso del ridicolo.

L’etica non è fatta di regole astratte, ma di responsabilità.

Benedetto XVI

Per quanto riguarda poi il contributo fattivo che la Chiesa può dare, il Papa ha indicato in particolare due aspetti:  la formazione, in risposta a quell’”emergenza educativa” che coinvolge tutto il mondo, e la carità come contributo al bene comune dell’umanità. A proposito di quest’ultima, il Papa si è detto molto soddisfatto che la sua enciclica Caritas in veritate abbia suscitato nel mondo un dibattito serrato. Bisogna trovare un’alternativa a un’economia che guarda solo al profitto, ha affermato. E in questo senso è necessario riportare l’etica al centro dell’economia. Questa è la grande sfida del momento di crisi. “Spero – si è augurato – di aver inciso in questo dibattito, soprattutto spero che il dibattito prosegua”. Anche perché, ha riconosciuto, è necessario consolidare la convinzione che la responsabilità verso gli altri deve considerarsi ben più importante del desiderio di profitto.

Benedetto XVI da L’Osservatore Romano, 26 settembre 2009

Rischio di reputazione e relazioni di clientela: non bastano le dichiarazioni

L’articolo sul Foglio di oggi sulle banche italiane intente a riconquistare la reputazione perduta (non a caso nei manuali parliamo di rischio reputazionale) è assai interessante e mostra aspetti evolutivi della crisi che solo due anni fa avrei detto impensabili. L’articolo è importante anche perché i Colleghi intervistati bene hanno evidenziato l’eccesso di dedizione ai modelli matematici delle grandi banche ed il loro distacco dalla realtà dei territori, se non in termini formali, perlomeno in termini sostanziali: Unicredit, in particolare, usa da sempre i cosiddetti Comitati Locali come surrogato di quelle che un tempo furono le storiche banche dei territori (da Cassa Risparmio Torino a Credito Romagnolo etc..) per riannodare rapporti che, a mio parere, è tuttavia difficile ripristinare a partire da strutture formali, se non sono supportate da un’effettiva organizzazione, come quella delle banche di credito cooperativo, vocata allo scopo. E qui c’è il secondo punto importante dell’articolo, la questione della formazione: non basta, infatti, dire la parola magica “territorio” o parlare di “rinnovata attenzione alle Pmi” se poi manca la cultura –e la tecnica- per farlo. La formazione del personale bancario è importante, ma non dobbiamo dimenticare che i derivati (ho visto con i miei occhi la devastazione provocata da un’operazione di cinquecentomila euro rifilata ad un barista veneto) sono stati venduti disinvoltamente dallo stesso personale cui ora si chiede di riconvertirsi, dalla religione della creazione del valore nel breve periodo, a quella dell’instaurazione di relazioni di clientela di lungo termine.
E’ un passo importante, ma non bastano le dichiarazioni. Occorrerebbe, soprattutto, che le imprese e le loro associazioni di categoria andassero a “vedere” le carte in mano alle banche. Cominciando, finalmente, a scegliere: perché le banche non sono tutte uguali.

Libertà, verità e desiderio

Sironi, paesaggio urbano

Come coniugare, allora, una libertà non disgiunta dalla verità (nel libro si legge che “tutta la vicenda moderna ruota attorno al nodo antropologico della libertà e al suo tormentato rapporto con la ‘verità’”) e il “capitalismo tecno-nichilista”? Bisogna partire, risponde, dalla scoperta che è alla base della modernità: la “volontà di potenza”. Non si può negarla. Quando la si nega, anche con le buone intenzioni morali, si fa un’astrazione, non regge. Il soddisfacimento dei bisogni, il profitto, il desiderio, la volontà “egoistica” di avere fanno parte dell’uomo e della società. “Che l’uomo sia una ‘macchina desiderante’ non l’ha inventato il mercato. Il capitalismo, al limite, l’ha reso oggettivo”. Il punto è vedere dove tutto questo diventa un circolo vizioso.

Dall’intervista di Maurizio Crippa al prof.Mauro Magatti, Il Foglio, 3 luglio 2009