John Maynard
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La Banca per il Sud 2
Marco Onado, commentando la presentazione di uno studio della Banca d’Italia sulla situazione dell’economia del Mezzogiorno, riporta l’attenzione, sia pure indirettamente, sulla questione “Banca per il Sud”, l’idea del Ministro Tremonti al momento attuale uscita, tuttavia, dall’agenda politica. La lettura dell’articolo è interessante, così come l’analisi della Banca d’Italia, che attribuisce il differenziale dei tassi rispetto al Nord del nostro Paese anche al peso della criminalità ed alla diffusa corruzione, oltre che al clientelismo.
Senza uscire dal seminato, dal momento che le Pmi italiane sono anche al Sud, si potrebbe ricordare che l’opacità e la mancanza di trasparenza nuocciono non solo alle imprese del Sud, ma anche a quelle del Nord, impegnate a “resistere” contro la cattiveria bancaria. Ma questo è solo un inciso. L’aspetto interessante, sia dello studio di via Nazionale, sia del commento di Marco Onado, è la lucida messa in evidenza che le banche non sono il motore dello sviluppo, ma che, al contrario, una realtà economica vivace e disposta ad investire nel proprio futuro crea, essa stessa, le banche. Se questo non avviene, forse sarebbe il caso di farsi qualche domanda, sia sulla natura degli (eventuali) incentivi da concedere, sia, soprattutto, su cosa dissuada imprenditori e società civile del Mezzogiorno dal promuovere, motu propriu, una banca. E che i banchi meridionali siano tutti falliti per assistenzialismo qualche riflessione dovrà pure indurla.
La capacità di reddito.
Il Corriere Economia di oggi, in un articolo a firma Alfio Sciacca, nell’ambito di una pagina dedicata al “Viaggio nella crisi. Il fronte dei finanziamenti” oltre a prevedere code allo sportello per la costituenda Banca per il Sud, racconta due storie, quelle di Arabicaffè di Catania e di Finamore a Napoli, quali esempio di cecità bancaria di fronte ai problemi delle Pmi.
Colpisce, non disponendo di elementi concreti per discutere su quanto riportato dai due giornalisti riguardo alle due imprese in questione -sono riportati solo i dati relativi al fatturato ed ai dipendenti: forse sarebbe interessante conoscere anche l’ammontare della posizione finanziaria netta e dell’utile- colpisce, si diceva, il riferimento alla prassi bancaria nel modo seguente:” (Se si presenta un giovane) semplicemente gli sbattono la porta in faccia (..) a meno che non sia in grado di offrire non solo garanzie immobiliari, ma anche di reddito. Oggi un giovane può avviare un’attività solo se ha qualche casa di proprietà e porta in garanzia anche lo stipendio del padre e la pensione della nonna”.
Colpisce non tanto la descrizione della prassi bancaria nel Mezzogiorno, certamente nota e che, purtroppo, non fa più notizia, quanto piuttosto che “passino”, sottintesi nel discorso, due concetti sui quali varrebbe la pena riflettere: le banche dovrebbero finanziare le nuove imprese; la capacità di reddito è una richiesta iniqua.
Ora, che le banche debbano finanziare le start-up, ovvero le imprese che nascono e che mostrano, nei primi tre anni di vita, la più elevata mortalità, è tutto da dimostrare. E’ noto, o dovrebbe esserlo, che le fasi iniziali della vita di un’impresa, all’interno della divisione del lavoro esistente nei sistemi finanziari, secondo logica e secondo buonsenso, dovrebbe essere appannaggio di venture capitalist e di business angels. Non delle banche, che rischiano denari dei risparmiatori e che non dovrebbero farsi carico al 100% del rischio d’impresa.
In secondo luogo, la capacità di reddito, ovvero la capacità dell’impresa di generare un volume di ricavi adeguato a coprire i costi ed a generare una sufficiente redditività operativa non può essere considerata né un orpello inutile, né una pretesa ingiustificata. Per quale ragione un risparmiatore, uno qualunque, compreso uno di quelli che si lamenta delle banche, dovrebbe prestare denari senza prospettive reddituali?
Forse sarebbe il caso di pensare, sul solco di quanto accade per esempio in Francia, non solo a sviluppare gli incubatori di impresa e fondi chiusi a partecipazione mista, pubblico-privato, che intervengano nel capitale di rischio delle imprese neo-costituite. Forse sarebbe il caso anche di pensare a implementare ed accrescere la formazione in materia gestionale e manageriale. Altrimenti si fa solo ideologia e facile propaganda: ma non si costruisce nulla.
Due distorsioni del mercato non lo raddrizzano.
Giulio Tremonti ha ragione, naturalmente. E’ vero che il mercato bancario italiano è fortemente concentrato (le prime due banche hanno una quota di mercato del 30 per cento, le prime cinque del 55 per cento). E’ vero che i costi bancari sono nettamente superiori alla media europea. E’ vero che le grandi banche con la testa al Nord prestano poco e senza entusiasmo, al Sud. Ed è vero che il Mezzogiorno è l’unica grande regione europea senza un “suo” istituto di credito. Sulla diagnosi c’è poco da discutere: è sulla prognosi, che sorgono i dubbi. Anzitutto perché bisogna andare alle cause ultime (o prime).
Se il mercato bancario è concentrato, è anche perché prima era troppo frammentato, e grazie a un processo di consolidamento a cui la politica non è stata estranea. Se i costi bancari sono alti, è per un deficit di concorrenza che dipende, spesso, dalla rigidità degli assetti proprietari e dagli ostacoli che la politica ha frapposto alla nascita di un vero mercato del credito. Se le banche padane sono poco attratte dal Meridione, forse è conseguenza di quanto sopra, ma anche del fatto che il Sud è poco attraente in generale: e lo è, tra l’altro, perché nell’orizzonte meridionale c’è poco mercato e molto Stato. Da ultimo, l’assenza di una banca “propria” è solo una, e probabilmente non la più grave, delle anomalie che affliggono il Mezzogiorno. La sensazione è che la tremontiana Banca del Mezzogiorno non risponda a nessuno di questi problemi, ma che ne crei di nuovi – che è un altro modo di esprimere gli stessi dubbi di Michele Boldrin http://www.ilfoglio.it/duepiudue/139. E’ quanto meno irrituale che la nascita di un istituto di credito venga decisa per legge, e che i suoi soci siano cooptati dall’esecutivo. Al di là di tutti i potenziali pregi di questo strumento – che potrebbero esserci – la sua genesi politica costituisce una sorta di peccato originale difficile da lavare. A questo si aggiunge la partecipazione pubblica che, per quanto minoritaria, non è irrilevante: in un paese dove le azioni non solo si contano, ma si pesano anche, il pacchetto in mano al Tesoro è un elemento di preoccupazione. Che razza di “moral hazard” può derivare da tutto questo? Non meno preoccupante è il contributo di Poste Italiane al progetto, che merita un piccolo approfondimento. Da un lato, si tratta di un’azienda pubblica, il cui operato dunque – tanto più in un passaggio eticamente sensibile come questo – non può che essere visto come la prosecuzione della politica con altri mezzi. Dall’altro, le attività bancarie di Poste – che non sono solo al centro degli strali dell’Abi, ma pure nel mirino dell’antitrust – si alimentano tramite quello che gli economisti chiamano “sussidio incrociato”. Cioè, Poste fa leva sull’assenza di concorrenza nel suo core business e sugli svariati contributi pubblici, diretti e indiretti, che percepisce, per fare concorrenza sleale alle banche. Nel momento in cui l’azienda guidata da Massimo Sarmi si presta a un’operazione meridionale, è legittimo il sospetto che ciò sia funzionale a mantenere la sua posizione monopolistica (alla vigilia della piena liberalizzazione, teoricamente attesa per il 2011).
Si potrebbe obiettare che, a fronte di tali problemi (e di quelli, in parte collaterali, denunciati su 2+2 da Queequeg), la Banca del Mezzogiorno abbia anche dei meriti. Di certo, la reazione rabbiose dei ministri meridionali avvalora questa tesi. Ed è probabilmente corretto, come ha scritto Oscar Giannino, che lanciare la Banca del Mezzogiorno sul mercato sarà anche un metodo poco prosaico di agitare le acque, ma quello deve fare e quello fa.
Resta l’amaro in bocca su due faccende, essenzialmente, che in fin dei conti fanno pendere la bilancia dalla parte dello scetticismo. La prima è che due distorsioni del mercato non ne raddrizzano le sorti: poiché, in assoluto, la Banca del Mezzogiorno appartiene senza dubbio a tale categoria, è discutibile che il suo risultato ultimo possa essere quello di liberalizzare un settore che finora si è rivelato impermeabile alla concorrenza e coeso contro i tentativi di introdurla. La seconda è che, dichiaratamente, la Banca del Mezzogiorno è uno strumento di politica industriale. Ancora una volta, vale la pena concedere qualche attenzione all’argomento
filo-tremontiano per cui l’oggetto del dibattito politico non è se, ma come, perseguire queste finalità; e che, in tale ottica, la Banca del Mezzogiorno è più razionale e meno arbitraria dei sussidi a pioggia. Non disponiamo del controfattuale per negarlo, sebbene – rispetto almeno allo status quo – la Bdm sia ben poco difendibile.
Rimane però la sensazione di un’occasione persa: se il massimo a cui i liberisti di questo paese possono aspirare è un modesto rallentamento dell’avanzata statalista, perfino in un settore (quello bancario) e in un territorio (il Sud) che dello statalismo sono vittime al di là di ogni ragionevole dubbio, siamo senza speranza. Alla fine, morire schiacciati dal peso della spesa pubblica, o stritolati dai tentacoli di un sistema bancario dove le imperfezioni regolatorie si amplificano a vicenda, non fa poi una grande differenza.
Carlo Stagnaro, Il Foglio
“Intensità creditizia” e sofferenze bancarie
Nel corso di un’audizione presso le commissioni Bilancio di Camera e Senato il presidente dell’ABI, Corrado Faissola, ha negato l’esistenza del fenomeno del credit crunch, termine del quale, egli ha affermato “è stato fatto un uso assai improprio ed approssimativo”. Faissola, inoltre, nel riportare il parere dell’Associazione delle banche italiane, ha anche affermato che, al contrario di quanto paventato con la continua evocazione del termine credit crunch, l’intensità creditizia (sic), ovvero il credito per unità di prodotto, è cresciuta nel corso della prima parte del 2009, pur avendo rallentato la propria velocità rispetto al passato. Faissola, in sostanza, ribadisce ciò che tutte le principali banche italiane hanno sostenuto con vigore da almeno un anno in qua, ovvero che non sono le banche a non erogare più affidamenti, ma è il sistema delle imprese a farne una minore richiesta. I dati citati dal presidente dell’ABI mostrano una crescita del credito al settore privato del 2,3%: senza approfondire ulteriormente le evidenze statistiche portate da Faissola, sarebbe tuttavia interessante verificare, attraverso i dati della Centrale dei Rischi, la reale crescita –o la più probabile riduzione- dei crediti alle imprese di piccola e media dimensione, già con il segno meno a dicembre 2008 rispetto allo stesso periodo del 2007.
Faissola, inoltre, ha posto l’accento con allarme sulla crescita delle sofferenze, innalzatesi velocemente fino al livello al 2,94% sugli impieghi a fine agosto 2009 rispetto all’anno precedente. Una prima annotazione, sul punto, conduce a rammentare i tempi, non proprio bancariamente felici –salvo che per l’età più giovane- durante i quali le sofferenze erano pari ad oltre il doppio e, ciononostante, le banche non parevano, e non erano, preoccupate. Non si tratta di un peggioramento indotto dalla crisi, come potrebbe apparire ad un commentatore superficiale, bensì di una ridotta capacità delle banche, con gli attuali spread, di sopportare nei propri bilanci il peso delle perdite su crediti. Senza dimenticare che, nei tempi di cui si sta parlando, il sistema bancario era ancora, per la maggior parte, in mano pubblica, con evidenti riflessi in termini di minore efficienza e di costi posti, impropriamente, a carico dello Stato.
Last but not least, Faissola ha testualmente affermato che il credito al Sud “è difficilissimo farlo.” Le sofferenze, come si è già evidenziato in questo blog ieri, sono molto più elevate ed il merito di credito “sfuggente”. Sembra dunque una pillola avvelenata –o un’auto-felicitazione per lo scampato pericolo- quella dell’augurio che l’ABI rivolge alla Banca per il Sud voluta da Tremonti. E’ evidente, tuttavia, che il problema del credito alle imprese del Mezzogiorno non possa essere risolto con un elegante gioco di scarico delle responsabilità. I tempi per il varo della Banca del Sud, del resto, non paiono realisticamente, ravvicinati.
La Banca per il Sud
Il Ministro Tremonti ha lanciato la banca per il Mezzogiorno.
La notizia è stata sottolineata dalle facili battute del Ministro sulla Banca che non parlerà inglese, in quanto territoriale -forse parlerà barese? napoletano?- e che si occuperà di sviluppo delle regioni meridionali. Tremonti ha rassicurato coloro che temono che possa trattarsi di una riedizione della non compianta Cassa del Mezzogiorno, affermando testualmente che la nuova banca “non sarà un carrozzone”. C’è da augurarsi che abbia ragione.
Sotto un profilo puramente tecnico, le anticipazioni sulla costituenda banca evidenziano che sarà partecipata dallo Stato, ma in posizione di minoranza, al solo scopo di offrire il volano per la crescita dell’intermediazione, con l’obiettivo di collocare sul mercato la partecipazione il prima possibile. La Banca per il Sud, inoltre, si avvarrà anche della partecipazione delle Banche di Credito Cooperativo, nonché delle Poste, che metteranno a disposizione la loro rete territoriale.
E’ bene sottolineare un aspetto, perlopiù sottaciuto: la nuova banca non avrà propri sportelli, perlomeno non nel senso di banca retail, trattandosi di un istituto di secondo livello, che finanzierà iniziative imprenditoriali a medio-lungo termine, anche partecipando al capitale di neo-costituite bcc.
Ha tutta l’aria di trattarsi, pur nell’auspicio che lo strumento possa funzionare, di una riedizione degli ICS, gli Istituti di credito speciale, famosi negli anni ‘60 e ‘70 per il fenomeno della doppia intermediazione, cioè dell’innalzamento del costo della raccolta, eseguita presso altre banche e non presso il pubblico. La doppia intermediazione, costosa per definizione, venne abbandonata a causa delle distorsioni che provocava, per essere definitivamente seppellita con l’entrata in vigore del TULB nel 1993. Anche ignorando tutte queste obiezioni, resta una perplessità di fondo difficilmente rimovibile, che riguarda la qualità ed il livello del merito di credito delle imprese del Sud Italia, testimoniato impietosamente dalle statistiche di Bankitalia, che mostrano che le sofferenze ed il costo del denaro siano, nel Mezzogiorno, mediamente molto più elevati che nel resto d’Italia.
Cosa salverà il nuovo istituto di credito speciale da questa condizione, che pare essere strutturale? E, soprattutto, con quale personale sarà fatta la valutazione del merito di credito di imprese che spesso saranno neo-costituite? Quanto tempo occorrerà per formare il personale necessario e, soprattutto, preparato? In Italia la qualità media del personale bancario è buona, ma è debole, anche nei grandi istituti, proprio sul terreno della valutazioni di fattibilità e sostenibilità dei progetti di business, per il cui affronto manca la cultura presente altrove (p.e.USA e UK). I tempi dunque, a voler essere ottimisti, non potranno essere brevi. Non resta che augurarsi che, nelle more del varo, il nuovo strumento non si trasformi, appunto, in un carrozzone.
Il PIL italiano e la felicità
La vera novità, dunque, non è tanto nelle idee proposte dalla Commissione coordinata da Joseph Stiglitz, quanto nel fatto che per la prima volta tale istanza non venga da istituzioni internazionali o ambienti accademici, ma dal governo di un grande paese occidentale come la Francia, cioè dalla politica.
Già 20 anni fa in Italia Giorgio Fuà teorizzava nel suo “Crescita economica. L’insidia delle cifre” la necessità di disporre di una misura della crescita più completa del pil. Negli anni c’è stata una proliferazione di indicatori che hanno cercato di intercettare la crescente complessità delle dinamiche dello sviluppo e del benessere. (..) Le famiglie italiane hanno una ricchezza netta elevata, solida, basata soprattutto su asset fisici come le case, i cui valori, inoltre, in questi anni non si sono “gonfiati” come altrove. La ricchezza netta delle famiglie italiane secondo l’Ocse è tra le più elevate al mondo, pari a più di otto volte il reddito disponibile.
Il pil è un indicatore di flusso, come il conto economico di un’azienda, ma bisogna guardare anche allo stato patrimoniale, che in una nazione non è costituito solo dai conti pubblici ma anche dall’aggregato dei conti privati (famiglie, imprese, banche): se una crescita molto forte è ottenuta a costo di un indebitamento privato eccessivo e non sostenibile, un’economia nazionale corre gli stessi rischi di un gruppo industriale che finisce in diffi-
coltà per i troppi debiti. E’ ciò che è avvenuto agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna, alla Spagna, all’Irlanda, all’Islanda in occasione di questa crisi globale.
Già secondo l’indice di qualità della vita dell’Economist, considerando altri parametri oltre al pil per sintetizzare una idea più complessa del benessere, l’Italia faceva un’ottima figura in classifica piazzandosi ottava, a dati del 2005, dopo Irlanda, Svizzera, vari paesi scandinavi e Australia, mentre gli Stati Uniti erano tredicesimi, il Giappone diciassettesimo, la Francia venticinquesima, la Germania ventiseiesima e la Gran Bretagna addirittura ventinovesima. L’indice dell’Economist da allora non è stato più aggiornato (speriamo non solo per la brutta figura in classifica dell’Inghilterra).
Se si adottassero invece i criteri della Commissione Stiglitz, l’Italia avrebbe certamente una valutazione migliore di quanto non emerge dal solo pil soprattutto per la sua superiore qualità della vita, per l’aspettativa di vita alla nascita (tra le più elevate) e per la cospicua ricchezza netta delle famiglie.
Marco Fortis, ANALISI, Il Foglio 18 settembre 2009
Sottosviluppo & ideologia
Più di un economista si interroga da tempo sui problemi del Terzo Mondo, sul perchè i Paesi in via di sviluppo, spesso ricchi di petrolio e di materie prime, siano nella realtà poveri di sviluppo vero, nel senso di industria, manifattura, servizi, infrastrutture.
Recentemente qualcuno ha avanzato una risposta, tutt’altro che peregrina. I Paesi del Terzo Mondo ricchi di petrolio e di altre materie prime si fermano allo sfruttamento di ciò che la natura ha posto nel loro sottosuolo, senza ingegnarsi, come nel caso italiano, a creare prodotti da esportare, il cui valore aggiunto sia nelle idee, nel talento, nella creatività.
In questi stessi Paesi, salvo poche e modeste eccezioni, la democrazia politica è latitante, così come quella economica: e l’amico Putin (a proposito, anche Hugo ha detto di avere come amico il Presidente del Milan) ne è una dimostrazione lampante.
Ciò che stupisce dell’arrivo di Chavez al Lido di Venezia non è tanto la presenza consueta di personaggi bolliti come Gianni Minà, o di vari iscritti a Rifondazione, opportunamente imbandierati. Ciò che stupisce è l’accoglienza festosa ad un dittatore che, lui sì, al contrario del Presidente del Milan, sta chiudendo radio, televisioni e giornali.



