John Maynard

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We don’t speak english

Standard & Poor’s ha esaminato i rating delle principali banche mondiali, valutandone la consistenza in base al capitale. Morya Longo, in un articolo sul Sol 24 Ore di martedì 24 novembre, riporta i risultati dell’indagine, evidenziando che HSBC Holdings è la banca più capitalizzata, seguita da Dexia, Ing Bank e Goldman Sachs. E’ nota la consistenza degli aiuti ricevuti dalle tre banche che seguono HSBC, mentre la prima della classe è tale solo con le sue forze. Il criterio utilizzato da S&P è quello del RAC, ovvero del risk adjusted capital, parametro non nuovo, in verità: nel corso di un viaggio di studi del sistema bancario inglese il sottoscritto, oltre dieci anni fa, ebbe modo di visionarne l’utilizzo nell’ambito delle analisi svolte dalla British Bankers Association. Il RAC misura l’adeguatezza del capitale ponderato per  rischi, tutti i rischi, con un criterio più severo di quello fissato da Basilea 2, ovvero diminuendo il peso sul patrimonio degli strumenti ibridi di capitalizzazione e tenendo conto anche dei rischi derivanti da attività di trading e portafoglio azionario. Le due principali banche italiane sono sotto la media, 6,8 per Intesa, 6,3 per Unicredit. E, fortunatamente, non parlano inglese.

 

Accanimento terapeutico.

Si apprende che il ripianamento delle perdite di Mariella Burani Fashion Group è saltato, dal momento che il principale azionista non si sarebbe presentato in assemblea. La previsione non era difficile da fare, dal momento che l’assemblea era stata convocata per procedere ad aumentare il capitale per complessivi 83,5 milioni e la famiglia Burani si è dichiarata disponibile a versare fino ad un massimo di 50 milioni.

Le vara questione riguarda proprio quelli che Maria Silvia Sacchi e Roberta Scagliarini sul Corriere Economia di ieri definivano “i soldi veri sul tavolo.” Secondo l’articolo apparso ieri, il rinvio dell’assemblea sarebbe in funzione dell’ottenimento di più tempo per la trattativa con le banche creditrici, disposte “a convertire una parte dei debiti se la famiglia mette 50 milioni”.

Ci sono alcune cose che colpiscono in tutto questo. La prima è che un imprenditore si limiti a proporre di versare fino ad un massimo del 10% del totale dei debiti bancari, chiedendo alle banche di fare il resto; la seconda è che le banche non solo non battano ciglio, ma siano pronte a discutere (ci viene spiegato che Burani è un gruppo troppo importante per fallire ed è ramificato e diversificato anche in Borsa, attraverso Greenvision e Bioera), complice probabilmente la presenza quale advisor di MBFG, di Mediobanca; la terza è che i Burani siano (restino?) una delle famiglie imprenditoriali più in vista di Reggio Emilia -“Giovanni Burani ha posti nei consigli di amministrazione di una quarantina di aziende”-; e infine, ma a dirlo sembra di sparare sulla Croce Rossa, azionisti e consiglieri di Bipop, quindi chiamati da Unicredit, che negli affari giusti non manca mai, nel CdA di Fineco.

Può bastare?

Braccino corto 2.

Il Sole 24 Ore di ieri riporta, a firma di Alessandro Graziani, la notizia che “Unicredit rafforza il capitale”.

Lasciando per un attimo da parte la questione organizzativa, sulla quale varrà la pena ritornare -Profumo ha affermato che si tratta di un “Progetto nato per migliorare i servizi ai clienti”- perché ci si chiede, allora, a cosa servisse la struttura precedente, a prescindere da questo, nell’articolo viene riportata  una notizia significativa. Il Core Tier 1 si è incrementato di 70 punti base. “Livello raggiunto”, prosegue l’articolo, “grazie all’opera di riduzione dell’attivo ponderato a rischio, incidendo dunque sul numeratore del Core Tier 1, dovuto da una parte alla fisiologica riduzione della domanda di credito da parte della clientela e dall’altra dall’azione di riduzione dei risk weighted assets. Non sono d’accordo con la notazione del giornalista, che afferma che l’aumento di 70 punti base è assimilabile a un aumento di capitale: aumentare il capitale effettivamente -e per ora siamo agli annunci- e ridurre il rischio non rappresentano la stessa cosa, anche se incidendo in misura opposta sul denominatore e sul numeratore dei coefficienti di vigilanza prudenziale permettono di raggiungere lo stesso scopo, ovvero di rafforzare il patrimonio in rapporto al rischio. Ridurre le attività ponderate per il rischio non significa necessariamente fare una cosa buona, peraltro: sarebbe interessante sapere di che si tratta, se di attività di trading o di credito, magari alle Pmi.

La conclusione trionfante di Profumo, che peraltro non lascia presagire nulla di buono per le Pmi è la seguente: “Abbiamo un bilancio forte e disponiamo del capitale necessario per fare credito, a patto che sia “buono”. La sensazione è che si ricominci, come prima della crisi, a razionare de facto le Pmi, semplicemente negando loro credito, per la ragione che sono le imprese più rischiose: e che l’arte del banchiere non sia più quella di gestire il rischio ma, più semplicemente, di evitarlo.

Braccino corto.

Logo Unicredit

I conti trimestrali di Unicredit, comunicati ieri, mostrano segnali interessanti ed importanti, soprattutto tenendo conto che l’utile, in calo, era stato correttamente stimato dagli analisti.

Ciò che colpisce, tuttavia, è la misura del Core Tier 1, ovvero del patrimonio di Vigilanza di primo livello, quello rappresentato dal capitale versato e dalle riserve disponibili, attestato a, 7,55%, dal 6,85% di giugno. Con l’aumento di capitale annunciato, ma non ancora effettuato, si attesterà all’8,39%. In altre parole: per essere in linea con i coefficienti patrimoniali richiesti dalle Autorità di Vigilanza, è preferibile ricorrere agli strumenti ibridi (il Tier 2), piuttosto che al capitale di rischio. E riesce difficile immaginare che l’aumento di 4 miliardi sarebbe stato realizzato se non vi fosse stata la crisi. Appunto, braccino corto.

Una superbanca.

Non è facile commentare la nuova strategia organizzativa di Unicredit, approvata dal comitato strategico nella giornata di ieri.

Unicredit è nata come aggregazione di realtà locali, ampiamente e storicamente diffuse sul territorio, via via aggregate sotto un unico marchio, che ha progressivamente fatto scomparire quelli originari. Rolo Banca 1473, Cassa di Risparmio di Torino e tante altre realtà bancarie sono andate scomparendo, sostituite, nella rappresentanza dei territori da una parte dal ruolo delle Fondazioni -Palenzona e Biasi ne sono rappresentanti attivi e noti a livello a nazionale- dall’altra dall’invenzione dei cosiddetti “Comitati locali”, che nelle intenzioni originarie dovevano rappresentare un punto importante di collegamento con il territorio. La scomparsa non è stata indolore, in taluni casi si sono verificate situazioni che hanno mostrato il limite di una politica di aggregazioni fatta a prescindere dalle reali esigenze del territorio. Al di fuori dell’ambito di Unicredit, la storia della Banca Popolare Trentina lo dimostra: d’altronde la libertà di poter cedere una banca che, al contrario, andrebbe tenuta in mano al territorio, fa parte delle possibilità più che lecite ed ammissibili di un’economia di mercato.

Torniamo ad Unicredit. I “Comitati locali” devono avere mostrato qualche problema di rappresentanza -e, absit iniuria verbis, vista la composizione di essi, spesso appiattita sulla grande industria e sui gran commis, pubblici e privati, non è difficile immaginarlo- dal momento che la nuova organizzazione viene giustificata con la necessità di “formare una superbanca e garantire un aggancio più stretto ai territori”. La nuova strategia organizzativa è imperniata sulla eliminazione delle attuali strutture Private, Retail e Corporate, oltre che Banco di Roma e Banco di Sicilia: le prime tre strutture, nelle intenzioni originarie, erano state ideate per consentire una più stretta aderenza alle necessità del cliente.

Qualcosa deve essere andato storto se quel modello mostra già i suoi limiti nel giro di un decennio. E l’idea di una “superbanca” fa pensare che si vogliano, più banalmente, ottenere legittime economie di scala -i sindacati stimano in 7mila gli esuberi conseguenti alla nuova “strategia”- che come probabile e come già accaduto tante volte in passato, nel caso delle grandi banche, andranno a vantaggio non dei clienti, ma degli azionisti.

Unicredit vs/Roma a.s.

Logo-roma

La notizia che Unicredit ha proceduto al pignoramento di due alberghi della famiglia Sensi, a fronte di oltre 300 milioni di euro di debiti, non stupisce se non per due ragioni: l’incapacità del gruppo Sensi di far fronte alle proprie obbligazioni passive in maniera ordinata ed alle scadenze era  nota da tempo, evidentemente non si poteva più traccheggiare, ma sembra comunque un provvedimento che poteva essere assunto in precedenza; la seconda motivazione riguarda il soggetto finanziato, ovvero una società di calcio, pur quotata in Borsa, ma piena di debiti. E’ difficile, infatti, non chiedersi come mai si sia arrivati a finanziare, sia pure con garanzie -che infatti oggi vengono azionate- una società che non ha mai prodotto una lira di utili, che si è quotata in Borsa per consentire di fare cassa alla proprietà e che, infine, non ha mai raggiunto, con i capitali raccoti sul mercato, alcuno degli obiettivi dichiarati. Come spiegare alle tante Pmi che vengono, in questo momento, razionate, che in passato si sono erogati finanziamenti di questo tipo mentre ora, per aziende che rappresentano la spina dorsale del Paese, anche sotto il profilo dell’occupazione, i soldi mancano?

La banca della porta accanto 2.

Sempre a proposito dell’intervista a Vittorio Terzi già citata, oltre alla sorpresa, registro una domanda semplice semplice.

Come mai, se le grandi banche si sono attrezzate splendidamente bene per valutare meglio il rischio di credito, come mai Banca d’Italia avrebbe predisposto una task force per monitorare l’esposizione bancaria verso i grandi gruppi industriali?

E come mai, se erano attrezzate così bene, soprattutto le più grandi, soprattutto Unicredit, hanno dovuto ricapitalizzare, dal momento che si erano mangiati la dote di capitale? Le Bcc non hanno ricapitalizzato: any suggestions?

Too big to risk?

A_Profumo

Troppo grande per rischiare? Viene da chiederselo, dopo aver letto i resoconti dell’intervento dell’Amministratore Delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, alla Camera di Commercio Italiana per la Svizzera. Profumo, nel suo intervento, ha difeso la grande dimensione raggiunta dall’Istituto da lui guidato, affermando che le recenti prese di posizione circa i rischi connessi alla troppo grande dimensione sono evitabili in un solo modo: con il capitale. Come titola Il Sole 24 Ore, “Contano i ratio”.

Parole sante. E le verità, da chiunque siano pronunciate, vanno fatte proprie con realismo ed umiltà.

Riesce solo difficile pensare che si possa essere disinvolti e sereni nell’affermare così perentoriamente le corrette e prudenti linee guida della gestione bancaria, guidando un Istituto le cui difficoltà sono nate proprio dall’eccesso di rischi assunti in funzione della dimensione -l’espansione internazionale- e di alcune scelte di portafoglio non proprio commendevoli -Bernie Maddoff, per esempio, fra le più eclatanti-. A tacer della prassi, nota e non sufficientemente resa pubblica, con la quale Unicredit ha concluso contratti derivati con Pmi che alla fine, proprio per l’onerosità degli stessi, si sono trovate con il cappio al collo di interessi -de facto- usurarii.

Infine, affermare che certe banche sono too big to risk significa solo rammentare che, come l’autore di questo blog non si stanca di ripetere, Basilea 2, ha ucciso -omicidio preterintenzionale, secondo il codice penale italiano- la capacità delle banche di gestire il rischio nei confronti delle imprese. Per la semplice ragione che, per risparmiare capitale, le ha incentivate a non assumerli per niente: perché il rischio di credito è quello più costoso, quello che richiede più investimenti in capitale umano, quello che nell’immediato fa crescere i costi operativi. Meglio, allora, non rischiare.

Bonus malus

Alessandro Profumo, in un incontro con i giornalisti avvenuto ad Istanbul, nell’ambito delle riunioni del Financial Stability Board, ha affermato che i bonus non sono stati un acceleratore della crisi, perlomeno non in Italia. E ribadisce l’utilità di strumenti in grado di responsabilizzare i manager bancari, con piani articolati nel tempo ed improntati ad una visione di medio-lungo termine.

Profumo ha ragione. I bonus non sono il diavolo e, se anche fossero stati un propellente della crisi, certamente non ne costituiscono l’origine, dal momento che, in quanto tali, altro non sono che un’espressione di una certa cultura del fare impresa, del fare banca, del concepire le relazioni ed i rapporti con il territorio e con il sociale: in altre parole, i bonus -che non sono stati certamente erogati al solo settore finanziario, come tante storie di capitalismo made in USA e non solo dimostrano- sono solo la punta dell’iceberg di un certo modo di intendere (o di non curarsi) della responsabilità sociale dell’impresa.

Detto ciò, forse l’uscita di Profumo, in contemporanea con il gran rifiuto di sottoscrivere i Tremonti-bond da parte di Unicredit, poteva essere più tempestiva, magari rinviando la discussione dell’argomento a momenti migliori. Il moralismo è la melassa che avvolge gran parte della cultura contemporanea, anche in ambito economico. Ma la disinvoltura con la quale ci si rifiuta ostinatamente di mettere in discussione se stessi ed il proprio modo di intendere la banca, da parte di tutti i grandi banchieri, comincia a diventare insopportabile.

Cedola: Profumo apre alle Fondazioni.

Così titola il Corriere della Sera del 25 settembre. E, ancora, Profumo afferma “Garantiremo un ritorno sostenibile nel tempo a enti e territori”.

Probabilmente non erano -e non sono tuttora- solo i manager ad inseguire gli elevati ritorni nel breve periodo, il ROE obiettivo e la creazione di valore. Forse sarebbe il caso di cominciare a ragionare anche circa i comportamenti di coloro che hanno indotto e stimolato i manager ad assumere quelle posizioni che nei manuali definiamo di moral hazard, o comportamento opportunistico.

Anche perché mettere le mani avanti proprio in questo momento, in cui si dovrebbe capitalizzare e rafforzare, senza tante obiezioni, fa pensare che si voglia al più presto tornare, se non lo si è già fatto, ai fasti -nefasti- di qualche tempo fa.

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