John Maynard
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In memoria di un grande Presidente.
Una superbanca.
Non è facile commentare la nuova strategia organizzativa di Unicredit, approvata dal comitato strategico nella giornata di ieri.
Unicredit è nata come aggregazione di realtà locali, ampiamente e storicamente diffuse sul territorio, via via aggregate sotto un unico marchio, che ha progressivamente fatto scomparire quelli originari. Rolo Banca 1473, Cassa di Risparmio di Torino e tante altre realtà bancarie sono andate scomparendo, sostituite, nella rappresentanza dei territori da una parte dal ruolo delle Fondazioni -Palenzona e Biasi ne sono rappresentanti attivi e noti a livello a nazionale- dall’altra dall’invenzione dei cosiddetti “Comitati locali”, che nelle intenzioni originarie dovevano rappresentare un punto importante di collegamento con il territorio. La scomparsa non è stata indolore, in taluni casi si sono verificate situazioni che hanno mostrato il limite di una politica di aggregazioni fatta a prescindere dalle reali esigenze del territorio. Al di fuori dell’ambito di Unicredit, la storia della Banca Popolare Trentina lo dimostra: d’altronde la libertà di poter cedere una banca che, al contrario, andrebbe tenuta in mano al territorio, fa parte delle possibilità più che lecite ed ammissibili di un’economia di mercato.
Torniamo ad Unicredit. I “Comitati locali” devono avere mostrato qualche problema di rappresentanza -e, absit iniuria verbis, vista la composizione di essi, spesso appiattita sulla grande industria e sui gran commis, pubblici e privati, non è difficile immaginarlo- dal momento che la nuova organizzazione viene giustificata con la necessità di “formare una superbanca e garantire un aggancio più stretto ai territori”. La nuova strategia organizzativa è imperniata sulla eliminazione delle attuali strutture Private, Retail e Corporate, oltre che Banco di Roma e Banco di Sicilia: le prime tre strutture, nelle intenzioni originarie, erano state ideate per consentire una più stretta aderenza alle necessità del cliente.
Qualcosa deve essere andato storto se quel modello mostra già i suoi limiti nel giro di un decennio. E l’idea di una “superbanca” fa pensare che si vogliano, più banalmente, ottenere legittime economie di scala -i sindacati stimano in 7mila gli esuberi conseguenti alla nuova “strategia”- che come probabile e come già accaduto tante volte in passato, nel caso delle grandi banche, andranno a vantaggio non dei clienti, ma degli azionisti.
Unicredit vs/Roma a.s.
La notizia che Unicredit ha proceduto al pignoramento di due alberghi della famiglia Sensi, a fronte di oltre 300 milioni di euro di debiti, non stupisce se non per due ragioni: l’incapacità del gruppo Sensi di far fronte alle proprie obbligazioni passive in maniera ordinata ed alle scadenze era nota da tempo, evidentemente non si poteva più traccheggiare, ma sembra comunque un provvedimento che poteva essere assunto in precedenza; la seconda motivazione riguarda il soggetto finanziato, ovvero una società di calcio, pur quotata in Borsa, ma piena di debiti. E’ difficile, infatti, non chiedersi come mai si sia arrivati a finanziare, sia pure con garanzie -che infatti oggi vengono azionate- una società che non ha mai prodotto una lira di utili, che si è quotata in Borsa per consentire di fare cassa alla proprietà e che, infine, non ha mai raggiunto, con i capitali raccoti sul mercato, alcuno degli obiettivi dichiarati. Come spiegare alle tante Pmi che vengono, in questo momento, razionate, che in passato si sono erogati finanziamenti di questo tipo mentre ora, per aziende che rappresentano la spina dorsale del Paese, anche sotto il profilo dell’occupazione, i soldi mancano?
La vera Romagna folk 2 (il ritorno).
Apprendiamo con soddisfazione, dopo aver registrato che il PIL del benessere della provincia di Forlì-Cesena batte tutto il resto d’Italia, Rimini compresa (come diceva il Cavalier Benito Mussolini: “Rimini, rifiuto della Romagna, scarto delle Marche”) che anche a super-ricchi non siamo messi male.
Cosa c’è sotto gli utili record (della Ford).
La notizia di una trimestrale record per la Ford, con utili per 1 miliardo di dollari, se da un lato rende contento il cittadino americano e tutti coloro che si augurano sempre maggiori segnali di ripresa provenire dall’economia mondiale, dall’altro deve far riflettere su alcune, troppo facili affermazioni.
Anzitutto, pur rispondendo al vero che Ford non ha richiesto sussidi statali, non può esservi dubbio alcuno circa il forte impatto degli incentivi per la rottamazione concessi dal governo USA. Senza di essi, e per giunta in un periodo di consumi riflessivi, non avrebbe potuto esserci una crescita dei ricavi tale da consentire una simile performance. Il resto della risposta all’interrogativo circa il risultato record raggiunto lo offre la stessa casa di Detroit, quando afferma di avere già iniziato prima che scoppiasse la crisi a ristrutturare, tagliando costi fissi ed eliminando sprechi.
Non sarebbe male ricordarsi della lezione che arriva da Oltreoceano, soprattutto in periodi come questi dove sembra che l’unica cosa che conti sia il credito bancario e la liquidità: e ci si dimentica che, passata la crisi, il conto economico esigerà di nuovo la sua centralità. Chi avrà iniziato per primo a lavorare sulla propria formula competitiva, in altre parole, ha la possibilità di vedere prima la fine del tunnel.
Razionalità limitata.
Come volevasi dimostrare, e come spesso accaduto in passato, non sempre cattive notizie vere hanno lo stesso effetto sulle Borse. La richiesta di ammissione alla procedura concorsuale made in USA del c.d. Chapter 11 del gruppo bancario Cit non provoca scossoni. Ripensare ai mercati mobiliari, in tutti i sensi che questa espressione comporta -ovvero anche di comunicazione, di giornalismo, di informazione- non sarebbe una cattiva idea.
Poca acqua nel vino.
Donato Masciandaro, in un lucidissimo articolo sul Sole 24 Ore di giovedì 29 ottobre mette in evidenza, con la consueta chiarezza, quale sia il vero problema nel quale si dibattono le autorità politiche e di vigilanza rispetto al “che fare?” e al “cosa lasciar fare” alle banche dopo la crisi.
L’articolo, che andrebbe inserito in un manuale di Economia degli Intermediari Finanziari -d’altronde l’illustre Collega non per caso è ordinario in Bocconi- mette in evidenza il falso dilemma delle due possibili alternative del dopo crisi:
- sfuggire ai rischi, mantenendo unicamente i compiti tradizionali e creando inefficienze a carico dei clienti;
- procedere ad uno “spezzatino” dei grandi istituti, preparando un piano di smobilizzo della attività per i momenti difficili.
La falsità del dilemma consiste -e Masciandaro lo spiega con chiarezza estrema, appunto mettendo, come si dice in Romagna, “poca acqua nel vino”- nel fatto che le soluzioni proposte evitano di mettere al centro l’unica vera questione, quella del capitale delle banche. Che dovrebbe essere, come ricordato da Luigi Zingales in un contributo da far studiare anch’esso nelle Università, tanto più elevato quanto maggiore è la dimensione (ed invece al momento della crisi il core Tier di Unicredit era inferiore a 7) della banca che opera. Le altre soluzioni sono solo illusioni, che spostano in avanti il problema, senza risolverlo. Come ricorda Masciandaro, almeno fino alla prossima crisi.
La banca della porta accanto 2.
Sempre a proposito dell’intervista a Vittorio Terzi già citata, oltre alla sorpresa, registro una domanda semplice semplice.
Come mai, se le grandi banche si sono attrezzate splendidamente bene per valutare meglio il rischio di credito, come mai Banca d’Italia avrebbe predisposto una task force per monitorare l’esposizione bancaria verso i grandi gruppi industriali?
E come mai, se erano attrezzate così bene, soprattutto le più grandi, soprattutto Unicredit, hanno dovuto ricapitalizzare, dal momento che si erano mangiati la dote di capitale? Le Bcc non hanno ricapitalizzato: any suggestions?
Burani news.
Apprendere da Milano Finanza del 24 ottobre che Burani Private Holding, la cassaforte di famiglia, “porta avanti la battaglia per l’azione di responsabilità nei confronti del Presidente Walter Burani, approvata, ma mai effettivamente partita” sorprende fino a un certo punto. Lo scollamento fra proprietà e management, che la notizia testimonia, è proprio di un gruppo che è arrivato a totalizzare un debito di quasi 480 milioni di euro, per fronteggiare il quale il Presidente si è impegnato a supportare la ricapitalizzazione per un importo minimo di 50 milioni. Ovvero, il minimo sindacale, in un’azienda cresciuta moltissimo con la leva finanziaria, come ampiamente documentato nella sezione Analisi e commenti. Infine, quanto meno bizzarro appare il comportamento di un’azienda che, nel mentre non deposita nei termini di legge i documenti necessari per l’abbattimento e la ricostituzione del capitale della Holding, procede, mediante Antichi Pellettieri, ad acquisire il 100% di Cmc s.r.l. proprietaria del marchio Mario Cerutti e del 27% della Enrico Mandelli.
La banca della porta accanto.
Una sorprendente, per il sottoscritto, intervista di Vittorio Terzi (responsabile di McKinsey in Italia e nel Mediterraneo) a cura di Andrea Di Biase ed apparsa su Milano Finanza il 24 ottobre scorso torna sul tema, più che mai d’attualità, della diversità di atteggiamento delle grandi banche nei confronti delle imprese. L’intervistato, in particolare, mostra fin dalle prime battute di avere a cuore una sola idea di vicinanza alle imprese, quella per cui le banche migliori sarebbero quelle che finanzierebbero anche chi non possiede nessun merito di credito.
Le affermazioni di Terzi sono sorprendenti perché l’equivoco, se di equivoco si tratta e non di forzatura polemica, non dovrebbe sfiorare un personaggio di questo calibro. La vicinanza alle imprese, quella a cui si richiamano le banche locali o banche di prossimità -ovvero, in Italia, le Bcc- è vicinanza al territorio nel senso migliore della parola, non sostegno assistenziale. Lo dimostra la storia delle Bcc italiane, caratterizzata da sempre da un modestissimo livello di sofferenze rispetto al resto del sistema. Ed è questo che, soprattutto in questo momento, servirebbe alle Pmi italiane.
L’intervista, tuttavia, prosegue con altre affermazioni quanto meno discutibili: “Le grandi banche come le piccole sono presenti sul territorio, ma con una differenza. Che mentre entrambe hanno la vicinanza al cliente-impresa, le grandi banche hanno qualcosa in più delle piccole: hanno i mezzi da investire, come hanno fatto, in competenze e capacità che permettono loro di assumere in modo più corretto i rischi di credito”. E ancora: “Chi sostiene che le grandi banche facciano erogazione di credito guardando solo ai modelli di rating, dice una cosa errata.” La prima affermazione andrebbe rettificata: gli investimenti sono stati effettuati, ma non in competenze e capacità, bensì in modelli automatici così perfetti da permettere l’erogazione solo a clienti del tutto privi di profili di rischio. A breve un post con le linee-guida di un grande istituto di credito, proprio a partire dalle logiche di Basilea 2. La seconda è stata smentita, icto oculi, presente cioè il sottoscritto, qualche giorno fa, nel corso di un incontro con alcuni istituti bancari, per i quali un altissimo dirigente ha testualmente affermato:“Quello che esce dal modello per noi non è modificabile”.
Nessuno contesta all’impresa-banca il dovere, prima ancora che il diritto, di fare utili. Ma che non si possa neppure mettere in discussione un modello di intermediazione oggettivamente lontano dalla realtà, pare una posizione francamente indifendibile. Tanto più che, nella stessa intervista, si afferma che “le banche dovranno imparare a fare un mestiere nuovo, comprendendo a fondo i rischi delle imprese anche nel medio termine.” Ma non ne sono, le grandi, già capaci?




