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#scattistipendiali e #buonauniversità

Carlo_Vincenzo_Ferraro

Oggi grazie alla capacità ed allo sforzo di coordinamento di quest’uomo, il Collega prof.Carlo Vincenzo Ferraro, Ordinario al Politecnico di Torino, oltre 8000 docenti, tra ordinari, associati (compreso il sottoscritto) e ricercatori hanno manifestato pacificamente nei rettorati di tutte le Università italiane, alle ore 12, per chiedere la cessazione di quell’iniquità che si chiama blocco degli scatti stipendiali. Da molti mesi seguo l’iniziativa del Collega e ho aderito tra i primi: vedere in Rettorato, oggi, almeno il triplo dei Colleghi che avevano rassicurato corca la loro adesione e la loro presenza mi fa pensare che si possa riuscire a far capire al Governo che la #buonauniversità comincia ri-cominciando a premiare chi in università ci lavora. Non fosse altro per smentire l’ex-ministro dell’economia Giulio Tremonti, di cui è nota la triste frase: “Con la cultura non si mangia”.

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Pannicelli caldi.

Impacchi_camomilla

Quando, una vita fa, facevo ancora un mestiere vagamente assomigliante a quello del commercialista, ricordo che una delle domande più frequenti da parte degli imprenditori riguardava il pagamento delle imposte: anzi, la domanda esattamente era: “Ma adesso posso scaricare questo anzichè quello, la macchina anzichè il cellulare etc…?” Nessuno che mi abbia mai chiesto come fare a monitorare la redditività o a controllare i costi, l’utile pre-tax era concepito come normale, scontato.

Leggere dei provvedimenti del Governo Renzi sulla deducbilità dei crediti bancari come toccasana di tutti i mali fa sorridere: se da una parte pone rimedio ad un’evidente incongruità (le perdite su crediti si verificano e basta, e quando si spesano in bilancio devono poter essere dedotte, tutte, al 100%, come avviene in tutti gli altri Paesi), dall’altro non rende le banche più capitalizzate e, improvvisamente, più disponibili ad erogare credito. Le attività fiscali erano e sono un elemento negativo del patrimonio di vigilanza, ma non faranno lievitare il capitale di rischio di banche che generano perdite su crediti ed intaccano il patrimonio non per colpa delle attività fiscali, ma perché non sanno più fare il loro mestiere. Il quale, come ricorda la circolare 263 di Bankitalia (che forse qualche giornalista ed anche qualche tecnico di associazione di categoria dovrebbe cominciare a studiarsi) consiste nella misurazione del rischio.

Se si misura correttamente il rischio lo si remunera, e attraverso lo spread, come sa ogni studente di economia, si coprono le perdite: nè servirà a fare buon credito accelerare le procedure di recupero, se, appunto, il primo recupero non comincia dalla “sana e prudente gestione“. Diversamente, ridurre il carico fiscale sotto la riga dell’utile pre-tax, lasciando che sopra continui a farla da padrone la voce 130 è, appunto, un impacco di camomilla. Dà sollievo, ma dopo che lo hai tolto non ti trasformi in Uma Thurman: rimani Cita, Cita Hayworth.

La forma cooperativa? Il vaglio?

La forma cooperativa?

La forma cooperativa ha limitato il vaglio da parte degli investitori e ha ostacolato la capacità di accedere con tempestività al mercato dei capitali, in alcuni momenti cruciale per far fronte a shock esterni. La riforma faciliterà lo svolgimento efficiente dell’attività di intermediazione creditizia in un mercato reso più competitivo dall’Unione bancaria.

Ignazio Visco, Governatore della Banca d’Italia, 26 maggio 2015

Il vaglio degli investitori sarebbe stato migliore nelle banche spa? In MontePaschi per esempio? La sensazione è quella che frasi scontate come questa nascondano solo la (comprensibile) volontà del Vigilatore di ridurre i vigilati. Meno banche, meno complicazioni. Ma per favore, non diamo la colpa alla cooperazione.

Spring is coming ( mettete dei fiori nei vostri trattori )

johnmaynard:

Pacifista ed enologico

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Urbano Berti, Galeata 22-12-1927 Forlì 08-03-1996

Nulla è così commovente come il fatto che Dio si sia fatto uomo per dare l’aiuto definitivo, per accompagnare con discrezione, con tenerezza e potenza il cammino faticoso di ognuno alla ricerca del proprio volto umano.

L.Giussani

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I cattolici si muovono (?) per le banche popolari. Ne vale la pena?

Scudo_Crociato

Secondo l’Huffington Post la riforma delle popolari realizzata per decreto legge (siamo ansiosi di conoscere i requisiti di necessità ed urgenza del medesimo) ha smosso l’associazionismo cattolico, pronto a “smontare” la riforma in parlamento. Dai vecchi democristiani fino al Ministro Lupi sarebbe tutto un tramare dietro le quinte per evitare la riforma. Ne vale la pena?

Ieri mattina, sul Sole 24 Ore, Marco Onado evidenziava l’ambiguità dell’intervento di Renzi, il quale nel sottolineare “l’eccesso di banchieri” sembrava parlare a nuora, le popolari, perché intendesse suocera, le bcc. Ad essere realisti, infatti, non sembrano le popolari essere troppe quanto piuttosto, se questo fosse il criterio, le banche di credito cooperativo, quelle che “nessuno (sic) le tocca”. Poiché grande è la confusione sotto il cielo, oltre a rimandare all’ottimo intervento del professor Onado, forse vale la pena fare qualche riflessione sull’opportunità di una battaglia pro o contro il modello cooperativistico che, almeno sulla carta, è messo sotto scacco con l’intervento legislativo sulle popolari.

A dispetto di tante affermazioni di facciata succedutesi nel corso degli anni, in effetti tale modello non ha mai goduto di grande favore presso le lobbies europee, che lo hanno sempre ritenuto contrario ad un’idea di mercato basato sulla contendibilità (che il principo del voto capitario, ovvero una testa un voto a prescindere dalle quote possedute impedirebbe di realizzare) e sull’efficienza. La proposizione è non solo non dimostrata nella teoria finanziaria, ma palesemente disattesa nella pratica: ovvero, maggiori dimensioni ed un modello capitalistico non comportano, automatically, maggiore efficienza ed una migliore managerialità. Basti pensare, per citare un caso macroscopicamente noto, al Monte dei Paschi di Siena, spa.

Il principio del voto capitario, come tutti gli strumenti, può essere male utilizzato o può esaltare la democrazia economica: i padri-padroni (Fiorani in Popolare Lodi, per esempio) così come il sindacato dei bancari in Popolare Milano sono pessimi esempi non già di un principio errato quanto piuttosto di una sua distorsione. Altrimenti non si spiegherebbero altri eccellenti esempi di cooperazione di credito, anche su grandi dimensioni territoriali: tra gli altri il Credito Cooperativo Ravennate e Imolese o la Cassa Rurale di Treviglio.

Il principio del voto capitario è dunque un falso colpevole e l’intervento del Primo Ministro Renzi sembra solo rappresentare una ripresa di iniziativa della politica rispetto ad un settore dove domina incontrastata, e senza alcuna accountability, l’autorità di Vigilanza, lasciata libera di distruggere il Credito Cooperativo in nome dell’indipendenza delle autorities. Non so cosa possano concludere di buono i cosiddetti politici cattolici in materia, e forse ignoro i meccanismi della comunicazione in materia. Ma ritengo che quanto sta accadendo, prima ancora che rappresentare un campanello d’allarme per un modello di democrazia economica che affonda le sue radici nella cultura cattolica, dovrebbe richiamare un’altra, più pressante questione: la politica ha qualcosa da dire sul mondo del credito? O anche quest’ultimo, come quello delle imprese, orfano da decenni di una politica industriale degna di questo nome, può tutt’al più formare oggetto di lamentele per il credit crunch?

Aspettando la risposta, godiamoci il dibattito: magari estendendolo agli interventi al napalm della Banca d’Italia sul credito cooperativo.

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Nessuno tocca le Bcc (ci ha già pensato Visco).

Bankitalia_ignazio-viscoIl tweet rassicurante del Presidente del Consiglio ieri sera “nessuno tocca le bcc”, appena terminato il Consiglio dei Ministri, è senza dubbio indirizzato a tutti coloro che paventavano una modifica della normativa in materia bancaria penalizzante per le banche di credito cooperativo. Il testo uscito dal Consiglio dei Ministri ha stralciato le norme in materia di bcc e dunque, per il momento, nulla di nuovo sul fronte occidentale. Forse.

L’apertura di una falla sul fronte della difesa di banche “differenti”, poichè improntate su un modello mutualistico e non di mera ricerca del profitto per ora tocca sole le grandi popolari, costrette (malgré-lui? ne dubito…) a diventare società per azioni, dotate di un attivo superiore ad una certa soglia. Nei fatti sancisce, prima ancora che un disfavore del legislatore, un’incomprensione culturale, un essere fuori dal tempo che la mancanza di testimonianza e di valori realizzati ha aggravato. Non si comprende il perché debbano esistere banche di credito cooperativo, piuttosto si aderisce a Banca Etica, in nome di valori che si sente difettare, ma le piccole banche, le banche di prossimità sembrano passate di moda. Eppure non è così lontano il 2008, quando Giulio Tremonti, con il suo bacio della morte, lodava le “piccole-banche-che-continuano-a-fare-credito” contro le grandi e cattive banche, colpevoli del credit-crunch.

Sono passati quasi sette anni di crisi e le piccole banche stanno peggio di prima: le loro virtù -minori sofferenze sugli impieghi, migliore capacità di assistenza alla clientela, capacità di comprendere le esigenze delle Pmi- si sono volatilizzate, non contano più o, più semplicemente, non ci sono più. I numerosi commissariamenti di piccole banche proposti da Banca d’Italia ed eseguiti dal Mef senza batter ciglio si sono accaniti sulle Bcc senza che nessuno alzasse un dito per difenderle, a cominciare da quei genii del senso dell’opportunità della Lega Nord: ed è chiaro che l’obiettivo della Vigilanza, secondo il classico trade-off della teoria finanziaria, è la stabilità, a scapito dell’efficienza. Si potrebbe aggiungere che l’operato di Banca d’Italia segue il vieto e frusto paradigma (mai dimostrato), che la dimensione più grande incorpori i vantaggi della stabilità, dell’efficienza, delle economie di scala: ho cominciato a fare il professore studiando queste cose e ancora non ci cavo le zampe, ci sarà un motivo.

Infine: è persino doloroso assistere allo scempio del credito cooperativo operato dalla Vigilanza, nella totale assenza e/o indifferenza non appena dei referenti politici (già: quali?) ma, soprattutto, delle rappresentanze istituzionali, Abi e Federcasse. Ma se dei primi è spiegabile l’indifferenza, dei secondi è peccato mortale l’ignavia. Che nulla, nemmeno la volontà di sviluppare un nuovo modello associativo, calato dall’alto, può giustificare.