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Nessuno vuole ciaccare il ferro.

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Mentre chiacchiero, in una pausa del Meeting (straordinario anche quest’anno), con un amico abruzzese con il quale stiamo organizzando un corso per nuovi imprenditori, ragioniamo sui dati delle cosiddette start-up, citati anche dal ministro Delrio durante il suo intervento, soprattutto nel Mezzogiorno. Ed entrambi dubitiamo, non tanto della bontà dei dati stessi,quanto piuttosto del loro vero significato: così lui, alla mia osservazione sul terziario arretrato, ovvero bar, ristoranti, esercizi commerciali etc…se ne esce con questa frase meravigliosa, che mi fa pensare a due o tre cose.

La prima è molto stringente in termini economici ed è persino banale ripeterla, ma purtroppo riguarda e continua a riguardare tutto il Paese, con l’eccezione, forse, dell’Alto Adige, dove la Provincia Autonoma gestisce ed indirizza la concorrenza: tutti i settori dove non vi sono barriere all’ingresso e dove è relativamente facile entrare per assenza di elevati livelli di capitale investito sono anche quelli che crescono, innovano ed investono meno. Soprattutto, sono i settori a minore valore aggiunto ed a bassa redditività.

Se di investimenti (e di incentivi) si deve parlare, allora, forse sarebbe il caso di ricordare il deleterio contributo della Tremonti alla bolla immobiliare e la cronica assenza di politica industriale: una qualunque, purché politica industriale. D’altra parte siamo e rimaniamo un Paese ad elevata tassazione su famiglie ed imprese, con le distorsioni conseguenti (si investe solo in presenza di incentivi).

Infine, ed è evidentemente un problema culturalmente connesso al precedente, si fa fatica a pensare alla manifattura, si fa fatica a pensare alla fatica: non solo perché impiantare la manifattura è più difficile e costoso ma, appunto, perchè più faticoso. E se la questione è culturale, non c’è incentivo che tenga.

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In loving memory.

Rita Rigoni Berti n.11.01.1960 m.24.08.2006

Rita Rigoni Berti
n.11.01.1960
m.24.08.2006

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Se il fabbisogno finanziario è legato al circolante.

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Luca Orlando, sul Sole di oggi, con l’ottimismo della volontà ed occhiali molto rosé, si sforza di vedere nei dati sul credito al 30 giugno segnali positivi. Egli afferma che “(..) dai picchi pre-crisi il gap resta evidente, un centinaio di miliardi su base semestrale, ma l’inversione di rotta pare altrettanto chiara. La domanda continua a riguardare anzitutto le scadenze a breve e brevissimo termine, dunque la gestione del circolante, che catalizza quasi interamente i volumi erogati. Dei 41,5 miliardi ottenuti dalle imprese a giugno il 70% riguarda scadenze inferiori ai tre mesi, il 27,7% importi concessi tra 3 e 12 mesi. Un quadro poco mosso rispetto alle quote di dodici mesi fa, anche se qualche segnale positivo è visibile anche nelle scadenze più lunghe. Non quelle estreme però, perché se prendiamo i prestiti a gittata maggiore, quelli con scadenza superiore ai cinque anni, il quadro in realtà resta ancora desolante: nei primi sei mesi del 2008 furono quasi nove i miliardi concessi dalle banche per questa tipologia, ora non si raggiunge neppure quota due miliardi.”

Il problema è proprio la natura del fabbisogno (ed aggiungerebbe il Maestro Giampaoli, la qualità e la durata). Se all’alba della ripresa economica, peraltro così gracilina, il fabbisogno finanziario delle imprese è quasi tutto legato al capitale circolante, il dubbio che si sia tuttora in grave ritardo sul fronte degli investimenti, ovvero del capitale fisso, è più che legittimo. Che il fabbisogno sia almeno all’apparenza legato al circolante è verificabile nella prassi bancaria dalla gran mole di domande legate alla garanzia 80% Mediocredito Centrale, la cui motivazione doveva essere, pena la non procedibilità della pratica, quella di “ripristino liquidità“. Ora, a parte la motivazione stessa, degna delle pratiche di fido di venti anni fa e tipica di un’analisi fin troppo superficiale, il vero problema è il fabbisogno di circolante: legato allo sviluppo ed alla ri-crescita, o legato alle perdite occultate nel circolante con scorte rivalutate e crediti mai svalutati?

Se fosse vera la prima ipotesi, saremmo nella fase espansiva per chi, aumentando e/o ripristinando le proprie quote di mercato, vede salire il fabbisogno di stock, di anticipo fatture, di pagamenti legati ai costi operativi: il che non toglie che per tutti costoro, salvo eccezioni, si presenterà presto il problema degli investimenti, mai così negletti come negli ultimi anni nelle decisioni finanziarie delle imprese. Se invece fosse vera la seconda, e a giudicare dai bilanci che vedo temo sia così, vuol dire che non sono bastati 7 anni di crisi per smaltire la droga contabile che ancora circola nei bilanci. E con buona pace di chi vuole vedere il bicchiere mezzo pieno a tutti i costi, non è il migliore viatico per innestare un circolo virtuoso nelle relazioni di clientela.

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300 imprese al giorno non levano il medico di torno.

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Unioncamere ha comunicato che fra aprile e giugno le nuove imprese aperte da giovani di età inferiore ai 35 anni sono state ben 32.000, oltre 300 al giorno. Le note dolenti, come al solito, vengono dai settori e dalle motivazioni che hanno portato alla creazione d’impresa. Sostiene Il Sole di oggi a firma R.I.T.: “Che la risposta dell’impresa alla ricerca di un lavoro sia tra le principali motivazioni di questa crescita è confermato dalla prevalenza di micro-iniziative (nel 76% dei casi le neo-imprese giovanili nascono come impresa individuale) e dalla quota con sede al Sud: le nuove iniziative dei giovani meridionali rappresentano infatti il 40,6% del totale delle nuove imprese in quell’area del paese, con punte superiori o vicine a questa quota in Calabria, Campania e Sicilia. I settori in cui i giovani hanno scelto di puntare sono stati il commercio, i servizi di alloggio e ristorazione e le costruzioni.

Ecco appunto, i settori: commercio, servizi (alloggio e ristorazione) e soprattutto edilizia sono inseriti dall’ISTAT tra i settori che uniscono basse performance a modestia di investimenti, innovazione e crescita. Se a questo si aggiunge che le motivazioni “deboli” alla creazione di impresa (crearsi un posto di lavoro) sono fortemente correlate alla mortalità delle imprese nei primi tre anni di vita, si comprende come i numeri di Unioncamere non siano particolarmente positivi: si tratta di micro-imprese, verosimilmente marginali e destinate a rimanere tali, a bassa intensità di capitale investito ed a bassi margini.

Proprio per questo, a queste imprese non serve credito, ovvero il peso di oneri finanziari che probabilmente assorbirà quasi del tutto i margini: servirebbe, oltre che una politica industriale che “veda” il dopo-crisi (anche se mi accontenterei di una politica industriale pur sia, una qualunque, purché ci sia) anche un grande elavoro di educazione nei confronti di persone che, criticabili quanto si vuole, si stanno muovendo, stanno provando a fare qualcosa. E con le associazioni di categoria praticamente sfasciate dalla crisi è un lavoro che tocca fare in altri ambiti, a cominciare dall’università. Altrimenti mettere su un bel negozio da sciampista continuerà ad essere chiamato start-up: con rispetto parlando per le sciampiste.

 

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Se le perdite su crediti vanno (?) in ferie.

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Marco Ferrando sul Sole 24 Ore del 15 agosto descrive l’effetto della riduzione delle perdite su crediti sugli utili semestrali delle banche. Al riguardo “(…) emblematico il caso del Monte dei Paschi, che ha sfiorato i 200 milioni di utili nel semestre, una cifra non lontana dalla riduzione (-224 milioni) degli accantonamenti, scesi da 1,2 miliardi a 984 milioni, capitalizzando le pulizie straordinarie richieste dalla Bce e contabilizzate nel 2014; anche se la banca aspetta ancora l’esito d’ispezione condotta dalla Bce a inizio 2015 su 30 miliardi di crediti immobiliari.

Premesso che le semestrali non sono maccanicamente riproducibili a fine anno, come semplice spalmatura su due semestri di un risultato parziale, una riduzione delle perdite su crediti (la famigerata voce 130 del bilancio bancario) così determinante per gli utili fa nascere alcune riflessioni. La prima riguarda la capacità delle banche di prezzare il rischio correttamente (il c.d. pricing per gli amici di Albione) e di ricomprendere nello spread tra tassi attivi e passivi la probabilità di default del debitore: su questo punto l’esperienza ultradecennale nell’applicazione dei rating genera più di una perplessità. E dove non soccorrono gli automatismi, come si è visto, non pare sufficiente l’attuale preparazione degli addetti fidi (e/o di dirigenti e consigli di amministrazione). Detto in altre parole, lo smaltimento del picco del credito deteriorato non significa affatto che non se ne genererà del nuovo: e i tagli di personale e di costo non depongono a favore di una maggiore severità nel vaglio del merito di credito.

La seconda riflessione riguarda il tema del trattamento contabile delle perdite su crediti: nell’articolo citato si parla di perdite capitalizzate, sia pure a fronte di pulizie straordinarie richieste dalla BCE.  Si dovrebbe chiedere alle tante piccole banche, soprattutto Bcc, commissariate o gravemente sanzionate, che ne pensino di un simile trattamento, che manifesta disparità di vedute da parte del vigilatore ed una palese malevolenza nei confronti delle banche locali, soprattutto da parte di chi le ha finora vigilate e continuerà a vigilarle da via Nazionale. Se quelle pulizie straordinarie fossero passate dal conto economico, come sarebbe la semestrale di MPS? E se tutte le banche avessero potuto capitalizzare partite analoghe ora il sistema come sarebbe? Sano, come la sana e prudente gestione?

Infine, il problema del credito deteriorato non è contabile e neppure di creazione di un mercato per gli NPL (non performing loans). E’ come gettare via il termometro ed ignorare la febbre o portare le scorie nucleari in Africa, tu non le vedi più, ma ci sono ancora e fanno danni. La vera prova per la vigilanza, sia italiana sia europea, sarà sulla capacità di erogare credito di qualità, ricercando l’unica efficienza che può servire all’economia, quella allocativa.

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Pensieri improvvisi

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Mi capita di parlare con un conoscente, un ex-imprenditore edile marchigiano finito nel tritacarne della crisi, della bolla immobiliare e di scelte sbagliate, per investimenti fatti a debito, crescita disordinata e altre amenità. Mentre parliamo mi dice che è contento perché il Tribunale ha approvato il concordato (non in bianco, ad onor del vero, ma con qualche contenuto, a differenza di molte situazioni aziendali che mi capita di vedere ultimamente) e che il Giudice è stato molto severo: chiude dicendo che “probabilmente avranno capito che se li fanno fallire tutti non si può più andare avanti“. Il personaggio in questione è stato vice-presidente di un’associazione di categoria assai importante, ha rivestito cariche a Roma: il che non gli impedisce, al netto degli sconti per l’emotività e per il dramma vissuto, di dire sciocchezze davvero sesquipedali. La bancarotta governata dalla legge fallimentare, nelle sue varie forme, è un meccanismo di mercato, come tutti i meccanismi ampiamente rivedibile e migliorabile, ma che serve al mercato per fare il suo mestiere, ovvero quello di premiare chi è competitivo ed espellere chi è inefficiente. Non lo si può invocare per gli altri, immaginando che la propria virtù (presunta) generi eccezioni. Ma, soprattutto, non si può pensare che tenere in vita degli zombie (a me piacciono di più i vampiri) li faccia tornare uomini. Essere dei non-morti non significa essere vivi. Tenere in vita imprese decotte aggrava i problemi (ricordarsi la famigerata GEPI).

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La perdita del cliente spiega lo scostamento (controesodo).

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Sul Sole 24Ore di qualche giorno fa veniva riportata la conclusione di una controversia tributaria che oltre a far pensare che l’Accademia  della Guardia di Finanza debba inserire nei programmi dei suoi corsi più ore di analisi finanziaria e di bilancio, fa riflettere sull’importanza dell’analisi settoriale ai fini della relazione bancaria e del rapporto di affidamento.

In sintesi “il maggior ricavo ottenuto con Gerico non prova, da solo, una gestione imprenditoriale antieconomica se l’impresa ha perso il cliente principale. Inoltre, una differenza tra il margine di ricarico applicato dall’impresa sul costo del lavoro, e quello mediamente applicato dalle altre realtà dello stesso settore, non può fondare il recupero se non si mettono a confronto i costi di struttura. Infine, le condizioni di marginalità escludono il valore probatorio di una presunzione grave, precisa e concordante richiesta per l’accertamento dei maggiori ricavi. Così si è espressa la Ctr Lombardia 1893/15/2015 (presidente Giordano, relatore Staunovo Polacco).”

Premesso che si parla di 2004 e che l’argomento è noiosissimo (per chi volesse mettere i puntini sulle i il Governo in carica era quello di Silvio B. e Ministro dell’economia l’ineffabile Giulio Tremonti) stupisce che il Fisco -tardivamente- e la giurisdizione tributaria si accorgano prima delle banche che le imprese hanno formule competitive differenti, margini differenti rispetto ai settori e che la concentrazione del fatturato è un rischio. Quanto alla “gestione antieconomica” ricorre spesso nei commenti in aula di coloro cui faccio formazione, che immaginano scenari fantasiosi quando invece sarebbe meglio essere realisti. Nel caso in questione “l’antieconomicità della gestione è giustificata dalla perdita del cliente principale, dalla contrazione del mercato del software applicativo gestionale e dal tentativo di arginare queste perdite con l’avvio di nuove attività di siti web e counseling ai lavoratori; le spese contenute, diverse dal lavoro subordinato, provano l’assenza di una struttura aziendale e lo svolgimento di prestazioni di sola mano d’opera, mentre le imprese del campione rappresentativo hanno costi di struttura più elevati che possono influenzare i prezzi praticati ai clienti, facendo emergere così percentuali di ricarico più elevate.”

Ecco, se qualche pratica di fido in più fosse stata scritta così, forse avremmo lo stesso ammontare di sofferenze sugli impieghi, perché quando la crisi è sistemica, oltre che settoriale, c’è ben poco da fare. Ma magari qualche CdA e qualche DG avrebbero compreso meglio certi andamenti economici ed il credit crunch sarebbe stato meno duro. E forse, anche grazie alle banche, avremmo potuto comincciare ad uscirne prima. Come direbbe il Presidente del Consiglio (che apprezzo assai), cambiando direzione. Forse.