Macinare (?) utili.

Macinare (?) utili.


Quel che si dice il linguaggio giornalistico. Secondo Alessandro Graziani, sul Sole di venerdì, “UniCredit batte le stime degli analisti e chiude il primo trimestre del 2011 con un utile netto di 810 milioni (+55,7% rispetto ai primi tre mesi del 2010) grazie al balzo dei profitti dell’investment banking, alla ripresa in Italia e alla ulteriore riduzione degli accantonamenti su crediti. «Questo è il miglior trimestre dal secondo del 2008», ha commentato il chief executive officer Federico Ghizzoni che ha giudicato i risultati «soddisfacenti» e prevedendo che anche il secondo trimestre e i successivi «siano abbastanza positivi». Il dato più rilevante è stata «la capacità di generare capitale organicamente», come dimostra l’incremento del Core Tier 1 dall’8,58% al 9,06%. Quasi mezzo punto che vale come «un aumento di capitale da 2,5 miliardi», ha spiegato Ghizzoni, ottenuto in parte attraverso i retained earnings e in parte con la riduzione delle attività ponderate a rischio («ma non i crediti che, anzi, tornano a crescere anche in Italia», ha commentato il direttore generale Roberto Nicastro). ”

E poiché “macinare utili”, a rigore, dovrebbe significare capacità di generare reddito attraverso la gestione caratteristica, è interessante leggere le modalità di generazione dei risultati descritti: “(..) il margine d’interesse è rimasto stabile (-0,2% a 3.884 milioni), mentre il margine d’intermediazione è aumentato del 2,7% a 6.928 milioni, grazie a una ripresa delle commissioni (+1,5% a 2.168 milioni) e soprattutto al forte incremento (+24,9% da 560 a 700 milioni) del risultato netto della negoziazione, copertura e fair value. «Non abbiamo posizioni di proprietary trading, i miglioramenti dell’area investment banking derivano dalla rivalutazione dei titoli in portafoglio e dalla crescita dell’attività al servizio del corporate, soprattutto in Germania». Il calo degli accantonamenti e rettifiche su crediti (-16% a 1.504 milioni) è l’altra grande variabile positiva sui conti, con un costo del rischio credito che scende a 108 basis points (-19 punti).

Dunque, margine di interesse stabile: con questi chiari di luna, dovrebbe significare che, a dispetto di quanto sostenuto da Ghizzoni, i crediti non “continuano a crescere“, a meno che Unicredit non riesca ad applicare tassi mediamente più elevati su crediti, in termini di volumi, inferiori o, piuttosto, tassi mediamente più bassi su volumi più elevati, pagando più cara la raccolta.

Quanto alla ripresa delle commissioni, vista la stagnazione del risparmio gestito, soprattutto nel nostro Paese, non è difficile immaginare che si tratti di nuovi e/o più cari balzelli imposti ai clienti, in nome della creazione di valore. D’altra parte, se cresce fortemente il risultato netto dell’attività di negoziazione, copertura e fair value (ovvero, gli adeguamenti puramente contabili delle poste di bilancio) non è che ci sia di che stappare lo champagne; non c’è bisogno di fare proprietary trading, come Ghizzoni ha negato essere avvenuto, per fare utili da negoziazione, trading appunto, utilizzando la grande liquidità di cui dispone Unicredit non per far crescere gli impieghi economici (di essi non si parla nell’articolo) ma per fare quelli finanziari.

Infine, il calo degli accantonamenti, se in linea di principio può essere valutato positivamente, insinua più di una perplessità in chi conosca, anche solo superficialmente, lo stato dei conti delle banche italiane, grandemente influenzato, a fine 2010, da poste straordinarie e frutto di una disinvoltura contabile portata all’eccesso, pur di non documentare perdite. E quelle su crediti stanno arrivando tutte ora, con il consueto ritardo fra contabilizzazione e maturazione: o forse Unicredit le ha già spesate tutte?

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