Questione educativa e sviluppo (de auctoritate 2).

Questione educativa e sviluppo (de auctoritate 2).


Obedience: percentage of respondents that mention “obedience” as being important (the other qualities in the list being: “good manners; independence; tolerance and respect for others; hard work; feeling of responsibility; imagination; thrift, saving money and things; determination and perseverance; religious faith; unselfishness”) to the question: “Here is a list of qualities that children can be encouraged to learn at home. Which, if any, do you consider to be especially important? Please choose up to five”. Source: World Value Surveys, Inglehart et al. (2000). (Guido Tabellini Culture and institutions: economic development in the regions of Europe, 06/2010, Journal of the European Economic Association)

L’obbedienza, valore scelto in un elenco che comprende “le buone maniere”, l’indipendenza, la tolleranza, il senso di responsabilità, la fede religiosa e gli altri compresi nella lista di cui sopra, non viene ritenuto da  Luigi Zingales un fattore di sviluppo, bensì un freno per lo stesso. In effetti Zingales sostiene che l’obbedienza all’autorità, così come egli l’ha sperimentata nel nostro Paese, risulta limitativa della personalità e del suo sviluppo, rispetto, per esempio, all’esperienza americana.

Ma che cos’è l’autorità? Provo a farmi aiutare dalle parole di un grande educatore, don Giussani.

I punti in cui la tradizione è più cosciente sono i responsabili ultimi dell’educazione dell’adolescente, il «luogo dell’ipotesi» per lui. È questo il concetto autentico di autorità (auctoritas, «ciò che fa crescere»).
L’esperienza dell’autorità sorge in noi come incontro con una persona ricca di coscienza della realtà; così che essa si impone a noi come rivelatrice,
ci genera novità, stupore, rispetto. C’è in essa un’attrattiva inevitabile, e in noi una inevitabile soggezione. L’esperienza dell’autorità richiama infatti l’esperienza, più o meno chiara, della nostra indigenza e del nostro limite. Ciò porta a seguirla e a farci suoi «discepoli». Ma se nell’adulto questa autorità è riconosciuta e scelta dalla matura responsabilità di un confronto, nelle età precedenti essa è fissata dalla natura stessa nella «realtà originatrice» dell’individuo. La genuina rivelazione della vita e la genuina verità stanno nello sviluppo della dipendenza da questa realtà «autorevole». (Luigi Giussani, Il rischio educativo)


Dunque l’autorità, e l’obbedienza alle ipotesi che essa propone quali linee di introduzione alla realtà può essere qualcosa di diverso da un limite, anzi, addirittura può essere qualcosa che fa crescere. E di questa diversità potrei raccontare di avere fatto esperienza diretta, per esempio con i miei studenti.

Ancora don Giussani: “Per quanto abbiamo detto, l’autorità è l’espressione concreta della ipotesi di lavoro, è quel criterio di sperimentazione dei valori che la tradizione mi dà; l’autorità è l’espressione della convivenza in cui si origina la mia esistenza. L’autorità in un certo modo è il mio «io» più vero. Spesso invece oggi l’autorità si propone ed è sentita come qualcosa di estraneo, che «si aggiunge» all’individuo. L’autorità resta fuori della coscienza, anche se magari è un limite devotamente accettato. La funzione educatrice di una vera autorità si configura precisamente come «funzione di coerenza»: una continuità di richiamo ai valori ultimi e all’impegno della coscienza con essi; un permanente criterio di giudizio su tutta la realtà; una salvaguardia stabile del nesso sempre nuovo tra i mutevoli atteggiamenti del giovane e il senso ultimo totale della realtà. Dall’esperienza dell’autorità nasce quella della coerenza. Coerenza è stabilità efficiente nel tempo, è continuità di vita. In un fenomeno pazientemente evolutivo come quello dell’«introduzione alla realtà totale», la coerenza è fattore indispensabile. Una certezza originaria che non potesse continuare a riproporsi nella coerenza di una evoluzione, finirebbe con l’essere sentita astratta, un dato fatalmente subito, ma non vitalmente sviluppato. Senza la compagnia di una vera autorità ogni «ipotesi» rimarrebbe tale (..).

E se l’autorità e l’obbedienza fossero non fattori di freno ma di sviluppo? Ovvero, se il problema che pone Zingales non risiedesse nellobbedienza in quanto tale e neppure nell’autorità, quanto piuttosto nell’educazione? Prima di rispondere vale la pena, nel prossimo post, di ragionare sulle conclusioni della ricerca del prof.Tabellini, dal quale Zingales ha tratto spunto.


(segue)

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