Costa rosa (?) e schiavi in riviera: imprese marginali 3.

Costa rosa (?)  e schiavi in riviera: imprese marginali 3.

Mentre all’ineffabile Pier Luigi Martelli, sul Resto del Carlino, appare la miracolosa Notte Rosa e con essa la geniale richiesta di denominare la costa Romagnola come la Pantera; mentre persino Anna Falchi si scomoda a dire, sempre per il Carlino, che la Costa Rosa non avrebbe nulla da invidiare a quella Smeralda o Azzurra (JM si scomoda invece a dire che qualche obiezione ce l’avrebbe, soprattutto sulla prima), mentre ferve il dibattito culturale fra chi vince Miss Over Tanga e chi invece il concorso di Miss Maglietta Bagnata, mentre tutto questo, insomma, ci rende cosmopoliti, internazionali, attrattivi per un turismo sempre più selezionato e qualificato, mi è caduto l’occhio su un sito assai interessante, http://www.schiavinriviera.it e su un’intervista all’ispettorato del lavoro che è stata pubblicata dall’Espresso e ripubblicata dal sito.

Domanda: E le realtà più problematiche?
Risposta: Le riscontriamo negli hotel a di fascia media, i tre stelle. È difficile che una grande struttura faccia del nero spicciolo. Di solito i grandi hotel utilizzano agenzie di somministrazione del lavoro con contratti meno onerosi. (..)

E allora, perché questa situazione?
In parte è una questione culturale, in parte economica. In Romagna la mentalità è rimasta quella della conduzione famigliare, con certi ritmi stagionali. Sia da parte del datore di lavoro che del dipendente che accetta certe condizioni. Dall’altra c’è il fenomeno degli hotel in affitto, che impone di fare utili.

Domanda: Rimini è peggio del resto d’Italia?

Non oso fare confronti senza i numeri alla mano. Però la situazione qui si avvicina molto alle problematiche tipiche nel Sud Italia, realtà che conosco bene perché sono originario della Puglia. Ho conosciuto ragazzi venuti qui dal Mezzogiorno che speravano di trovare condizioni diverse di lavoro e di tutela e invece mi dicono delusi che qui “è peggio di giù”. ‘Il salto culturale, dagli anni ’60 in poi, qui non c’è stato.
Provando a fare due conti, quelli della schiava, perché la serva sarebbe troppa grazia, viene dunque fuori che sono proprio gli hotel che rappresentano la “spina dorsale” del fantastico sistema di offerta turistica della “città rosa” quelli che nel bilancio a fine anno sottostimano il costo del lavoro (e per carità di patria, evitiamo di pensare a come sia il costo del lavoro per la Pensione Iris con vista ferrovia o per la Pensione Mariuccia con vista Pensione Iris). Lasciamo stare i salti culturali, facciamo un salto nei bilanci. Se queste imprese facessero il loro dovere e non sfruttassero il lavoro stagionale nel modo con cui si è visto, forse non starebbero in piedi: o forse si interromperebbe il circuito vizioso fra affitti alti-necessità di pagarli tirando sui costi-mancanza di investimenti-livello di offerta delle strutture medio-basso-clientela di fascia bassa. Ma fare utili lasciando la Pensione Iris come sta non solo è sicuramente più comodo, serve soprattutto ad evitare di guardare in faccia la realtà: che senza un lavoro da bestie, oggettivamente non remunerato anche per i titolari, gli hotel da 3 stelle in giù, nella futuribile Pink-Coast, dovrebbe chiudere. Perché sono imprese marginali: e basta.

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