Dumping sociale.

Dumping sociale.

La tragedia di Barletta è stata descritta, fra gli altri, da Dario Di Vico, come la storia di un’impresa fra le tante che sopravvive con il dumping sociale, ovvero con il mancato rispetto delle regole della legislazione sul lavoro, sulla sicurezza, sulla previdenza. Il comportamento, per intenderci, di tante imprese cinesi. E’ vero quello che dice Di Vico, così come è tragicamente vero quello che una donna, intervistata durante un servizio televisivo, gridava, dicendo che “il palazzo sarebbe crollato anche se le lavoratrici fossero state in regola”. Dio perdoni tutti coloro che si sono macchiati di negligenza ed accordi ai morti la pace del Suo Regno.

La lezione di Barletta è tristissima anche per un altro aspetto, quello della marginalità dell’impresa coinvolta, fasonista o cappottaro, come si chiamano in gergo, poco importa. Un terzista, il cui comportamento è peraltro giustificato dal sindaco, pure di sinistra e si presume sensibile ai temi sociali, che paga in maniera così misera operaie che lavorano in uno scantinato, che cosa produrrà? Chi saranno i suoi clienti? Che cosa c’è di bello nel produrre qualcosa che non costa nulla, che non ritiene l’operaio degno della sua mercede, che viene svolto alla meno peggio dove capita, persino in un palazzo pericolante? E, infine, che senso ha fare impresa per guadagnare meno di un dipendente? Le imprese marginali non sono tali perché dovrebbero essere espulse dal mercato o fatte fallire; il fallimento è solo la sanzione che un organismo economico sano attua nei confronti di qualcosa di malato che non è accettabile al suo interno. Le imprese marginali sono tali perché vivono al di sopra dei propri mezzi, lavorando senza significato per profitti profitti assenti e, perciò, ancora più privi di senso: le imprese marginali sono un problema anzitutto per coloro che ne sono i protagonisti, cioè imprenditori che si sono, in tal modo, creati un posto di lavoro. A quale prezzo, ce lo dice purtroppo la tragedia di Barletta.

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