La via cinese allo sviluppo del rapporto banca-impresa (broken kneecaps.

La via cinese allo sviluppo del rapporto banca-impresa (broken kneecaps).

Il New York Times, nella sua edizione on-line, dà notizia della chiusura di una fabbrica cinese, la Aomi Fluid Equipment, i cui 300 dipendenti, rientrati da una vacanza di due giorni offerta dall’azienda in un resort (pena il pagamento di una multa per mancato week-end), hanno trovato l’azienda chiusa, svuotata come se qualcuno avesse portato via tutto. La triste spiegazione si può riassumere nella parola “usura”. Come spiega il giornale USA, “the boss, as it turned out, was millions of dollars in debt to loan sharks — underground lenders of the sort that many private businesses in China routinely use because the government-run banks typically lend only to big state-run corporations. As China’s economy has begun to slow slightly, more and more entrepreneurs are finding themselves in Mr. Sun’s straits — unable to meet debt payments on which interest rates often run as high as 70 percent in this nation’s thriving unregulated, underground loan system. Such illegal lending amounts to about $630 billion a year, or the equivalent of about 10 percent of China’s gross domestic product, according to estimates by the investment bank UBS.

Ciò che in Occidente chiamiamo sistema bancario-ombra, in Cina si chiama “loan sharks” o “underground lenders“. E i sistemi per recuperare il credito si chiamano, come ricorda il NYT, “fear of mafia-style loan enforcers — kidnappings and broken kneecaps are common tactics — or the family dishonor that is its own harsh penalty in China, some of the Wenzhou missing have gone into hiding or fled overseas.

La teoria dell’agenzia sistemerebbe sicuramente la questione dei rapimenti e delle ginocchia spezzate come un incentivo nei confronti dell’agente ad operare correttamente nei confronti del principale. Forse ha ragione Geminello Alvi che nel suo ultimo lavoro, edito da Marsilio, Il capitalismo. Verso l’ideale cinese pronostica un futuro a tinte fosche non solo per i sistemi economici occidentali, ma per quello della stessa Cina, minato al suo interno da queste che non sembrano tare da poco. Trarre lezioni da storie così tristi sarebbe presuntuoso ed arrogante; riflettere sulla natura dello sviluppo dell’economia cinese, trainata nella sua cavalcata da una bolla finanziaria sostenuta da prestatori irregolari e criminali (che vedono i loro prestiti entrare in incaglio o in sofferenza non appena l’economia rallenta) fa pensare a cosa potrebbe accadere all’economia mondiale se dovesse rallentare, per davvero, quella cinese. Che, a quanto pare, non ha mai goduto di credito facile, anche per la sostanziale assenza di un sistema bancario libero di crescere e di svilupparsi al di fuori delle strette regole del modello economico imposto dal partito comunista. La libertà economica dell’Occidente è una grandissima conquista e si accompagna alla libertà politica e ad ogni altra libertà delle moderne democrazie. Con buona pace degli indignados, forse ci aiuterà anche ad uscire meglio dalla crisi.

2 Comments »

  1. In effetti, a causa di peculiari fattori istituzionali, la politica di finanziamento delle imprese cinesi non segue la classica gerarchia delle fonti aderente alla teoria del Pecking Order. L’ordine di priorità per l’imprenditore cinese è il seguente: autofinanziamento, equity pubblico e, infine, debito.
    Lo Stato opera in qualità di principale azionista delle imprese, quindi, in caso di nuova emissione, non sussistono le asimmetrie informative solitamente presenti tra nuovi e vecchi azionisti poichè le parti verrebbero sostanzialmente a coincidere. In questo modo, i costi informativi per l’impresa restano contenuti.
    Inoltre, dato il forte controllo pubblico, l’utilizzo del debito è limitato proprio perchè l’azionista/Stato tende ad evitare di ricorrere a questa fonte di finanziamento, sapendo che il relativo vantaggio fiscale condurrebbe a minori entrate nelle casse dello Stato.
    Ad ogni modo, il ricorso all’indebitamento bancario è complesso perchè anch’esso strettamente controllato dal potere dei reggenti.
    Infine, a scoraggiare ulteriormente questa forma di finanziamento, vige una carente normativa a tutela dei creditori a cui è attribuito, in caso di insolvenza dei propri debitori, solo un ruolo passivo nella fase di liquidazione. Azionisti ed agenzie statali, invece, godono di poteri sovrabbondanti in caso di procedure fallimentari.
    In pratica, quello che per le imprese europee rappresenta normalmente la fonte da cui reperire la maggior parte delle risorse, per le imprese cinesi il debito bancario rimane una strada difficilmente percorribile. Concludendo, credo che il diffondersi dei “loan sharks” e delle relative tristi conseguenze siano, in parte, ascrivibili all’eccessivo controllo dello Stato sulle imprese cinesi.

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    • Grazie per il commento puntuale e documentato. Fra le altre cose, ci invita a riflettere sull’impossibilità di separare democrazia e libertà politiche ed economiche.
      A presto.
      JM

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