Intervista a JM.

Intervista a JM.

1) L’attuale crisi economico-finanziaria globale e nazionale, rende evidenti una mancanza di capacità di azione da parte di politica e istituzioni ma anche una mancanza culturale che riguarda tutti, a partire dal cittadino della strada. Mancanza di senso del sacrificio ecc. Qual e’ il suo giudizio su questo?

Ritengo che proprio le recenti manifestazioni dei cosiddetti “indignados” mostrino tutto il limite di una posizione personale (e collettiva) incentrata solo sul lamento e sulla pretesa: lamento circa i colpevoli, pretesa che altri risolvano, ma sempre al di fuori di un coinvolgimento e di una responsabilità personali. Gli ultimi anni raccontano in effetti proprio la mancanza di senso del sacrificio, per esempio nel campo dell’impresa come in quello del risparmio: è significativo che le imprese, concertando con il sindacato, abbiano svuotato di significato la manovra governativa sulla flessibilità, mancando ad un’assunzione di responsabilità che solo Marchionne ha mostrato di saper portare; così come fa riflettere che in tema di risparmio siamo tuttora fermi da un lato alla protezione de-responsabilizzante delle direttive europee, dall’altro alla detenzione pura e semplice di liquidità. In effetti, come lei ha affermato, il problema è culturale, ovvero di posizione personale.

2) Guardando al quadro locale riminese e romagnolo, c’e’ qualcosa che dovrebbero fare secondo lei gli enti locali, le organizzazioni di categoria ecc. per la ripresa dello sviluppo, oppure siamo dentro un vortice in cui non possiamo decidere niente?

Non parlerei di vortice, rischiamo di ricadere nel giudizio di cui sopra, ovvero che nulla dipende da noi e che non si può fare altro, in finale, che lamentarsi. Il problema della ripresa e dello sviluppo, ormai a questo punto è abbastanza chiaro, non è un problema finanziario (le difficoltà finanziarie sono una conseguenza di difficoltà che nascono prima), ma di voglia di rischiare, di intraprendere, di non lasciarsi risucchiare nel pessimismo: purtroppo, come accaduto anche all’inizio della crisi, fra il 2007 ed il 2008, molte imprese hanno chiuso per evitare il “passaggio” della crisi. Passaggio impegnativo, perché richiede a chi fa impresa di ripensare alla propria formula competitiva, a come stare sul mercato, alla qualità e, soprattutto, agli investimenti. In Romagna, e in particolare nel Riminese, la bolla immobiliare esemplifica, purtroppo con grande chiarezza, l’idea di investimenti che ha dominato molti imprenditori: compriamo un capannone, costruiamo un condominio, tanto gli immobili si rivalutano sempre. Il guaio è che molte banche li hanno assecondati, le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

3) Come giudica la crisi che ha interessato la Carim? Quali sono secondo lei le cause che hanno portato al commissariamento e obbligano alla ricapitalizzazione? Il problema-Cis, gli impieghi sbilanciati al 60% sull’edilizia, gli affidamenti sbagliati (come il caso-Merloni), la gestione troppo dipendente dalla politica, o cos’altro?

Ho seguito la crisi della Carim per l’ovvio interesse che la vicenda riveste per un addetto ai lavori ma senza coinvolgimento diretto. Giudico la crisi doppiamente grave, sia perché si tratta della principale banca del nostro territorio, sia perché per dimensioni, storia e tradizione è un interlocutore insostituibile per il tessuto sociale e produttivo. Quanto alle cause, mi sentirei di escludere, in tutta franchezza, il problema-Cis: le dimensioni della controllata sanmarinese erano e solo tali da non poter provocare da sole le perdite poi verificatesi nel bilancio di Piazza Ferrari, a tacer del fatto che per lungo tempo gli organi amministrativi dell’una hanno di fatto coinciso con quelli dell’altra. Mi pare piuttosto che la gestione abbia mostrato i limiti strategici e culturali di una visione assai miope dell’intermediazione bancaria, protesa all’assunzione di rischi eccessivi, in funzione di una dimensione forse troppo ampia per le stesse ambizioni del management che l’ha perseguita: d’altra parte lo sviluppo del territorio non passa dall’assecondare la rendita immobiliare e la Carim in questo, purtroppo, non è stata sola, in Romagna e fuori. Gli affidamenti sbagliati sono solo la conseguenza di una politica tesa allo sviluppo dimensionale fine a se stesso e dell’approssimazione di dirigenti che, di fatto, riferivano solo a sé stessi. Sotto questo profilo non parlerei di ingerenze politiche, ma di vera e propria carenza di indirizzo e di strategia, anzitutto da parte dell’azionista di maggioranza, le cui scelte, anzitutto a livello di Consiglio di Amministrazione, hanno mostrato i limiti che sono sotto gli occhi di tutti.

4) Quanto al futuro, sembra che si stiano scontrando due impostazioni, quella favorita da Bankitalia che mette al primo posto la solidità bancaria, e quella del sistema-Rimini che privilegia l’autonomia territoriale: lei da che parte sta?

Non faccio il tifo per nessuno, ammesso che sia in corso una partita e che ci sia da sostenere una compagine. Credo piuttosto che il senso di responsabilità, oltre che una lunga e consolidata tradizione di studi in materia di stabilità finanziaria, indichino nella tutela del risparmio il riferimento ultimo dell’azione del regolatore e del vigilatore. In tal senso Bankitalia, attenta in questo periodo soprattutto al rischio micro-sistemico, non può che privilegiare la solidità della banca, anche se questa dovesse essere assicurata da etichette “straniere” nell’azionariato. Il sistema-Rimini, del resto, che non è esente da colpe nella crisi della principale banca del territorio, avrebbe il buon diritto di rivendicare l’autonomia territoriale della Carim solo se fosse in grado di catalizzare risorse finanziarie adeguate per la ricapitalizzazione. Da ultimo, mi lasci dire che se le risorse finanziarie sono fondamentali, altrettanta importanza la rivestono la qualità del management e le strategie per il territorio: fattori, questi ultimi, che certamente sono mancati nella storia recente della Banca.

Intervista di Paolo Facciotto, La Voce di Rimini, 27 ottobre 2011

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