Banco ex machina.

Banco ex machina.

Come nelle tragedie greche si aspetta l’intervento finale del deus ex machina, cioè di una divinità che interviene a dipanare una matassa ingarbugliata al punto tale da poter essere sbrogliata solo da mani “superiori”, così anche nella travagliata storia tutta italiana del rapporto tra banche ed imprese si invoca un intervento dall’alto. Sia esso della BCE, sia esso del Governo, sia la c.d. “frustata sviluppista” per la quale servirebbe un domatore (o un negriero? o un sadico?), nessuna delle parti ci mette il suo: le imprese chiuse nella litania dell’ abbiamo già dato, le banche che negano l’evidenza del credit crunch e che, soprattutto, sono illiquide. Venerdì scorso, durante una giornata di formazione sugli aspetti di prevenzione del deterioramento dei crediti, man mano che la lezione procedeva i partecipanti continuavano a commentare, in maniera sempre più ampia, gli argomenti trattati. Fino a che, richiesti di giustificare la loro “agitazione” una delle partecipanti mi ha detto:”Non c’è un singolo argomento che lei abbia trattato per il quale io non abbia in mente nomi e cognomi, facce e situazioni dei miei clienti“. E un’altra collega, alla fine della lezione, ha testualmente affermato di essere stanca di ascoltare cose che sa già: e di essere, letteralmente, stanca della realtà.

Così le banche ripetono la stanca litania che non ci sono più soldi, omettendo di ricordare le pessime operazioni fatte nel recente passato, soprattutto per quanto riguarda la bolla immobiliare, che esse hanno contribuito a gonfiare a dismisura. E le imprese lamentano di avere già dato, di non farcela più, di essere strangolate.

Dal dibattito restano lontane le questioni della responsabilità personale, ovvero delle scelte che sono state fatte e che sono da fare. Nelle banche, per quanto riguarda il personale tecnico ma, a questo punto, anche quello direttivo e, soprattutto nelle bcc, gli amministratori, la capacità di misurare correttamente il rischio di credito e di conseguenza il fabbisogno finanziario delle imprese. Per queste ultime, la questione delle carenze in materia gestionale e finanziaria, la mancanza di consapevolezza circa natura, qualità e durata del fabbisogno finanziario, la mancanza di coscienza circa le leve da azionare. Non ci si può parlare se non ci si sa raccontare: e ascoltare senza capire, non serve a nulla.

Nessuna banca può rimediare un conto economico con il risultato operativo che segna rosso: nessuna banca può licenziare per te, esportare per te, innovare per te. Devi farlo tu. Ma nessuna impresa può fare il mestiere della banca, istruttorie chiare, efficaci ed efficienti. La questione non è appena tecnica, perchè riguarda la posizione umana, anche sul lavoro, fare impresa o banca che sia. La questione, al solito, è educativa.

 

1 Comment »

  1. Il problema sta nel fatto che la professionalita’ e’ assolutamente carente in Italia sia dal lato delle banche che delle imprese. Per ognuna delle due categorie la colpa di tutti i problemi risiede nelle incapacità dell’altra. Noi bancari, a tutti i livelli non vogliamo riconoscere che non siamo spesso in grado di valutare il mercato che ci circonda, siamo legati e dipendenti da logiche diffici da comprendere e che ti fanno dubitare non solo sulle capacita’ ma anche sulla lucidità di chi ci governa. La risposta agli errori fatti in passato (vd la citata bolla immobiliare) non può essere quella di chiudere i rubinetti e stop. Così non facciamo il nostro mestiere e non espletiamo la nostra funzione sociale che a mio parere abbiamo. La risposta giusta sarebbe quella di dare cultura e formazione ai dipendenti bancari per permetter loro di muoversi nel mercato comprendendo come questo si evolve e sapendolo così seguire in maniera costruttiva. Ma comincio a dubitare che nelle DG delle banche italiane ci sia qualcuno illuminato che capisca che cultura e preparazione sono l’unica risposta. Andrea bancario riminese.

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