Fallimenti congelati.

Fallimenti congelati.

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La notizia della presentazione di una nuova proposta di concordato per Aeradria, la società che gestisce l’aeroporto di Rimini, è stata comprensibilmente accolta con il dovuto rilievo e con la speranza che, questa volta, il giudice competente approvi la proposta stessa. La lettura delle note di cronaca, soprattutto di quanto dichiarato dagli avvocati di Aeradria, fa riflettere, soprattutto laddove si dice che la prima volta si era presentata una proposta di concordato in bianco, questa volta invece è “completa“. Difficile non pensare che la prima volta qualcuno non ci abbia provato, per vedere se una proposta pur scandalosa, nell’urgenza del momento, potesse comunque essere approvata. Un fallimento, sia pure congelato, magari etichettato altrimenti, sempre quello rimane.

In ogni caso, nell’attesa della pronuncia, qualche riflessione si può fare, soprattutto sul significato economico dell’operazione. La conversione di crediti in azioni è la classica “operazione di sistema” che accredita la nuova Carim come, appunto, “banca di sistema”, sulla scorta dell’esperienza ben più nota di Intesa. Si tratta, tuttavia, di un’operazione penalizzante per qualsiasi banca che non sia molto capitalizzata, soprattutto in tempi come questi nei quali l’essere liquidi fa la differenza a tutti i livelli, a cominciare dai criteri di vigilanza prudenziale (le pertecipazioni azionarie riducono le possibilità di fare prestiti e nel caso di Aeradria non sono neppure redditizie a breve scadenza) per finire alla redditività per gli azionisti, nel caso di Carim non proprio felici delle ultime vicissitudini: e si tratta di un’operazione che, inevitabilmente, avrà tempi lunghi, difficilmente compatibili con l’ottica di una banca locale.

D’altra parte, quella che viene presentata come una privatizzazione -e almeno formalmente lo è- non vede l’ingresso di nuovi soci industriali ma solo di nuovi finanziatori, ai quali si presenterà comunque il problema dell’inadeguatezza del volume d’affari, dello scarso utilizzo della struttura, dei margini e dei costi fissi. In buona sostanza, gli stessi problemi che hanno portata l’attuale Aeradria spa, pubblica, sull’orlo del fallimento.

Infine, se il problema di Aeradria non è finanziario, ma economico, la questione diventa strategica; ovvero dell’utilità di una struttura, come quella aeroportuale del F.Fellini, inserita in un contesto distrettuale dove si fatica a trovare un coordinamento e dove le iniziative vanno sempre bene, purché fatte con denari altrui. Che poi questi denari siano quelli di una banca non può consolare: e soprattutto, non può bastare.

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