L’estetica dei calli e le imprese commerciali che chiudono.

L’estetica dei calli e le imprese commerciali che chiudono.

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Concludo la prima settimana di ripresa dell’attività lavorativa con un intervento in una bella azienda hi-tech di Bologna, che conferma l’esempio che quasi tutti coloro che si fanno aiutare nella gestione, che controllano gli andamenti economici e finanziari, che si preoccupano della sostenibilità, non ne hanno bisogno (anche se va detto che pure loro stavano riflettendo su un investimento immobiliare…).

Alla fine della giornata ci mettiamo a parlare di nuove imprese e di quali settori vadano bene oppure no, su cosa “ci si dovrebbe buttare” per creare ricchezza ed occupazione. La mia risposta, come di consueto da qualche mese in qua è stata “Calli, calli, calli”. Solo chi ha calli nelle mani, solo chi produce, solo chi fa qualcosa di concreto è degno di essere assistito dalle banche e/o di ragionare su business plan: tutto il resto, soprattutto il cosiddetto terziario, ovvero negozi, pubblici esercizi, bar etc…non solo sta soffrendo ma, a modesto parere di chi scrive, non soffre ancora abbastanza.

Non sono così ingenuo da pensare che basti coltivare la terra e/o produrre, artigianalmente o in scala maggiore, manufatti di ogni sorta, per avere il successo economico assicurato e la coda delle banche alla porta per finanziare il progetto. Ma ho visto a sufficienza nefandezze tali, soprattutto in ambito commerciale, da pensare che proprio questo sia un settore non solo da evitare ma, letteralmente, da ripulire. D’altra parte, come dimostrano le noiose querelles estive riminesi sugli abusivi, costoro danno fastidio solo alle imprese marginali, poiché vendono i medesimi prodotti di bassissima qualità.

I servizi non sono dunque il problema, è la qualità dell’offerta nel settore, il problema. Se chiudono tanti negozi, pur profondamente dispiaciuti del fatto che qualcuno dovrà reinventarsi una vita e qualcun altro perderà il lavoro, si deve pensare che è solo il mercato che -finalmente!- fa il suo lavoro: e che l’apertura di nuove imprese attraverso l’apertura di un bar, è poco più che un tentativo, spesso goffo e maldestro, di crearsi un posto di lavoro che non esiste (facendo debiti tuttavia reali).

Il secondo più grande paese manifatturiero d’Europa non potrà uscire dalla crisi aprendo nuovi bar o comprando tabacchini: e il pianto delle associazioni di categoria, largamente complici della mancanza di cultura imprenditoriale dei loro associati, servirà solo a coprire la mancanza di idee, di gusto per il rischio e per l’intrapresa, quella vera, di tutti coloro che si affannano a tenere in vita imprese che sono morti che camminano.

Un’ultima notazione, amara, per l’accademia italiana, di cui faccio parte: la scaletta di un convegno sulle crisi d’impresa, che mi è stato proposto di recente, ignora completamente la questione dei rapporti banca-impresa. Non c’è traccia del tema delle relazioni di clientela, della fattibilità die progetti di ristrutturazione, non c’è nulla. In compenso ci sarà un intervento sulle (sic) tecniche di intervento dei fondi americani nei casi di crisi aziendale.

Tante care cose.

2 Comments »

  1. La merce si fabbrica, è vero, (o magari si fa fabbricare senza raccontarlo… facendo venire i calli sulle mani degli altri) e poi si sposta, si distribuisce, si porta nelle strade, si racconta ed acquista valore accompagnata dalle informazioni e dal rapporto che si instaura tra il venditore e l’acquirente. Passa di mano in mano generando reti di rapporti, e riempie non solo le tasche ma anche la vita.

    Le strade vivaci delle città asiatiche, immerse in un prolifico far west brulicano di iniziative di microcommercio che a sua volta richiama una mastodontica e vitale (certo, anche discutibile) produzione.

    Le nostre strade ora sono vuote e noi siamo in casa, sempre più vecchi, in silenzio davanti ad un monitor cliccando sulle icone di amazon, che Bezos sì che lo sa come si sta sul mercato (pardon, “Mercato”, pronunciato con ossequio).

    Senza polemica, ma per provare a scambiare qualche idea, cordialmente,

    Nembo (uomo della strada, quella strada senza più negozi)

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    • Grazie Nembo e scusa il ritardo nella risposta. Difficile non condividere lo spirito di quello che dici, ma il problema non è il commercio in sè, né quello che esprime (e che tu descrivi molto bene). Il problema, almeno qui in Italia, è che il commercio è l’unica idea che sappiamo mettere in campo: incapaci di inventare qualcosa di nuovo, apriamo punti vendita, pensando di essere gli unici. Non si crea ricchezza in questo modo, solo illusioni. Grazie.

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