Se il fabbisogno finanziario è legato al circolante.

Se il fabbisogno finanziario è legato al circolante.

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Luca Orlando, sul Sole di oggi, con l’ottimismo della volontà ed occhiali molto rosé, si sforza di vedere nei dati sul credito al 30 giugno segnali positivi. Egli afferma che “(..) dai picchi pre-crisi il gap resta evidente, un centinaio di miliardi su base semestrale, ma l’inversione di rotta pare altrettanto chiara. La domanda continua a riguardare anzitutto le scadenze a breve e brevissimo termine, dunque la gestione del circolante, che catalizza quasi interamente i volumi erogati. Dei 41,5 miliardi ottenuti dalle imprese a giugno il 70% riguarda scadenze inferiori ai tre mesi, il 27,7% importi concessi tra 3 e 12 mesi. Un quadro poco mosso rispetto alle quote di dodici mesi fa, anche se qualche segnale positivo è visibile anche nelle scadenze più lunghe. Non quelle estreme però, perché se prendiamo i prestiti a gittata maggiore, quelli con scadenza superiore ai cinque anni, il quadro in realtà resta ancora desolante: nei primi sei mesi del 2008 furono quasi nove i miliardi concessi dalle banche per questa tipologia, ora non si raggiunge neppure quota due miliardi.”

Il problema è proprio la natura del fabbisogno (ed aggiungerebbe il Maestro Giampaoli, la qualità e la durata). Se all’alba della ripresa economica, peraltro così gracilina, il fabbisogno finanziario delle imprese è quasi tutto legato al capitale circolante, il dubbio che si sia tuttora in grave ritardo sul fronte degli investimenti, ovvero del capitale fisso, è più che legittimo. Che il fabbisogno sia almeno all’apparenza legato al circolante è verificabile nella prassi bancaria dalla gran mole di domande legate alla garanzia 80% Mediocredito Centrale, la cui motivazione doveva essere, pena la non procedibilità della pratica, quella di “ripristino liquidità“. Ora, a parte la motivazione stessa, degna delle pratiche di fido di venti anni fa e tipica di un’analisi fin troppo superficiale, il vero problema è il fabbisogno di circolante: legato allo sviluppo ed alla ri-crescita, o legato alle perdite occultate nel circolante con scorte rivalutate e crediti mai svalutati?

Se fosse vera la prima ipotesi, saremmo nella fase espansiva per chi, aumentando e/o ripristinando le proprie quote di mercato, vede salire il fabbisogno di stock, di anticipo fatture, di pagamenti legati ai costi operativi: il che non toglie che per tutti costoro, salvo eccezioni, si presenterà presto il problema degli investimenti, mai così negletti come negli ultimi anni nelle decisioni finanziarie delle imprese. Se invece fosse vera la seconda, e a giudicare dai bilanci che vedo temo sia così, vuol dire che non sono bastati 7 anni di crisi per smaltire la droga contabile che ancora circola nei bilanci. E con buona pace di chi vuole vedere il bicchiere mezzo pieno a tutti i costi, non è il migliore viatico per innestare un circolo virtuoso nelle relazioni di clientela.

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